Lamento di Porta NuovaBeppe Sala, Ferragni e la differenza tra governare e comunicare

Milano funziona, a differenza di Bologna che si auto-percepisce efficiente. Certo che è cara, tutte le città appetibili lo sono, ma mica per colpa dei fondi e delle influencer

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Esattamente quattordici anni fa, stavo rimpiangendo Letizia Moratti, lamentandomi dell’aumento del biglietto di autobus e tram e metrò, e maledicendo il non ripristino del tram 29/30. Perché l’avessero tolto non ricordo (ci saranno stati dei lavori), ma so che nelle mie lamentele taggavo un assessore.

Esattamente undici anni fa, ancora non abituata alla costruzione di Gae Aulenti e all’essere la zona in cui non c’era fino a poco prima nessuno divenuta una zona in cui l’umanità passava il tempo, mi lamentavo di un’esibizione serale di Alex Britti da cui i doppi vetri non m’isolavano abbastanza.

Esattamente sei anni fa, i miei ricordi di Facebook – che sono la mia unica memoria, e che coprono la mia vita giusti giusti da quando traslocai a Milano – riportano queste due righe: «I Frecciarossa sospesi per incendio, Linate che sta per chiudere: stiamo perfezionando il piano per impedire ai romani di venire a Milano, ci siamo quasi».

Non ho mai sentito nessuno parlare bene di Milano. C’è una ragione, ed è abbastanza ovvia: i bolognesi e i romani odiano il fatto che quel minimissimo di efficienza milanese faccia risaltare la loro cialtroneria, e ai milanesi non importa nulla di difendere Milano. Anzi: se ne lamentano con voluttà.

Se c’è una differenza sostanziale tra Milano e Bologna, sta nel posizionamento rispetto alla lamentela: non c’è un bolognese che non ripeta come una formula magica in una lingua ignota che i bolognesi si lamentano in continuazione, e non c’è un bolognese che si lamenti (e dire che ragioni ne avrebbero). Il bolognese ti dice che i bolognesi si lamentano, e il suo sottotesto è: cos’avremo poi da lamentarci, viviamo nel posto più bello e meglio gestito del mondo (il bolognese è convinto di vivere sotto Lorenzo il Magnifico).

Il milanese, se la gialla arriva in sei minuti invece che in tre, reagisce come se una mattina, svegliatosi da sonni agitati, si fosse trovato trasformato in romano. Il milanese ha delle pretese, il bolognese ha del fideismo. (Il romano ha dei monumenti e dei tramonti).

Adesso che Milano è nelle cronache, ai suoi detrattori che vivono altrove non sembra vero, e si precipitano a dire ai milanesi «io ve l’avevo detto», e i milanesi non sanno come dir loro che veramente nessuno è più critico di Milano di chi ci vive.

Sono due mesi che ripeto che da Sissi ho pagato cinque euro e ottanta un cappuccino e una brioche: veramente volete spiegarmi che Milano è cara? Le città appetibili sono care: Zohan Mamdani ha vinto le primarie da sindaco promettendo di fare di New York una città che i suoi abitanti possano permettersi, ma nessuno ha ancora capito come.

Le città appetibili sono care non da oggi – che possiamo dare la colpa ai fondi di investimento e alle influencer – e infatti sono più di cent’anni che esiste il London Weighting, perché se fai il poliziotto o l’insegnante a Londra la vita ti costa di più che se lo fai a Manchester, e quindi devi essere pagato di più. Provate a proporre in Italia di diversificare gli stipendi a seconda del costo della vita del posto in cui risiedi, e incorrerete in due problemi: i quarantenni che hanno ancora la residenza al paesello da mammà, e quelli che si mettono a strillare alla discriminazione sostenendo che vivere a Milano o ad Appignano del Tronto costi uguale.

Stanno diventando care anche le città non appetibili (Bologna è cara quanto Milano, e non è Milano), perché il mondo si sta trasformando in un posto per stare bene nel quale devi essere ricchissimo. Si parla molto della scomparsa della classe media, espulsa da Milano, ma a me pare stia scomparendo non l’essere medi ma l’essere benestanti, cioè la categoria di coloro che non guadagnano poco, ma non essendo multimilionari fanno ormai una vita d’inferno.

L’altra mattina a Bologna mi sono dovuta far venire a prendere da un autista un’ora prima del mio Frecciarossa, perché tutte le strade chiuse hanno fatto diventare gli abituali dieci minuti per la stazione chissà quanti. Mentre stavamo fermi perché nell’unica strada non scavata dai lavori e da cui quindi si potesse passare c’era il camion dell’umido che bloccava tutto, mi facevo molte domande.

La prima era perché a Bologna non fossero migliorati per niente da quando alle otto di mattina il camion del rusco rallentava il mio tragitto per la scuola: in quarant’anni non hanno capito che la spazzatura non va raccolta alle otto? La seconda era: come eviti tutto ciò che non puoi evitare potendoti permettere un autista? Lo eviti con l’elicottero sul tetto, ma l’elicottero non credo possa atterrare sui tetti del centro: non c’è modo d’avere una vita benestante, in questo secolo.

Vi vedo che state scaldando il touchscreen per esibirvi nel vostro miglior «noi non arriviamo a fine mese e tu ti lamenti che con l’autista ci metti troppoooo, Maria Antonietta era una dilettanteeee, spero che ti decapitinoooo», ma guardate che la sparizione dei benestanti non è quella presa della Bastiglia che sperate, anzi: significa che rimangono solo plutocrati e pezzenti. La naturale evoluzione è “Il signore delle mosche” ambientato al Bosco verticale.

L’altro giorno sul Corriere c’era un articolo incredibile in cui una signora che vive in uno dei palazzi vecchi attorno ai quali sono stati edificati i nuovi grattacieli lamentava che un palazzo nuovo le facesse ombra. Pare che non solo la signora ormai viva al buio, ma dice pure che non può vendere perché la casa si è deprezzata. Il giornalista si guardava bene dal riconoscere l’eccezionale caso della signora, che in una zona in cui tutte le case hanno moltiplicato il loro valore riesce ad avere l’unico appartamento deprezzato. Forse potrebbe traslocare senza venderlo e, come la mia padrona di casa, affittarlo a quattro volte quel che avrebbe chiesto vent’anni fa.

Lo so, lo so: non ho ancora parlato di Beppe Sala. Però lo penso spesso. Penso a lui quando guardo il video di Mamdani che dice che va in Uganda per l’estate, accontentando i detrattori che da mesi gli scrivono «Torna in Uganda». Penso a lui quando guardo il video di Hunter Biden che dice che i vari Favreau e Lovett, che a vent’anni aiutavano Obama a scrivere i discorsi, la devono smettere di mungere il colpo di fortuna d’aver incontrato uno che era un così luminoso talento della comunicazione che ha fatto passare per talentuosi pure loro, e percepirsi intellettuali che danno la linea ai democratici.

Ci penso perché un comunicatore peggiore di Sala io raramente l’ho visto: sono cinque anni che sbeffeggio la foto di Sala che legge il libro di Sala (libro peraltro uscito poco dopo la geniale trovata comunicativa di «Milano non si ferma»), e quando ieri ha instagrammato sé stesso non che leggeva ma che aveva la «faccia stanca di chi purtroppo non riesce a dormire bene…» (puntini come nell’originale) ho alzato gli occhi al cielo.

Però mi viene un dubbio. Converrà farsi governare da quelli che fanno i video spiritosi che non muori d’imbarazzo a guardare? Da quelli talmente brillanti a scriversi i discorsi che fanno dono d’una carriera a speechwriter non necessariamente geniali? Non sarà che comunicare e amministrare son due talenti diversi? Non so. E mentre sono lì che penso a che comunicatore negato sia, Sala si gioca le due carte base della comunicazione: i bambini (foto con carrozzina in cui dice di aver registrato nascite) e i vecchi (a casa d’una pensionata, carta che si gioca spessissimo anche il sindaco di Bologna). 

E quindi non so più che pensare, forse è un bravo comunicatore (e quindi una pippa di amministratore), forse tutti quelli che del suo «le mie mani sono pulite» si sono precipitati a dire «errore di comunicazione» sbagliavano, forse non è la Chiara Ferragni di questa stagione. 

Peccato, perché la madre di tutti gli errori di comunicazione iniziava a sembrarmi un’eccellente prossima candidata, un buon rimpiazzo. Una bionda per sindaco, così poi possiamo in un solo tweet indignato dare la colpa alla politica e all’influencer marketing. Soprattutto, così sappiamo chi taggare se vogliamo lamentarci del fatto che per cambiare tra la blu e la verde devi uscire e rientrare. 

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