L’ultimo imperatoreLa notizia della scomparsa di Xi Jinping è fortemente esagerata

Il presidente cinese ha ridotto la propria esposizione pubblica, ma non certo il controllo politico. Dietro le assenze recenti si delinea una strategia di governo ancora più verticale e meno trasparente

LaPresse

Ogni volta che Xi Jinping si assenta, l’Occidente trattiene il fiato. È un riflesso condizionato, certo. Ma non solo.È anche un dubbio legittimo. Perché nella Cina del potere opaco e delle purghe improvvise, l’assenza del leader non è mai solo un dettaglio. È un vuoto che lascia spazio al sospetto. 

Era già accaduto con Jack Ma: scomparso dopo aver criticato pubblicamente il sistema finanziario, dato per epurato, poi riapparso mesi dopo con un profilo ridotto e perfettamente allineato alla nuova ortodossia. Qualche anno prima, nel 2022, l’attenzione internazionale si era concentrata su un altro episodio: Hu Jintao, ex presidente e ancora membro di rilievo dell’élite del Partito, venne accompagnato fuori con fermezza dalla cerimonia conclusiva del Congresso del Partito Comunista, sotto gli occhi delle telecamere. Nessuna spiegazione ufficiale. 

In base a questi due precedenti, molti giornali hanno speculato sulla scompars, anche un’assenza temporanea di Xi non può che alimentare interrogativi. L’ultima è durata oltre due settimane, ed è culminata con la mancata partecipazione al vertice degli Stati Brics a Rio de Janeiro, la prima da quando è al potere. Al suo posto, il premier Li Qiang ha guidato la delegazione. Le speculazioni si sono moltiplicate: problemi di salute, frizioni interne, o una riorganizzazione in corso? Probabilmente nulla di tutto questo. 

Una risposta prova a darla l’Economist spiegando in un lungo articolo che Xi Jinping non è scomparso, ma sta cambiando radicalmente il suo modo di governare. Il presidente cinese starebbe semplicemente adattando il suo stile di leadership agli anni che passano. La prova sarebbe il calo drastico del numero delle riunioni ufficiali delle commissioni di cui è a capo. I comunicati sono più brevi. Xi partecipa meno in prima persona e lascia spazio a delegati fidati. Non per cedere autorità, ma per esercitarla in modo meno diretto.

L’apparato che lo circonda è composto esclusivamente da alleati scelti. I tre più vicini sono Li Qiang, Cai Qi e Ding Xuexiang. Tutti e tre siedono nel Comitato permanente del Politburo, ma non formano un gruppo coeso. Non hanno relazioni politiche indipendenti tra loro e devono la loro ascesa esclusivamente a Xi. Questo riduce la possibilità di fratture interne e rafforza il controllo del presidente, anche se riduce allo stesso tempo la capacità del sistema di adattarsi senza di lui.

Li Qiang, in particolare, ha guadagnato visibilità. Oltre ad aver guidato la delegazione cinese a Rio, ha recuperato alcune delle prerogative economiche che il suo predecessore Li Keqiang aveva perso. La sua posizione all’interno dell’apparato statale è oggi più forte rispetto a un anno fa, ma sempre subordinata alla volontà di Xi.

La riduzione dell’esposizione pubblica del presidente coincide con una nuova fase di repressione interna. Negli ultimi diciotto mesi sono stati rimossi diversi alti funzionari, compresi due ministri chiave: l’ex ministro degli Esteri Qin Gang e l’ex ministro della Difesa Li Shangfu. Entrambi erano considerati uomini di Xi. A marzo è scomparso dalla scena anche He Weidong, generale e vicecapo della Commissione militare centrale, probabilmente il più alto ufficiale epurato dalla fine degli anni Sessanta.

I motivi precisi non sono mai stati resi noti. Il regime cinese non fornisce spiegazioni pubbliche e le epurazioni avvengono in modo discreto. Per noi occidentali è difficile distinguere tra rimozioni per corruzione, ristrutturazioni interne e operazioni preventive. Ma la frequenza e il livello dei funzionari coinvolti indicano che il processo di controllo interno è ancora attivo.

A questo si aggiunge l’assenza di un piano di successione. Xi ha oggi settantadue anni. Non ha indicato un successore, né creato le condizioni per un passaggio di potere ordinato. I dirigenti che ha promosso sono strettamente legati a lui e non hanno margini di autonomia. Questo rafforza l’autorità personale ma rende il sistema più rigido. Non è la prima volta che accade.

Nel frattempo, alcune strutture chiave dello Stato si stanno riorganizzando. Le commissioni centrali, strumento usato da Xi per controllare direttamente settori come la sicurezza, la finanza e l’economia, si riuniscono meno spesso. Le loro funzioni sono state ridefinite dal Politburo con nuove regole, non rese pubbliche nei dettagli, ma pensate per rendere più efficiente la catena di comando.

Secondo l’Economist, l’obiettivo sarebbe quello di creare un sistema in grado di funzionare anche in assenza del leader. Un assetto in cui Xi resta al vertice, ma con un controllo esercitato attraverso regole, deleghe e fedeltà personale. Una struttura verticale, senza alternative politiche né strumenti di ricambio.

Non è, quindi, un momento di crisi. Ma nemmeno una semplice evoluzione amministrativa. La Cina di oggi è guidata da un sistema fortemente centralizzato, che punta alla stabilità ma dipende in larga parte da un singolo uomo. E lo sarà ancora per un po’ di tempo.

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