Sono tornato in questi giorni a Dharamsala, nel nord dell’India, per partecipare alle celebrazioni del novantesimo compleanno del Dalai Lama. La guida spirituale dei buddisti vive qui dal 1959, quando dovette fuggire a cavallo da Lhasa, occupata dall’esercito della Repubblica Popolare Cinese.
L’allora premier Jawaharlal Nehru concesse l’esilio al Dalai Lama e agli oltre centocinquantamila tibetani che lo raggiunsero in India, per tenere in vita, sulle montagne dell’Himalaya indiano, una cultura, una religione e una tradizione millenaria minacciate di scomparsa sotto la scure del regime di Pechino.
Ed è qui, a McLeod Ganj, a oltre duemila metri sul livello del mare, raggiungibile con un treno notturno (il Dauladhar Express) fino a Pathankot, e poi con tre ore di auto su stradine inerpicate nello Stato indiano dell’Himachal Pradesh, sfidando la gravità con tornanti impossibili, che il Dalai Lama è riuscito a compiere un vero miracolo: salvare una tradizione millenaria e, al tempo stesso, realizzare un unico esperimento di “democrazia in esilio”, con pochi eguali nel resto del mondo.
Nelle stradine di McLeod Ganj si trova la Central Tibetan Administration, con un Parlamento eletto dalla diaspora tibetana in India e nel mondo, un governo (Kashag) votato da una maggioranza parlamentare, un Primo ministro (Sikyong) che deve ottenere la fiducia dallo stesso Parlamento.
Da anni il Dalai Lama ha devoluto ogni potere di rappresentanza politica alle istituzioni democratiche nate nell’esilio, conservando il ruolo di guida spirituale di oltre duecento milioni di buddisti nel mondo: dai tibetani sotto il giogo brutale di Pechino, alla diaspora tibetana in India, ai milioni di praticanti buddisti in Asia, in Europa, in Russia.
La festa per il suo novantesimo compleanno è stata sobria, ma emozionante. Il Tsuglagkhang, il tempio del Dalai Lama, accoglie migliaia di fedeli sotto una battente pioggia monsonica, e la prima cosa che colpisce sono le icone e il pantheon scelto dagli organizzatori. Cinque grandi volti sovrastano il palco delle cerimonie: accanto al Dalai Lama, le foto di Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela e il Mahatma Gandhi.
«Sono un semplice monaco buddista – inizia così il suo breve intervento Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama del Tibet – normalmente non prendo parte a celebrazioni per il compleanno. Tuttavia, poiché state organizzando diversi eventi incentrati sul mio compleanno, desidero condividere alcuni pensieri. Continuerò a concentrarmi sui miei impegni: promuovere i valori umani fondamentali, l’armonia tra le religioni, dare risalto all’antica saggezza indiana che spiega il funzionamento della mente e delle emozioni, e alla cultura e al patrimonio tibetano, che hanno un enorme potenziale per contribuire al mondo grazie all’enfasi sulla pace mentale e sulla compassione».
Per poi concludere, citando un insegnamento di Shantideva, filosofo indiano e monaco buddista dell’ottavo secolo dopo Cristo: «Finché durerà lo spazio, / finché resteranno esseri senzienti, / fino ad allora possa anch’io restare, / per dissipare le sofferenze del mondo».
In poche parole, tutta l’essenza della sua vita e del suo pensiero, che ha ispirato milioni di esseri umani in tutto il mondo: non violenza, compassione, difesa dei diritti umani ovunque siano minacciati, libertà e tolleranza. Ma queste poche parole rappresentano una minaccia esistenziale per le autocrazie del pianeta, a cominciare naturalmente dalla Cina.
Il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ritiene di avere il diritto di decidere chi sarà il quindicesimo Dalai Lama: per l’autocrazia di Pechino non è sufficiente aver occupato il Tibet, costringendo sei milioni di tibetani a non parlare la propria lingua, a non poter godere dei diritti fondamentali, a vedere il proprio fragile ecosistema sistematicamente depredato; ora vuole impossessarsi anche dell’anima del Tibet.
Ma due giorni prima delle celebrazioni, il Dalai Lama è stato chiaro: «La tradizione del Dalai Lama proseguirà, e il processo di reincarnazione, dopo la mia morte, seguirà i dettami della tradizione buddista, senza alcuna interferenza esterna».
Penpa Tsering, Primo ministro del governo tibetano in esilio, guida la parte più politica delle celebrazioni introducendo le delegazioni straniere presenti. I videomessaggi di Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e del presidente di Taiwan, Lai Ching Te, vengono accolti da un’ovazione calorosa.
Il Primo ministro dell’India, Narendra Modi, ha inviato qui due suoi ministri: il potente Kiren Rijiju, ministro per i Rapporti con il Parlamento e per le Minoranze, e Rajiv Ranjan Singh, ministro dell’Agricoltura.
Ma uno dei discorsi più applauditi è quello di Pema Khandu, Chief Minister dell’Arunachal Pradesh, lo Stato nel nord-est dell’India che Pechino rivendica come proprio, senza alcun fondamento giuridico o storico, e che ha recentemente rinominato “Zangnam”, il Tibet del Sud. L’Arunachal Pradesh è uno Stato chiave per la geopolitica dell’intera regione, condividendo duemila chilometri di frontiera con il Tibet occupato da Pechino e con una crescente tensione nelle aree di confine.
Il suo intervento, molto appassionato, si conclude con «Bod Gyalo», «Tibet Libero» in tibetano, mandando un messaggio chiaro a Pechino: la democrazia indiana non abbandonerà il Dalai Lama e non rinuncerà a interessarsi alla richiesta di libertà del Tibet occupato.
L’ampia delegazione statunitense è guidata dall’Assistant Secretary of State Bethany Poulos Morrison, che pochi giorni fa è corsa ai ripari, riuscendo a ripristinare i fondi del Dipartimento di Stato a sostegno delle istituzioni del Tibet in esilio. Come in molti altri casi, i tagli sconsiderati dell’amministrazione Trump avevano cancellato ogni forma di sostegno economico americano, che da anni rappresentava un supporto importante per le istituzioni della diaspora tibetana in India. Il mondo libero ha fatto sentire la sua voce a Dharamsala.