Non so come abbiate deciso di regolarvi voi, a casa mia c’è una nuova norma: non possiamo sapere se sia vero, quindi nel dubbio è falso. È anche una regola comoda nel caso vi chiamino intervistatori, sondaggisti, ma anche direttori che vogliono da voi un editoriale: non posso sapere cosa ne penso, perché non so se è vero.
L’altro giorno Sam Altman ha scritto un tweet (o come si chiamano ora) dicendo che c’era una nuova funzione di ChatGPT, l’intelligenza artificiale che comanda lui, e della nuova funzione Agent lui – giuro – raccomandava di non fidarsi. Non datele troppe informazioni personali, diceva, e io lo immaginavo col tono che avevano i nostri genitori mettendoci in guardia dalle caramelle drogate.
Mi sono ricordata di quando – era il 2014, che sembra sette secoli fa – Elon Musk diceva che bisognava colonizzare Marte così l’umanità avrebbe avuto un posto in cui fuggire se l’intelligenza artificiale fosse impazzita. Come se l’umanità non avesse abbastanza guai coi figli, i genitori, gli ex mariti, i capuffici: pure con l’intelligenza artificiale, ti tocca fingerti morto.
Allora Musk (che finiremo per dover rivalutare, un po’ come ora sospiriamo «Silvio scusaci, Silvio ci avevi visto lunghissimo» dopo averlo per decenni considerato il male del mondo) non ce l’aveva con Altman (con cui è in causa adesso e con cui allora aveva fondato OpenAI per cercare di indirizzare il mostro che stava nascendo) ma con Demis Hassabis, attualmente capo dell’Ia di Google. Hassabis e i suoi dicevano cose come «probabilmente gli umani si estingueranno, e la tecnologia ne sarà causa».
Avanzamento veloce, e siamo al 2025, quando il presidente degli Stati Uniti riposta un video messo su TikTok da un Carneade, neo8171. Video che ha tutti gli indizi semiotici per dirsi falso – per dire: comincia con la musichetta di “Curb your enthusiasm” e finisce con “YMCA” – ma le cui immagini l’intelligenza artificiale è ormai in grado di far sembrare vere sebbene inverosimili.
Ci sarà qualcuno, nel mondo, che scrolla distrattamente il telefono al cesso, e pensa che abbiano davvero arrestato Obama mentre era in visita a Trump, che l’abbiano portato via in ceppi, e che ora sia in una cella. Ci sarà qualcuno che vede questo orange is the new black (scusate) e non pensa che Musk ci aveva avvisati.
«A volte gli scienziati sono così presi dal loro lavoro che non si accorgono delle possibili ramificazioni del male in quel che fanno», diceva Musk nel 2017. Diceva anche – a Maureen Dowd, il reportage è raccolto nel recente “Notorious” – che l’interfaccia gestita dalle dita era troppo lenta, ma entro cinque anni ci sarebbe stato un collegamento diretto tra i neuroni e la macchina, un chip nel cervello – almeno su questo si sbagliava, no?
O forse il chip c’è (ce l’avranno iniettato col vaccino? E io che ne so: la verità è oltre le mie possibilità), ed è per quello che l’algoritmo mi propone tutte pubblicità inerenti a ciò che sto pensando (l’algoritmo di tutto, da Instagram a TikTok, tranne che quello di X: Elon, è perché sei contro l’intelligenza artificiale che sei l’unico a non far soldi da un social?).
Adesso, per esempio, mi ha proposto un corso per vegliardi: dice che noi che abbiamo più di quarant’anni usiamo l’intelligenza artificiale in modi ridicoli, mentre può fare grandi cose e questo corso ci insegnerà come. Metti che domani vogliamo produrre un video sull’arresto di Beppe Sala (però non ci sono sceneggiati televisivi sui galeotti italiani, e quindi non saprei come vestirlo: la tuta arancione è nell’immaginario collettivo, in Italia non so neanche se abbiano una divisa, come fai a falsificare una realtà che non ha creato iconografia?).
Forse le connessioni neurali esistono già, e d’altra parte i meno scemi che conosco sono assai più interessati a Neuralink che a Twitter. Neuralink è l’azienda che Musk ha creato non per mettere i cuoricini e rimandare ai propri nudi in bio, ma per fare per esempio camminare i paralitici grazie a impulsi elettrici dati alla colonna vertebrale appunto da un chip inserito in non so che sinapsi. Ogni tanto qualcuno mi dice di conoscere qualcun altro che è tornato a camminare così, e io non so se sia vero, ma d’altra parte non lo so di niente, per quel che ne so Barack Obama in questo momento sta chiedendo a un secondino di fare una telefonata al suo avvocato.
Nel 2017, Musk diceva a Maureen Dowd che il padrone di Google, Larry Page, condivideva il fatalismo di «molti futuristi riguardo ai robot, a un mondo dove noi umani avremo un ruolo periferico» («futuristi» non sta per Marinetti, nel linguaggio di Musk). Diceva anche che quando si parlava di robot la gente pensava al Roomba, ma non è l’attrezzo che ti pulisce casa che prenderà il potere (in una battaglia col Dyson, il Roomba perde sicuro).
Molte cose sono cambiate da allora, non ultima il fatto che Dowd riportava come Musk fosse novantanovesimo nella lista degli uomini più ricchi del mondo. Praticamente un miserabile. Una cosa è rimasta uguale: Dowd ipotizzava che forse la ragione per cui Musk era preoccupato dell’intelligenza era la sua invidia del giocattolone di Larry Page. Cambiano i governi ma una costante dell’America di questi anni è che Musk sta sempre facendo a chi ce l’ha più grosso con qualcuno (allora almeno con un altro più ricco del mondo, adesso con un poverino che per distrarsi e distrarci dai guai sul dossier Epstein deve postare video falsi dell’arresto d’un suo predecessore).
Quando l’intelligenza artificiale farà casino, perché è ovvio che lo farà, è ovvio che la Chernobyl della nostra infanzia sarà niente rispetto al disastro che accadrà con forze dirompenti gestite da un’umanità assai più inetta di quella del Novecento, allora ci ricorderemo di quando, era il 2016, Zuckerberg accusava Musk di allarmismo e invitava «a preferire la speranza alla paura».
Il paragone col nucleare pensavo fosse una mia trovatina e invece no, all’epoca lo fece Bill Gates; Henry Kissinger preconizzava che l’Ia sarebbe stata la fine della civiltà; mentre Stephen Hawking diceva che la razza umana l’avrebbe fatta finire lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Questo solo perché non aveva visto il tizio del “Temptation Island” 2025 che dice che i dinosauri mica si sono estinti, è una balla che ci hanno raccontato (nessuno gli ha chiesto quindi dove siano: io punto il mio soldino sull’isola di Epstein).
Ricopio la Dowd del 2017, una risposta interessante che le diede Max Tegmark, cosmologo e professore al MIT. «Quando ci siamo procurati il fuoco e abbiamo fatto casino, abbiamo inventato l’estintore. Quando sono arrivate le automobili e abbiamo fatto casino, abbiamo inventato le cinture di sicurezza, gli airbag, i semafori. Col nucleare e con l’intelligenza artificiale, invece di imparare dai nostri errori, sarebbe meglio prevenire». A quel punto interviene Musk e ricorda a Tegmark che l’industria automobilistica era contraria alle cinture di sicurezza.
Ancora Musk: «Stiamo evocando il demone. Sai quelle storie dove c’è il tizio col pentacolo e l’acqua santa ed è sicurissimo di poter controllare il demone? Ecco: non funziona». Vorrei che l’intelligenza artificiale non facesse danni veri anche solo per non esser costretta a dire che Musk ce l’aveva detto, e avremmo dovuto ascoltarlo.
Aveva, come spesso gli accade, ragione Peter Thiel (il più lucido della Silicon Valley è stato anche il primo di loro a convertirsi al trumpismo: non voglio sapere cosa questo ci dica della Silicon Valley ma soprattutto di noi). Che si chiedeva come si potesse pensare a come mettere in sicurezza l’intelligenza artificiale, se ancora non sapevamo che cos’era. Ma adesso lo sappiamo?
Di sicuro è un mezzo efficientissimo per veicolare la megalomania. Senz’arrivare al disperato che riposta il filmino del suo predecessore arrestato alla Casa Bianca, l’altro giorno mi è passato davanti un fotomontaggio (li chiamavamo così, prima che fosse moderno chiamarle opere dell’intelligenza artificiale) in cui Sinner consolava Sinner stesso dopo una sconfitta. Non era vero, ma abbiamo già stabilito che nulla lo è.
Il tizio che l’aveva postato spiegava che ci aveva stampigliato il suo logo perché era giusto gli venisse riconosciuta l’opera d’ingegno: era lui che aveva fatto un lungo lavoro per spiegare all’intelligenza artificiale come realizzarlo. Probabilmente in orario d’ufficio, là dove un tempo avrebbe giocato a Tetris. Ho ripensato a Sam Altman che dice a Maureen Dowd che «nei prossimi decenni ci dirigiamo o verso l’autodistruzione o verso i discendenti degli umani che colonizzano l’universo», e la prima m’è parsa più probabile.