Instagram EffectIl turismo mannaro è un problema anche ambientale

L’aumento vertiginoso dei viaggi e l’assenza di limiti concreti nei luoghi turistici più fragili stanno compromettendo ambienti naturali e città storiche

AP/Lapresse

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Sta sorgendo il sole sul Masai Mara, riserva faunistica dove ogni anno circa trecentomila persone arrivano per fare esperienza del principale prodotto turistico del Kenya: il safari. Le auto cariche di turisti si addentrano velocemente nella savana, ma una di queste devia dalla strada e si ferma a un paio di metri da due leonesse sdraiate sotto un albero. In pochi minuti arrivano decine di altri mezzi.

È una scena che si ripete più volte durante il safari: gli autisti locali comunicano via radio per segnalarsi la posizione degli animali che tutti vogliono fotografare. Le leonesse sembrano sorprendentemente indifferenti al caos di motori e voci che le sovrasta. Eppure, l’overtourism mal gestito in luoghi come il Masai Mara, dove a oggi non c’è una limitazione al numero di visitatori, contribuisce alla riduzione della fauna perché interferisce con le migrazioni, la caccia e la riproduzione degli animali.

Il termine overtourism, in italiano iperturismo o sovraffollamento turistico, è stato coniato nel 2008 in un articolo accademico sulla gestione delle risorse costiere in Vietnam. Meno di vent’anni dopo è un concetto inscindibile da qualunque discorso sugli impatti del turismo, oltre che sul presente e sul futuro climatico del Pianeta. Le destinazioni molto frequentate non sono una novità: ciò che è cambiato negli ultimi decenni è che talvolta questo affollamento è diventato eccessivo rispetto alla capacità di accoglienza fisica, sociale ed ecologica del territorio.

Sebbene a oggi l’iperturismo interessi una minoranza di luoghi nel mondo, nessuno può considerarsi immune: se ne parla in relazione ad aree naturali e città d’arte, villaggi e capitali, isole e montagne – persino la vetta più alta della Terra, l’Everest, subisce le conseguenze problematiche di un numero di spedizioni che non è mai stato così elevato e che, dal 1950 a oggi, ha lasciato sul “Tetto del mondo” tra le dieci e le cinquanta tonnellate di rifiuti.

Il turismo è spesso raccontato come una fonte di ricchezza per la comunità, ma il sovraffollamento turistico, tipicamente concentrato in pochi luoghi e in alta stagione, evidenzia i suoi impatti negativi: più traffico, più rifiuti, più rumore, più inquinamento, più disuguaglianza sociale.

Le città diventano meno vivibili: a fronte dall’aumento dei prezzi, della perdita di spazi pubblici e della diminuzione di servizi e affitti accessibili, i residenti si trasferiscono altrove o reagiscono con rabbia e insofferenza. Le aree naturali, già infragilite dalle attività umane e dalla crisi climatica, subiscono ulteriori deterioramenti, come ad esempio la distruzione della vegetazione, l’erosione del suolo, la riduzione della biodiversità, il disturbo della fauna e un accresciuto rischio di incendi.

Il turismo mette sotto pressione gli ecosistemi anche perché contribuisce enormemente alla produzione di CO₂, che è la principale causa della crisi climatica. Dal 2009 al 2019 le emissioni globali del turismo sono cresciute ogni anno del 3,5 per cento, arrivando a rappresentare l’8,8 per cento del totale delle emissioni di gas serra.

Una crescita che, secondo uno studio dell’Università del Queensland, è dovuta da una parte alla lentezza dell’efficientamento tecnologico che potrebbe ridurre le emissioni climalteranti e, dall’altra, alla rapida crescita della domanda turistica. Solo intervenendo anche su questo secondo fattore, dicono gli autori, sarà possibile tagliare le emissioni del settore.

Effettivamente, viviamo in un’epoca in cui per la prima volta i viaggi sono accessibili per un ampissimo numero di persone. In trent’anni il settore turistico è cresciuto più di quanto ci si aspettasse: ha continuato ad aumentare anche dopo gli attentati dell’11 settembre, la crisi economica del 2008 e la pandemia. Questo sviluppo apparentemente inarrestabile porta all’iperturismo, alla cui origine ci sono però più fattori. C’entrano l’allargamento della classe media, specialmente in Paesi come l’India e la Cina, e la diffusione delle compagnie aeree low-cost, che hanno incrementato il turismo verso mete impreparate a gestirlo.

Inoltre, l’avvento della sharing economy (Airbnb, Booking, Uber e altre piattaforme) ha contribuito a rendere queste destinazioni più accessibili, accelerando i processi di turistificazione. E ha avuto un ruolo anche la crescita del comparto grandi navi: dal 1991 al 2020 il numero di crocieristi è aumentato di sette volte e non è un caso che le città europee più colpite dall’iperturismo, come Barcellona, Venezia, Amsterdam e Dubrovnik, abbiano un porto per navi da crociera.

Anche i prodotti culturali hanno un peso nell’indirizzare i grandi flussi di viaggiatori: in Nuova Zelanda i visitatori sono aumentati dopo l’uscita dei film del “Signore degli Anelli”, che sono stati girati lì, mentre Dubrovnik è diventata più popolare dopo essere comparsa nel “Trono di Spade”. Oggi, però, più che i film, i libri e le serie tv sono i social network a influenzare le tendenze.

È il cosiddetto “Instagram Effect”: i contenuti social hanno già dimostrato di poter dirottare un numero incredibile di persone verso un ristorante, un paesaggio o una presunta “gemma nascosta” fino a quel momento non toccata dal turismo di massa.

Per arginare il problema, alcune città europee hanno provato a cambiare le politiche turistiche agendo dal punto di vista legislativo e comunicativo. L’obiettivo non è più promuoversi come destinazione per aumentare il numero di visitatori, ma attirare viaggiatori più consapevoli e favorire soggiorni più lunghi, destagionalizzati e meglio distribuiti sul territorio.

Un ottimo esempio è Amsterdam: dal 2018 a oggi la capitale dei Paesi Bassi ha spostato in una zona meno centrale la fotografatissima scritta “I Amsterdam”, ha promosso la campagna Enjoy&Respect per disincentivare il turismo festaiolo “mordi-e-fuggi”, ha regolamentato l’accesso a De Wallen (il quartiere a luci rosse) e, più recentemente, ha proposto di azzerare entro il 2035 il numero di navi da crociera che arriva nella capitale, spostando il terminal portuale fuori città. In altri casi si punta sulle tasse turistiche: accade ad esempio in Spagna, in Francia, in Grecia, in Portogallo e alle Azzorre. E anche Venezia, nonostante i dubbi sulla reale efficacia della misura, ha confermato per il 2025 i ticket a pagamento per i visitatori giornalieri.

Varie città europee, com’è già successo negli Stati Uniti, vogliono anche regolamentare gli affitti a breve termine: stanno lavorando su questo fronte Firenze e Roma, mentre Barcellona vuole eliminarli del tutto entro il 2029.

Le strategie adottate nelle aree naturali e nei siti storici passano in genere dall’ottimizzazione della gestione del territorio: una possibilità è limitare il traffico introducendo tariffe per le auto o servizi shuttle, ma sono sempre più diffusi i sistemi di prenotazione a numero chiuso o a pagamento. È già successo sulla popolare Via dell’Amore alle Cinque Terre, in Liguria. E anche sull’Acropoli di Atene è stato imposto un limite di ventimila ingressi giornalieri, da prenotare in anticipo.

Ogni destinazione ha le sue peculiarità ed esigenze: non esiste quindi un’unica ricetta contro l’overtourism, e forse è presto per sapere quali pratiche funzioneranno sul lungo periodo. Che si parli di iperturismo in città o nella natura, però, una soluzione ricorrente è la sensibilizzazione dei visitatori.

Se da una parte enti pubblici e privati devono necessariamente collaborare per immaginare nuove strategie di gestione turistica, dall’altra non si può più ignorare che oggi essere turisti produce sugli ecosistemi e sulle comunità un impatto che, al contrario di quanto ci è stato ripetuto per anni, non è sempre e solo positivo.

Esserne consapevoli può renderci dei viaggiatori più responsabili, in grado di ricalibrare le aspettative e di fare scelte più sostenibili quando decidiamo dove, quando e come viaggiare. L’intreccio di fattori che causa l’overtourism è complesso e diversificato, e così devono essere anche le soluzioni. In queste, però, anche l’industria del turismo e i turisti devono fare la loro parte.

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine Climate Forward in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

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