Armi senza frontiereCina e Corea del Nord sono diventate il motore dell’esercito di Putin

Un nuovo report della Kyiv School of Economics mostra come Pechino e Pyongyang alimentino lo sforzo bellico della Russia fornendo tecnologie, macchinari, esplosivi e munizioni

AP/Lapresse

La settimana scorsa l’intelligence ucraina ha smontato un drone russo intercettato dalla difesa aerea. Era uno di quei droni-esca usati per ingannare i sistemi difensivi, un drone a basso costo ma all’apparenza simile allo Shahed-136 iraniano. I tecnici hanno scoperto che tutte le componenti del velivolo senza pilota erano importate dalla Cina, peraltro dalla Cuav Technology, che opera principalmente nel settore dei droni civili – segmento in cui Pechino ha costruito un primato mondiale negli ultimi anni.

Al fronte, la guerra in Ucraina si combatte con droni, trincee e artiglieria. Ma dietro le linee, è una guerra combattuta anche nei magazzini della logistica, sui binari transfrontalieri, tra le pieghe di contratti civili e componenti tecnologiche.

Il drone esca made in China è il sintomo di un legame sempre più stretto tra Russia e Cina sul fronte militare. Un nuovo report del centro studi della Kyiv School of Economics (Kse), intitolato “Disassembling the Russian War Machine: Logistics, Chokepoints, and Dependencies”, racconta come la macchina da guerra al servizio di Vladimir Putin sopravviva grazie a un ponte logistico con la Cina e la Corea del Nord.

Limitato da sanzioni internazionali, e con scorte di epoca sovietica ormai ridotte all’osso dopo tre anni e mezzo di guerra, l’esercito russo è sempre più dipendente da armamenti, materiali esplosivi e componenti tecnologiche dei suoi principali alleati asiatici. Il report della Kse ha analizzato la rete logistica e industriale che sostiene lo sforzo bellico russo. «L’economia di guerra della Russia si è rivolta totalmente al fronte orientale e ha sviluppato una dipendenza dalle importazioni cinesi, con solo un piccolo gruppo di grandi compagnie logistiche a facilitare le connessioni commerciali», scrivono gli autori.

Secondo i dati raccolti nel report, il volume di cargo ferroviario ai confini orientali della Russia – soprattutto con la Cina – è raddoppiato dal 2021 al 2024, passando da sette a quattordici milioni di tonnellate. Una quota sempre più significativa è destinata al complesso militare-industriale (Mic), con un’attenzione particolare a macchinari, veicoli e componenti industriali critici.

Tra i prodotti più importati ci sono macchinari e attrezzature (+63 per cento tra il 2021 e il 2024), veicoli e ricambi di auto, pneumatici compresi (quasi mezzo milione di tonnellate nel 2024), parti plastiche e componentistica industriale (sempre oltre le trecentomila tonnellate annue). E il flusso di queste importazioni grava su pochi operatori, molti dei quali appaiono formalmente come industrie civili anche se hanno con legami diretti e riconosciuti con l’esercito di Mosca: sono OblTransTerminal, Logoper, STS Logistics, Ekodor, TransContainer. In pratica, è una rete di trasporto mascherata da attività commerciale che garantisce l’accesso continuo della Russia a beni che sarebbero altrimenti soggetti a restrizioni internazionali.

Non c’è solo la Cina. La più piccola Corea del Nord ha fornito a Mosca 244.000 tonnellate di materiali esplosivi solo nel 2024, più della metà del volume totale destinato agli arsenali. Qui il principale hub logistico è il porto orientale di Nakhodka, che riceve gli aiuti militari. Da qui la merce viaggia verso i principali depositi militari strategici della Russia, in Ossezia del Nord, alla base di Kedrovka di Ekaterinburg, a Tresvyatskaya (vicino Voronezh) e Tselina (nella zona di Rostov). «Anche se le quantità sembrano essere leggermente calate nel primo trimestre 2025, la percentuale relativa è aumentata, suggerendo che l’esercito russo dipende in modo crescente da questi rifornimenti esterni, soprattutto per mantenere la capacità offensiva nel conflitto in Ucraina», si legge nel report.

Un’analisi del Financial Times – che ha potuto consultare il report in anticipo – ha evidenziato una riduzione drastica nell’invio di materiali per la ristrutturazione e la riparazione dei veicoli da combattimento nell’ultimo anno. Fin dal 2022, la Russia ha cercato di riadattare i mezzi dismessi di epoca sovietica per poterli inviare in prima linea. In Ucraina sono stati schierati molti carri armati T-72 e T-80 già visti in azione negli anni Settanta. Sporadicamente sono stati usati anche alcuni carri armati T-54, entrati in produzione alla fine degli anni Quaranta.

Il calo delle consegne di nuovi materiali per i veicoli blindati di epoca sovietica è un piccolo segnale della perdita di efficacia e di risorse dell’esercito. Ma non vuol dire che Mosca sia prossima all’esaurimento delle scorte militari. Pavlo Shkurenko, analista della Kse, spiega che parte di questa riduzione è dovuta al fatto che «l’esercito ha cambiato le sue tattiche di guerra impiegando sempre meno veicoli di questo tipo e, inoltre, le forze armate stanno investendo molto per accumulare nuove scorte».

Il quadro che emerge dallo studio suggerirebbe all’Ucraina e ai suoi alleati occidentali di colpire quei segmenti della logistica non ancora sanzionati a livello internazionale: sarebbe uno strumento efficace per degradare la capacità bellica russa. «Aziende apparentemente civili, che danno una grossa mano all’esercito russo, non dovrebbero avere accesso a mercati commerciali o finanziari occidentali», scrivono gli autori. «Sanzionarli vorrebbe dire ridurre drasticamente la loro capacità di alimentare la macchina da guerra russa». E anzi, bisognerebbe insistere anche con le sanzioni dirette per la Russia: «Rimuovere ora le sanzioni – si legge ancora nel report – sarebbe un errore strategico. A questo punto del conflitto ogni sollievo economico-militare permetterebbe alla Russia di rafforzare le sue posizioni e portare una minaccia diretta alla sicurezza europea».

La sfida per l’Occidente è duplice: da un lato bisogna identificare e bloccare le aziende formalmente civili che sostengono l’esercito di Putin, soprattutto nel settore logistico e dei componenti industriali; dall’altro, servirà rafforzare il coordinamento sul controllo delle tecnologie dual-use, per evitare che moduli civili (come quelli del drone cinese Cuav) finiscano sistematicamente nei sistemi d’arma russi. Perché la guerra in Ucraina si combatte anche sul terreno opaco delle catene di approvvigionamento. E la loro interruzione, più di molte armi, può incidere sul risultato.

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