Il turismo enogastronomico non è più solo una passione da intenditori: è un settore strategico da oltre quaranta miliardi di euro, una leva concreta di sviluppo per i territori e un’opportunità occupazionale tutta da costruire. Ma per crescere, ha bisogno di professionisti. Non improvvisati, ma formati. Non generici, ma con competenze specifiche.
Nasce da questa consapevolezza il Libro Bianco sulle professioni del turismo enogastronomico, un documento strategico firmato da Associazione Italiana Turismo Enogastronomico insieme a UnionCamere e a una rete di attori chiave del comparto – dalle Città del Vino e dell’Olio a Coldiretti, Cna e Unione Italiana Vini – con il contributo scientifico dell’Università di Bergamo.
Obiettivo: dare forma e dignità a un sistema professionale oggi ancora frammentato, privo di una lingua comune e di percorsi formativi adeguati. Come sottolinea Federico Sisti, segretario generale della Camera di Commercio dell’Umbria, è fondamentale «adottare un linguaggio condiviso in tema di competenze professionali per garantire esperienze autentiche e memorabili».
I profili che guideranno il turismo del gusto
Cinque le figure chiave individuate dal Libro Bianco, frutto di un’indagine condotta da Roberta Garibaldi, presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, e da un think tank di esperti del settore.
Product manager del turismo enogastronomico: una figura strategica da collocare all’interno di DMO e consorzi, con il compito di costruire sinergie territoriali e sviluppare prodotti turistici integrati. È già attiva in realtà virtuose come Trentino Marketing e il Consorzio del Parmigiano.
Hospitality manager: cuore operativo dell’accoglienza nelle aziende agricole, frantoi e cantine. Dalla promozione alla gestione del personale, fino alla vendita diretta. Oggi è ancora la proprietà a occuparsene nel 73 per cento dei casi, ma la tendenza è verso una sempre maggiore specializzazione. L’82 per cento delle aziende ne riconosce il ruolo centrale e il 43 per cento ha già creato una business unit dedicata.
Consulente di turismo enogastronomico: un professionista indipendente o interno alle DMO che supporta le imprese nella strutturazione dell’offerta, nella gestione dei dati, nella multicanalità. Una sorta di enologo del turismo, capace di guidare la trasformazione digitale e organizzativa.
Curatore di esperienze enogastronomiche: libero professionista esperto nella progettazione e conduzione di esperienze, itinerari, food tour. Un ponte tra turismo e produzione, pensato anche per chi ha una formazione in gastronomia, sommellerie o ristorazione e vuole metterla a servizio dell’accoglienza.
Addetto alle visite: figura operativa, di supporto al team, soprattutto nelle aziende più strutturate, a fianco dell’hospitality manager.
La formazione che ancora manca
Il Libro Bianco mette in evidenza un vuoto: la carenza di percorsi formativi riconosciuti e aggiornati. Come ha dichiarato l’europarlamentare Dario Nardella, serve un impegno delle istituzioni per costruire strumenti adeguati. «Mancano scuole e centri di alta formazione in grado di rispondere alla crescente domanda», afferma. E proprio la formazione è il vero snodo del futuro. Perché senza figure preparate, l’enoturismo rischia di restare una grande opportunità mancata. «L’investimento in competenze – sottolinea Garibaldi – può determinare un alto numero di assunzioni nei prossimi anni. Ma occorre definire ruoli, responsabilità e abilità con chiarezza».
Un settore da coltivare
Il turismo del gusto è una delle intersezioni più fertili tra cultura, agricoltura e innovazione. Ma perché possa davvero giocare un ruolo da protagonista nel turismo italiano serve un cambio di passo: riconoscere le nuove professioni, investire nella formazione, dare dignità alle competenze. Il Libro Bianco è solo il primo passo. Ora serve una regia condivisa tra imprese, enti, istituzioni. Perché ogni territorio possa raccontarsi con autenticità e ogni turista possa portare a casa, oltre al vino e all’olio, un’esperienza che vale il viaggio.
