
Qualche giorno fa un mio amico e collega giornalista mi ha chiesto come è cambiata la vita ebraica dal 7 ottobre 2023, il giorno più triste e drammatico per il popolo di Israele dalla seconda guerra mondiale a oggi.
Il trauma di quel giorno non è superato, il dolore profondo, il pensiero e la pena per gli ostaggi rapiti e deportati a Gaza, le preghiere per i ragazzi in divisa costretti a una guerra che mai avrebbero voluto combattere, nell’inferno di un conflitto asimmetrico che si combatte in superficie e nei tunnel, confrontandosi con un nemico vile che si confonde con la propria gente, in mezzo a donne e bambini inermi e utilizzati come scudi umani da belve senza scrupoli. E intanto, da quel giorno, un fiume carsico: l’odio antiebraico ormai manifestato senza reticenze e pudori.
La caccia all’ebreo nelle strade d’Europa, in Australia, negli Stati Uniti, la violenza verbale e purtroppo fisica che lascia senza fiato per l’idiozia di chi la manifesta. Le parole che pesano come macigni e utilizzate con leggerezza e noncuranza: «genocidio», «sterminio», «massacri», «apartheid», «pulizia etnica». Ci si dimentica che è in corso una guerra, sporca e cattiva, e che la guerra provoca vittime innocenti, da sempre. In questa guerra l’ebreo rapito e deportato diviene, in un macabro ribaltamento dei ruoli, il carnefice, l’assassino, il predatore; e Israele la nazione paria della Storia.
Come si torna alla normalità dopo questa onda burrascosa che non accenna a placarsi? Grazie alla forza morale che da secoli accompagna il popolo ebraico, la capacità di adattarsi e venire a capo anche dei momenti più tragici e pericolosi.
«Gam zu le tova’!» dice il Talmud, tutto viene per il bene, e ricorda la frase dettata in tempi moderni da Golda Meir: «Il pessimismo è un lusso che un ebreo non può permettersi». Il popolo ebraico, nella sofferenza, è consapevole di essere portatore di valori, cultura, pensiero da secoli e sa perfettamente che questo è un momento, un passaggio, uno dei capitoli del percorso dell’umanità che passerà come sono passati gli Egizi, i Greci, i Romani, i Babilonesi, le Crociate, secoli di ghetti e l’Inquisizione, i pogrom e i gulag, il nazismo e Auschwitz.
Il 7 ottobre 2023 è un capitolo triste, orrendo per quanto accaduto in quel giorno e per le conseguenze derivate da quel giorno. Altri nemici e altre sfide da affrontare, consapevoli della forza bimillenaria che mai ha abbandonato l’ebreo in ogni frangente e peripezia. Qui in Italia, la consapevolezza del pericolo, l’urgenza del dover vivere protetti, è datata 9 ottobre 1982, quando i terroristi palestinesi seminarono odio e morte all’entrata della Sinagoga.
Quel giorno, quarantatré anni fa, una generazione intera di ebrei del nostro Paese ha perso l’innocenza e compreso, in quel dolore per l’assassinio del piccolo Stefano Gai Taché z’’l, che la Storia si ripete e che il nemico cambia volto, cambia lingua, cambia connotazioni, ma porta sempre con sé lo stesso odio, la stessa rabbia repressa, lo stesso rancore verso l’ebreo. Da lì, la necessità di adattarsi alla straordinarietà di una vita blindata.
Non è normale dover entrare scortati in una scuola o in un luogo di preghiera, come non è normale aver timore di esibire simboli ebraici mettendo a rischio l’incolumità, ma l’ebreo lo fa, seguita a farlo e lo farà, sempre e comunque. L’ebreo non ha paura.
L’ebreo è inquieto per una campagna d’odio profonda e distorsiva della realtà, freme davanti a un talk televisivo dove si vomitano bugie e nefandezze verso Israele, vibra di indignazione quando politici da operetta gli chiedono di dissociarsi dal Paese che è il luogo dell’anima e il riferimento ancestrale, ma l’ebreo non ha paura.
Da quella mattinata orribile di ottobre il patto sociale che legava la coscienza collettiva al «Mai Più» della Shoah si è sciolto. L’ebreo è tornato a essere attaccabile, come se la vulnerabilità verificatasi ed esibita al Nova Festival e nei kibbutzim israeliani fosse esportabile.
La belva antisemita che covava nelle pance e nelle menti di tanti ha trovato licenza, e i distinguo tra antisionismo e odio antiebraico una foglia di fico per menti perverse che hanno trovato la loro valvola di sfogo. Di contro, una nutrita schiera silenziosa e pacifica ha capito la portata drammatica del momento e non ha smesso un momento di portare calore e affetto ai propri amici e fratelli ebrei, sostenendo Israele con amore e passione. Se si riesce a vivere normalmente una parentesi della Storia che non è normale, è anche grazie a chi si è schierato dalla parte giusta senza reticenze, senza se e senza ma, senza «Israele però». A loro un ringraziamento di cuore.
A chi critica con onestà intellettuale e cerca di comprendere le ragioni degli uni e degli altri, l’invito a sedersi a un tavolo e ragionare assieme. A chi indossa la casacca dell’odio e della propaganda nulla da dire: il tempo è galantuomo e contribuirà a far crollare le certezze da ultras attualmente in corso. La vita ebraica prosegue, il popolo di Israele vive, passeremo anche questa.
Un’ultima annotazione per i Cetto La Qualunque, il cui ciuffo ricorda sinistramente quello di qualche politico del nostro Paese. Assistere alle immagini della devastazione di Gaza fa piangere il cuore a ogni essere umano, e il cuore ebraico è enorme. Assieme al cuore bisognerebbe usare la mente e individuare le responsabilità di chi ha scatenato tutto questo e lo ha voluto meschinamente: ed è Hamas, assieme ai suoi ispiratori e sponsor internazionali. Solo con il ritorno a casa dei rapiti israeliani di Gaza tutto questo finirà. Speriamo il prima possibile.