«Quasi zero»Il preoccupante immobilismo dei negoziati intermedi sul clima di Bonn

La Cina «domina su tutti i dossier», gli Stati Uniti latitano e l’Unione europea arranca. Le trattative preparatorie in vista della Cop30 (10-21 novembre) non hanno prodotto alcuna bozza. È una brutta notizia per la conferenza di Belém, ma occorre attendere il vertice dei Brics (6-7 luglio) per fare una valutazione più completa

Photo: UN Climate Change - Lara Murillo

«Questi appuntamenti, di solito, sono più rilassati; sentire delegati discutere ad alta voce su decisioni prese sei mesi prima è un indice di mancanza di dialogo». A parlare è Jacopo Bencini, presidente di Italian climate network (Icn), che ha partecipato ai negoziati intermedi sul clima di Bonn, fondamentali nell’ottica della trentesima Conferenza delle parti (Cop) di Belém del 10-21 novembre.

L’evento, durato due settimane, era già partito con il piede sbagliato a causa di un ritardo di quasi due giorni nell’adozione dell’agenda dei lavori. Un pessimo segnale che ha poi trovato conferme nell’esito finale del negoziato intermedio, che di solito serve a preparare (o quantomeno a immaginare) la bozza da discutere nelle sedi diplomatiche delle Cop. 

Da Bonn, però, non è emerso alcun testo. Solo discussioni, divergenze e, nel migliore dei casi, note informali, che non hanno valore legale. La Cop30 sul clima è quindi in difficoltà ancora prima di cominciare, con il Brasile incastrato nel delicatissimo ruolo di mediatore tra i Paesi in via di sviluppo (nei quali rientra anche la Cina, ormai regina del multilateralismo climatico) e il blocco occidentale privo degli Stati Uniti. I negoziati in Germania sono stati lo specchio dei nuovi assetti geopolitici e dell’agenda politica internazionale. Che vede il riscaldamento globale – nonostante sia sulla via del peggioramento – sempre più in fondo alla lista delle priorità dei governi. 

Jacopo Bencini, quanto ha pesato il riposizionamento degli Stati Uniti sui temi climatici all’interno di questi negoziati intermedi?
Formalmente gli Stati Uniti sono ancora all’interno della Convenzione del 1992 (l’Unfccc, Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, ndr). Per abbandonarla, Donald Trump dovrebbe passare da un voto del congresso, ma è improbabile che accada. Gli Stati Uniti sono usciti nuovamente dall’accordo di Parigi, ma la decisione diventerà formale nel febbraio 2026, a un anno dalla comunicazione ufficiale del ritiro. Questo per dire che gli Stati Uniti sono ancora tenuti a inviare delle delegazioni: sia nei negoziati ordinari della Convenzione, sia nei negoziati dedicati ai firmatari dell’accordo di Parigi. A Bonn, però, non c’erano delegati statunitensi. La loro assenza ha sicuramente avuto un peso. C’è però una cosa importante da specificare.

Cosa?
A partire dagli ultimi anni della presidenza di Joe Biden, la presenza diplomatica degli Stati Uniti in questi contesti è risultata meno significativa. Come Italian climate network, già dalla Cop28 di Dubai abbiamo smesso di considerare gli Stati Uniti un attore chiave, al netto della loro portata di emissioni. 

Quali sono, oggi, gli attori più importanti nei contesti della diplomazia climatica?
Cina, Unione europea, Canada, Australia. E anche la Svizzera. Il Paese centrale è la Cina, che vince politicamente su tutti i dossier. Alla Cop29 di Baku, Pechino ha trionfato anche sul tema della finanza climatica: scrivere nel testo finale che verranno mobilitati 1.300 miliardi di aiuti (ai Paesi in via di sviluppo entro il 2035, ndr) è una vittoria del G77 (organizzazione intergovernativa che include più di 130 Paesi, principalmente in via di sviluppo, ndr).  

Che ruolo ha avuto la Cina nei negoziati intermedi appena conclusi?
«La Cina è diventata il primo contributore per i lavori della Convenzione. La delegazione di Pechino si è presentata con un contributo aggiuntivo – sul previsionale 2026-2027 – del cinque per cento rispetto al passato. Significa che la Cina rappresenterà il venti per cento del budget del segretariato dell’Unfccc, che serve a organizzare i negoziati e tutti i lavori. Gli Stati Uniti, fino allo scorso bilancio, contribuivano con il ventidue per cento, ma Trump ha deciso di ritirare i fondi e la Cina è diventata la Nazione che contribuisce maggiormente. L’apporto statunitense dovrebbe essere sostituito da Bloomberg Philanthropies: è un’entrata importante in termini politici e di finanza privata filantropica. Ma la Cina rimane il Paese principale nel sostenere questi negoziati sul clima. A livello geopolitico è un colpo importante. 

Salutate Bonn con tante note informali, ma senza una bozza. È un risultato che complicherà la Cop30 di novembre? Cosa cambierà nel concreto?
È come presentarsi a una riunione con degli appunti al posto di un report. Siamo usciti da Bonn senza alcun tipo di bozza di decisione, ma solo con note informali o conversazioni interamente rinviate. In teoria, i negoziati intermedi servono a preparare le bozze dei negoziati principali, ossia le Cop. L’assenza di un testo è preoccupante soprattutto per i brasiliani. Oltre ai focus sulla giusta transizione e l’adattamento, la Cop30 di Belém sarà molto ampia in termini di temi trattati. Ecco perché l’anno scorso, durante l’ultima notte della Cop29, la delegazione brasiliana ha insistito così tanto per arrivare a un accordo sulla finanza climatica: non voleva quel dossier, ne ha già troppi. Uscire da Bonn senza un accordo di minima su nessun tema allarma i negoziatori, perché al primo giorno della Cop30 – dopo l’adozione dell’agenda, con i Paesi del G77 che tenteranno nuovamente un attacco al Carbon border adjustment mechanism (Cbam) europeo – si ripartirà dal “quasi zero” di Bonn. 

La finanza climatica sarà un tema cardine anche durante la Cop brasiliana?
Sicuramente. Ci porteremo dietro per anni ciò che è successo durante l’ultima notte della Cop29. La Cop30 sarà ospitata dal Brasile, che quest’anno ha la presidenza di turno del Brics. È dai Paesi Brics che solitamente arrivano le spinte contro le misure commerciali del Green deal europeo e del Cbam britannico. Il Brasile, quindi, si trova in una posizione diplomatica molto delicata, di mediazione tra Nord e Sud del mondo. Sarà necessario che il G7 e i Paesi Brics si parlino molto prima dell’inizio della Cop30 di novembre. A luglio uscirà il comunicato finale del summit del Brics: da lì si capiranno molte cose sul livello di aggressività di questi Paesi nei confronti dell’Occidente. 

Le guerre in corso e i dazi della Casa Bianca hanno avuto un grosso impatto sui negoziati?
C’è un problema di dialogo tra le delegazioni. Il dibattito è sempre più polarizzato, e quello che accade fuori dalle sale – tra conflitti armati e guerre commerciali – incide moltissimo. La conversazione sul clima è sempre più inquinata da fattori esterni e dalla mancanza di comprensione reciproca. I negoziati intermedi, di solito, sono più rilassati; sentire delegati discutere in sala ad alta voce su decisioni già prese sei mesi prima sulla finanza climatica è un indice di mancanza di dialogo.

I Paesi sviluppati e i piccoli Stati insulari si sono opposti alla creazione di una piattaforma in grado di favorire l’implementazione degli obiettivi climatici nei Paesi in via di sviluppo. Perché?
La piattaforma fa parte del Mitigation world program, nato con l’obiettivo di fare un passo in più rispetto agli Ndc (i piani nazionali sulla riduzione delle emissioni, ndr). Questa era l’idea dell’Unione europea e degli Stati insulari nel 2021. In questi anni il Mitigation world program si è arenato, ma il negoziato di Bonn ha prodotto una nota informale: è un risultato paradossalmente positivo, perché non era mai successo. Tuttavia, il tema della piattaforma non ha creato condivisione tra gli Stati. La questione ruotava intorno all’idea di non lavorare su ulteriori obiettivi sulla riduzione delle emissioni (mitigazione, ndr), creando invece una piattaforma di dialogo e condivisione di buone pratiche. Si tratta di una proposta che, chiaramente, i Paesi che hanno immaginato il Mitigation world program non potevano accettare. L’ennesima piattaforma di dialogo probabilmente non serve a nessuno. Nei calendari dei negoziati delle Cop ci sono già molti dialoghi che poi non portano a decisioni concrete o formali. 

Infine, l’Unione europea: come si è presentata a Bonn dopo tutti i passi indietro sul Green deal?
Per la seconda volta in sei mesi, l’Unione europea ha partecipato ai negoziati con una posizione storica e non attuale. Cosa significa? A Baku, durante la Cop29, non era ancora stato completato il processo di formazione della Commissione europea e delle direzioni generali, e l’Ue si era presentata con posizioni che non derivavano da una vera elaborazione politica interna. A Bonn, l’Ue si è presentata in attesa dell’obiettivo intermedio al 2040 sul taglio delle emissioni (-90 per cento rispetto ai livelli del 1990, ndr), che verrà presentato il 2 luglio. Da quell’obiettivo discende il target al 2035 (-55 per cento, ndr) che andrà a costituire l’Ndc sotto l’accordo di Parigi. L’Ue non è arrivata a Bonn con l’Ndc già definito soprattutto a causa delle fratture interne al Partito popolare europeo (Ppe). Probabilmente il suo piano sulla riduzione delle emissioni vedrà la luce a settembre: un ritardo enorme. 

Photo: UN Climate Change – Lara Murillo

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