Un mondo di opportunitàSe l’Italia vuole superare i dazi di Trump deve spingere l’Ue su altri mercati

Di fronte alle minacce americane, l’Europa può creare una rete di accordi con i Paesi di Asia e Sudamerica per attutire l’impatto delle misure di Washington. Meloni farebbe bene a uscire dalla prudenza e mostrare un po’ di leadership a tutela degli interessi nazionali e comunitari

AP/Lapresse

L’Unione europea spera ancora di raggiungere un accordo con gli Stati Uniti. Non bastano i dazi al trenta per cento annunciati da Donald Trump, non bastano le continue dimostrazioni del fallimento della linea morbida con questa versione impazzita degli Stati Uniti, la posizione ufficiale è sempre la stessa: Bruxelles non vuole una guerra commerciale. Lo ha ripetuto ieri in conferenza stampa Maroš Šefčovič, Commissario europeo per il commercio. La buona notizia è che iniziano a vedersi timidi primi segnali di reazione. Šefčovič ha fatto capire che l’Unione si preparerà comunque a prendere contromisure adeguate per agosto. È stato più risoluto il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen: «Se vuoi la pace, preparati per la guerra». Sono piccoli impulsi, segni di vita, forse si tradurranno in azioni concrete.

Fino a questo momento la reazione di Bruxelles è apparsa debole, improntata al dialogo e al rinvio delle contromisure. Una strategia attendista che, come ha già scritto Francesco Cundari, rischia di essere inefficace davanti a un presidente americano deciso a usare i dazi come una clava senza mostrare aperture reali.

Ci sarebbero due pacchetti di sanzioni pronti all’uso, per un valore complessivo che può arrivare fino a novantatré miliardi di euro. Ma l’idea sembra ancora quella di provare il dialogo per vedere se c’è spazio per una mediazione. Come sottolinea il New York Times, questa strategia riflette la volontà dell’Unione di non alimentare tensioni che rischierebbero di danneggiare aziende, investimenti, lavoratori. Perché negli ultimi decenni lungo l’Atlantico è stata costruita la più importante relazione bilaterale commerciale e di investimento, nonché la relazione economica più integrata al mondo: gli scambi tra Stati Uniti e Unione europea valgono 1680 miliardi di euro, quasi il trenta per cento degli scambi mondiali di beni e servizi e il quarantatré per cento del Pil mondiale.

Ma la prudenza non deve diventare una condanna all’immobilismo. L’idea di evitare una pericolosa escalation commerciale può essere ampliata, dimostrando a Donald Trump che se lui vuole alzare barriere l’Unione europea approfondirà le relazioni commerciali con tutti gli altri Paesi. I partner strategici aperti al dialogo sono soprattutto in Asia e in Sudamerica, è lì che bisogna puntare per diversificare i canali commerciali e compensare le perdite legate ai dazi statunitensi.

Uno dei dossier più interessanti è quello che riguarda l’Indonesia. Domenica sono state gettate le basi per un accordo di partenariato economico globale da finalizzare entro settembre. Il Paese asiatico, con una popolazione superiore ai duecentosettanta milioni di abitanti e un’economia in rapido sviluppo, potrebbe diventare uno dei principali partner commerciali europei nei prossimi anni. L’accordo coprirà settori chiave come l’agroalimentare, l’automotive, l’acciaio e le tecnologie digitali e verdi, aprendo nuovi sbocchi per le imprese europee. Secondo la Commissione europea, l’Indonesia è il quarto mercato di esportazione per molti prodotti europei, con un commercio bilaterale che supera i trenta miliardi di euro annui.

Un secondo tassello potrebbe essere quello del Sud America. Il mercato comune del Mercosur potrebbe diventare uno sbocco proficuo per la strategia commerciale europea. Anche se il trattato è stato siglato politicamente già nel 2024, la ratifica parlamentare europea non è ancora avvenuta a causa di resistenze interne, soprattutto legate a preoccupazioni ambientali e agricole. Secondo il Washington Post, l’attuale crisi dei dazi potrebbe spingere i parlamentari a riconsiderare l’accordo, riconoscendo l’importanza strategica di un’alleanza commerciale con un mercato che conta oltre duecentosessanta milioni di consumatori. Qui ci sarebbero particolari interessi da parte dell’Italia, vista la forte presenza di prodotti agroalimentari esportati in Sud America.

Nello stesso emisfero, il Messico è partner storico dell’Unione europea e interessato al dialogo per la più semplice delle equazioni diplomatiche: Trump fa il bullo con entrambi, ha promesso dazi del trenta per cento anche per i vicini a Sud, allora è giusto che le due parti approfondiscano il dialogo. L’Unione europea vede nel Messico un ponte verso il continente e un’opportunità per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Qui il commercio bilaterale supera già gli ottanta miliardi di euro l’anno, con un peso significativo per l’industria manifatturiera europea. Certo, sono briciole rispetto ai numeri della relazione con gli Stati Uniti, ma vedendola da un’altra prospettiva è proprio questo che suggerisce un enorme margine di crescita.

Oltre a questi, l’Unione europea sta portando avanti trattative con India, Malaysia, Filippine e Australia, ampliando così la rete di accordi commerciali. L’obiettivo è chiaro: costruire un sistema multilaterale di relazioni economiche più ampio e meno dipendente dal mercato statunitense.

L’Italia è tra gli Stati in prima linea, almeno per interesse, dal momento che è uno dei più colpiti dai dazi di Trump. L’export verso gli Stati Uniti è una quota significativa del Pil nazionale, soprattutto in settori come l’automotive, la meccanica di precisione e l’agroalimentare di qualità – settori in cui l’Italia eccelle, ma sono anche particolarmente vulnerabili alle misure protezionistiche americane.

Roma si trova così a giocare un ruolo delicato, con una classe dirigente ancora mai all’altezza della sfida. La risposta italiana alla guerra commerciale di Trump finora si è allineata alla prudenza dell’Unione europea, ma senza assumere quella leadership che sarebbe richiesta. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha più volte vantato una capacità di dialogare direttamente con Trump, ma non è mai riuscita a tradurre le parole in risultati concreti.

A logica, da Meloni e dall’Italia ci si dovrebbe attendere una posizione forte, come quella espressa dai leader di Francia e Germania. Emmanuel Macron, ad esempio, ha definito l’attuale situazione una «quasi guerra commerciale», con toni allineati alla sua necessità di tutelare il settore agricolo francese. Allo stesso modo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha combinato la volontà di dialogare con un esplicito richiamo alla protezione dell’industria nazionale e alla preparazione di contromisure robuste: proprio ieri la Camera di commercio e industria tedesca ha detto che l’insicurezza dovuta alla politica tariffaria statunitense potrebbe ridurre le esportazioni tedesche verso la più grande economia mondiale di un miliardo di euro al mese.

Un’Italia così integrata nel commercio globale avrebbe bisogno di una maggiore presenza in certi dibattiti, una maggiore incisività nel rappresentare i propri interessi all’interno dell’Unione e una strategia chiara che non si limiti alla difesa passiva. I mercati emergenti devono essere visti come un’opportunità e non solo un piano B da rispolverare quando la guerra commerciale di Trump ha già prodotto i suoi effetti negativi.

Non è solo un calcolo economico-commerciale, è anche diplomazia. Trump fa il bullo e agita i dazi. L’Italia e l’Europa devono rispondere, devono dimostrare che in un mercato globale libero e sano ci sono opportunità per tutti. Chi preferisce alzare muri ne paga le conseguenze.

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