
Quando sento dire che viaggiare apre la mente, vorrei sempre mettermi a litigare. Mai come oggi – che prendere un aereo costa meno che prendere un taxi per l’aeroporto, e tuttavia la gente è compattamente imbecille – è evidente che viaggiare non ti rende più sveglio, più colto, più in grado di capire gli altri.
Tuttavia le frasi fatte, una volta che hanno attecchito, non le scrosti più, e infatti continuiamo anche a dire che leggere apre la mente, quando abbiamo la scuola dell’obbligo da tante di quelle generazioni che ormai dovremmo avere menti più aperte che mai, e invece.
Ricordo benissimo i miei due shock culturali da viaggio, uno a undici anni e l’altro a quindici, e tutti e due in quelle fondamentali istituzioni accademiche che sono i grandi magazzini. A Parigi, alle Galeries Lafayette, le scale mobili scendevano. Alla Standa di Bologna salivano e basta, e quindi in Francia mi cappottai: nessuno mi aveva insegnato a prendere le scale mobili in discesa (oggi ci saranno dei tutorial, immagino).
In un agosto newyorkese, invece, caldo come l’agosto in città lo era già prima del riscaldamento globale, mi presi la bronchite: entravi da Bloomingdale’s e c’era un’aria condizionata come quella che c’è a casa mia adesso, a 18 gradi. Anche lì, non t’insegnavano a vivere, non c’erano tutorial, e nessuno m’aveva detto di portarmi un golfino per quando entravo accaldata in quel delizioso gelo.
Tornai dal mio primo giro a New York convinta che le cose importanti di quella città fossero che non potevi telefonare al taxi per dirgli di venire dov’eri, che dentro i posti faceva freddo, e che i furgoni dove nei film prendevano gli hot dog puzzavano moltissimo. Avevo quindici anni, e avevo capito New York più di quanto la capisca adesso.
Negli anni, su certe cose si sono adeguati loro (che cos’è Uber se non un newyorkese che s’è stufato di stare col braccio alzato finché non si ferma un taxi?), e su certe noi. I negozi sono diventati il rifugio dalla calura se d’estate fai l’errore d’andare in giro in città. Sul New Yorker c’è una vignetta in cui una tizia dice a una commessa di boutique che la chiama lei se le serve qualcos’altro oltre all’aria condizionata, e sembra me al Prada in galleria a Milano, dove entro ormai più per l’aria condizionata che per i golfini (grazie commesse che fingete di prendermi sul serio come cliente altospendente e non solo come portatrice di caldane).
Su certe ci siamo adeguati noi, ma non abbastanza. Di recente, in Italia, ho passato quasi tutto un concerto nei camerini: in tutto il resto dello stadio non c’era l’aria condizionata. La mia amica non sapeva neanche una canzone, ma non è scesa con me, è rimasta all’aperto e le ha ascoltate tutte, spiegandomi che lei è contraria all’aria condizionata.
Come si fa a essere contrari all’aria condizionata? È come essere contrari all’acqua gassata, alla spiaggia alle otto di mattina prima che arrivi la gente, a rivedere “The social network” o “Conoscenza carnale”, alla granita di pesca come la fanno solo in un posto in Sicilia che non vi dico qual è sennò ci andate tutti e me lo rovinate, a rileggere i “Sillabari”, ad aprile che fa già buio tardi ma non si muore ancora di caldo, alla schiuma montata a freddo del cappuccino, ai bis di Springsteen, al Cervaro della Sala: il mondo ti serve una delle sue grandi meraviglie, e tu dici che sei contraria. Non è che possiamo discutere, possiamo solo far finta che tu non l’abbia detto.
Avere un brutto carattere ha moltissimi vantaggi, uno di essi è che la gente si nasconde dietro la tua prepotenza. L’altro giorno ero dal parrucchiere, è entrato un conoscente di quello che mi stava mettendo la tinta in testa, il parrucchiere mi ha detto poi che era il proprietario di certi negozi lì vicino; con aria sbruffona ha cercato di vendergli delle criptovalute (le nuove scimmie di mare), e poi ha detto: che freddo, spegni. Non ho neanche dovuto dire niente, quello della tinta mi conosce e mi ha indicata: dillo a lei. Il tizio se n’è andato, portandosi via le scimmie di mare e l’incapacità di apprezzare le grandi meraviglie del mondo.
Qualche giorno fa il Wall Street Journal diceva che l’aria condizionata è il nuovo argomento caldo (il gioco di parole non è mio, prendetevela con loro) della politica europea. Poiché tutti abbiamo diritto alla più favolosa invenzione dell’uomo, dicevano che entro il 2050 l’aria condizionata aumenterà il bisogno energetico dell’Italia del dieci per cento.
Politicamente, l’aria condizionata può essere impresentabile, e non solo per la domanda draghiana «volete la pace o l’aria condizionata» (alla quale, se chiedete a me, c’è una sola risposta possibile). Marine Le Pen settimane fa ha detto che ci vuole l’aria condizionata negli ospedali e nelle scuole, e ancora più che ai tempi di Draghi noi che apprezziamo le meraviglie del mondo ci siamo trovate allineate con partiti che non voteremmo mai. Ma che cos’è la coerenza politica, quando puoi avere diciotto gradi e la luce fino a tardi?
Il primo ministro Bayrou aveva risposto che l’aria condizionata va bene per le persone vulnerabili ma noialtri dobbiamo soffrire; ma, se dovevamo patire in quanto sani, allora tanto valeva la guerra, scusate: l’aria condizionata è un diritto fondamentale per tutti, la mia messa in piega che non può disfarsi per il sudore vale quanto la convalescenza del malato che non deve soffrire vieppiù.
Non sapevo chi fosse Andrew Bowie, conservatore inglese, ma scopro dal Wall Street Journal che ha detto al sindaco di Londra di finirla con «la mentalità da poveri rispetto alla riduzione dell’uso dell’energia»: basta con questi palazzi con l’isolamento termico che se li costruisci bene l’aria condizionata non ti serve, ti serve sempre, ti serve comunque, è estate, fa caldo, è un fastidio che si può risolvere, a cosa serve la politica se non a risolvere i miei fastidi? Il sindaco di Londra caldeggia i ventilatori (stavolta il gioco di parole è mio, scusate), ma è Bowie ad avere il mio voto.
“L’Inghilterra e l’Europa devono far sul serio sull’aria condizionata”, ha titolato due settimane fa il Financial Times, ricordando che nel Novecento avevano chiesto a un premier di Singapore come avesse fatto a far passare il paese dalla stagnazione al dinamismo, e quello aveva risposto: con la tolleranza multietnica e con l’aria condizionata.
Certo che ci vuole l’aria condizionata nelle scuole se vogliamo che i ragazzini restino lì in estate a recuperare le ore in cui invece di insegnargli le tabelline gli hanno fatto lezione di antisessismo di antispecismo e di antimilitarismo – ma il problema è: quante madri di ragazzini saranno come la mia amica contraria all’aria condizionata?
Ogni estate c’è almeno un americano il cui post diventa virale perché dice che è stato in Europa ed è uno scenario di miserabili: la gente stende i panni e non ha l’aria condizionata, sono poveri come nel terzo mondo. Ogni estate alzo gli occhi al cielo, perché l’asciugatrice rovina i tessuti, e solo gente vestita male può pensare di adoperarla, ma soprattutto perché gli americani, ottusi come sono, non capiranno mai che siamo fatti al novanta per cento di abitudini.
All’americano se gli levi l’aria condizionata fa la rivoluzione, all’italiano se gliela dai ti dice che è contrario. Non so quante generazioni ci vorranno per cambiare questo stato di cose, per ora sono disposta a sedermi dal lato di Marine Le Pen e di quel Bowie che non ha scritto “Changes”. Pazienza se è un lato di destra: l’importante è che sia un lato climatizzato a diciotto gradi.