Il giornalismo al tempo del colera
Il mio innamoramento per il giornalismo latino-americano inizia come effetto collaterale del primo, totalizzante amore giovanile per Gabriel García Márquez. Nessuna originalità, mi rendo conto. Avendo finito tutta la produzione letteraria disponibile in Italia mi attaccai, sulla fiducia, a un tomone minore dal titolo Taccuino di cinque anni. 1980-1984 che altro non era che una raccolta di articoli scritti dall’autore di L’amore ai tempi del colera – il suo libro che a tutt’oggi preferisco – in quel breve ma denso arco temporale per El Espectador, il giornale colombiano di cui era corrispondente. Oggi è difficile ma non impossibile recuperarlo, magari usato, e vi consiglio di provarci. Qui lo cito solo come scaturigine di una passione che, col tempo, si è solidificata.
All’epoca avevo un rispetto così sacrale dei libri che li sottolineavo solo con una matita 9H, quella col segno più chiaro e sottile, decisamente flebile. Mi accorgo ora, sfogliando quel tomo, che scrivevo a matita anche sui post-it su cui prendevo appunti. «Siamo uomini: parliamo della paura di volare» (26 ottobre 1980) ha questo incipit: «L’unica paura che noi latini confessiamo senza vergogna, e persino con un certo orgoglio maschilista, è la paura di volare. Forse perché è una paura diversa, che non risale alle nostre origini, come la paura del buio o la stessa paura che si noti che abbiamo paura. Al contrario; la paura di volare è la più recente di tutte, in quanto esiste solo da quando è stata inventata la scienza del volare, appena settantasette anni fa. Io ne soffro come nessun altro, e me ne vanto; inoltre, con una gratitudine immensa, perché grazie a questa paura ho potuto fare il giro del mondo in ottantadue ore, a bordo di ogni tipo di aerei, e almeno dieci volte. No; al contrario di altre paure che sono ataviche o congenite, quella di volare la si impara».
Oppure «Telepatia senza fili» (25 novembre 1980), che inizia così: «Un famoso neurologo francese, ricercatore a tempo pieno, mi raccontò l’altra sera che aveva scoperto una funzione del cervello umano che sembra essere di grande importanza. Ha solo un problema: non è riuscito a stabilire a che cosa serve. Io gli domandai, con una speranza sicura, se non c’era qualche possibilità che fosse la funzione che regola i presagi, i sogni premonitori e la trasmissione del pensiero. La sua unica risposta fu uno sguardo di compassione. Io avevo visto quello stesso sguardo diciotto anni prima, quando rivolsi una domanda simile a un carissimo amico, che è pure lui ricercatore del cervello umano all’Università di Città del Messico. Il mio parere, già allora, era che la telepatia e i suoi diversi mezzi non sono cose da stregoni, come sembrano pensare gli increduli, ma semplici facoltà organiche che la scienza ripudia, perché non le conosce, come ripudiava la teoria della sfericità della Terra quando si credeva che fosse piatta».

Tratto da “Scrivere dal vero. Manuale di giornalismo narrativo” di Riccardo Staglianò, 15€, pp. 408