
Nel 2019, quando la Commissione europea presentava il Green Deal e la strategia Farm to Fork, sembrava che qualcosa potesse davvero cambiare. Meno pesticidi, più biodiversità, meno CO₂, più reddito per chi coltiva e trasforma. Sembrava davvero una nuova direzione per un’Europa più giusta e sostenibile nella produzione alimentare.
A distanza di cinque anni, però, quella promessa si è persa nella confusione dei compromessi. Il nuovo report pubblicato da Terra!, “La transizione tradita. Come l’agroindustria ha fermato il Green Deal in agricoltura”, racconta nel dettaglio cosa è successo. E non è un giallo: i colpevoli sono in bella vista. Lobby, governi deboli, paure reali e strumentalizzazioni politiche hanno affossato uno dei progetti più ambiziosi della politica europea contemporanea.
Una marcia indietro organizzata
L’invasione dell’Ucraina ha rappresentato il punto di svolta. Di fronte alla crisi del grano – o meglio, alla narrazione di una possibile crisi alimentare globale – l’Europa ha scelto di tornare alla produttività a tutti i costi. Come? Con deroghe ambientali, sospensioni normative, concessioni all’agroindustria. Il risultato: la parola sostenibilità è scomparsa dai documenti ufficiali, la strategia Farm to Fork è stata messa nel cassetto, e l’ambizione ecologica della Pac (Politica Agricola Comune) è stata ridotta all’osso.
Il rapporto ricostruisce questa storia passo per passo: dal blocco dei cereali nei porti ucraini alle proteste dei trattori, dalla deregolamentazione dei pesticidi alla rimozione degli allevamenti intensivi dalle norme sulle emissioni. Tutti segnali che indicano chiaramente una direzione: non è il pianeta a dettare l’agenda, ma il mercato.
I numeri della crisi
Dietro questa retromarcia ci sono numeri difficili da ignorare. Secondo i dati raccolti nel report, oggi, su 100 euro spesi per cibo, all’agricoltore restano solo 7 euro (1,5 se parliamo di prodotti trasformati). Tra il 2022 e il 2023, i prezzi pagati agli agricoltori sono calati del dieci per cento in oltre undici Paesi europei. L’inflazione alimentare ha raggiunto picchi del +15 per cento, e il 22 per cento della popolazione italiana è a rischio povertà alimentare. Nel 2024, la temperatura media globale ha superato di 1,5°C i livelli preindustriali, impattando direttamente sulle rese agricole.
In altre parole, chi produce guadagna meno, chi consuma spende di più, e il sistema nel suo complesso contribuisce al riscaldamento globale. Una crisi multilivello in cui a rimetterci sono tutti, tranne chi sta in cima alla filiera.
Ma per chi è un limite il Green Deal?
Secondo il report, il vero ostacolo non è stato la guerra né la siccità. È stata la resistenza culturale e politica a cambiare modello. L’agroindustria ha saputo trasformare una crisi in un’occasione per rallentare le riforme, con l’aiuto decisivo di alcuni governi e partiti europei. Lo dimostrano le scelte recenti.
Il ritiro del regolamento europeo sui pesticidi (SUR), che doveva tagliare del 50 per cento l’uso dei prodotti chimici entro il 2030.
La riformulazione della Nature Restoration Law (la legge europea approvata nel 2024 che ha l’obiettivo di ripristinare almeno il 20 per cento degli ecosistemi terrestri e marini dell’Unione europea entro il 2030, e fino al 90 per cento entro il 2050), che esclude gli interventi nei territori agricoli.
La revisione al ribasso della Direttiva sulle emissioni industriali, che esclude gli allevamenti bovini, principali responsabili delle emissioni di metano.
L’approvazione della nuova normativa sugli imballaggi con ampie deroghe per l’agroindustria, compresi gli imballi monouso per insalate e IV gamma.
Il caso italiano: mais, allevamenti e contraddizioni
Il rapporto dedica un intero capitolo all’Italia e al suo rapporto problematico con il mais. La produzione nazionale è in crisi da vent’anni: da dieci milioni di tonnellate nel 2000 siamo scesi a meno di cinque nel 2024. Eppure, la domanda resta alta, perché il 77 per cento del mais è destinato agli allevamenti intensivi, soprattutto quelli legati alle produzioni Dop.
Nel 2022, il mais ucraino sbarca nei porti italiani come soluzione alla zootecnia nazionale. Ma l’agricoltura non si risolve così: la dipendenza da importazioni, le malattie del mais, la crisi climatica e la riduzione dei contributi Pac hanno reso il settore sempre più fragile. Eppure, invece di investire in modelli più resilienti, abbiamo usato la scusa della crisi per rinunciare alla transizione.
Un’agricoltura che non decide mai da che parte stare
Il punto, scrive il rapporto, è che l’agricoltura europea è bloccata in un paradosso: è vittima e carnefice della crisi climatica, e allo stesso tempo strumento e ostacolo del cambiamento. Per chi lavora davvero la terra, il Green Deal non è un problema: è una necessità. Ma il sistema — fatto di filiere lunghe, grandi numeri, monoculture e lobby — resiste con forza a ogni tentativo di cambiamento.
E così, nel nome della sovranità alimentare, coltiviamo il quattro per cento di terreni prima destinati alla biodiversità, e ci illudiamo di aumentare l’autosufficienza. Ma lo dice la stessa Commissione europea: non c’è mai stato un vero rischio di carestia in Europa. La minaccia non era la fame, ma il margine di profitto.
Un’occasione sprecata
“La transizione tradita” è un report che non si limita alla denuncia: interroga i lettori, i cittadini, i consumatori. Serve una vera riforma della politica agricola europea. Non più vie di mezzo, ma scelte nette. Serve una nuova idea di agricoltura che non si limiti a produrre di più, ma meglio, che paghi il giusto chi lavora e che rigeneri il suolo anziché sfruttarlo.
Il cibo deve tornare a essere strumento politico perché nella sua produzione si muovono gli interessi di molti e il benessere di tutti. Pensare di osservare passivamente il cibo sullo scaffale e farci andare bene quel che c’è, è una scelta che non possiamo più permetterci.
Il report completo di Terra! è disponibile sul loro sito.