
Il sondaggio Gallup di cui tanto si parla e di cui anche noi abbiamo dato conto, segna un minimo storico nel consumo di alcol negli Stati Uniti, trainato da un crollo tra i repubblicani. Ma dietro i numeri si intravede anche un’America più sola. Bere meno, o non bere affatto, non è più soltanto una scelta individuale. Negli Stati Uniti è diventata una tendenza collettiva, certificata dai dati che parlano del 54 per cento di adulti che consuma alcol, la percentuale più bassa degli ultimi novant’anni. Ma la vera notizia è la caduta libera tra i repubblicani, con quasi venti punti percentuali persi in due anni.
Nel suo podcast, l’autore Michael Smerconish, conduttore radiofonico, presentatore televisivo, commentatore politico, prova a leggere le ragioni: salute come nuovo credo, economia che frena i piaceri, politica che detta modelli.
Il calo da consumo di alcol tra i repubblicani è ormai un fenomeno marcato e sistemico. Quelli che dichiarano di bere sono passati dal 65 per cento nel 2023 al 46 per cento nel 2025, una flessione di circa 19 punti. Trend netto rispetto ai democratici: il calo tra i democratici è stato minimo, dal 64 per cento al 61 per cento circa, soli 3 punti. Le possibili ragioni del calo tra i repubblicani è il risultato di una leadership sobria e di valori culturali condivisi da diverse figure di riferimento nel partito, da Trump a Tucker Carlson, noti per la loro astinenza. Inoltre, il partito si è rafforzato in aree con comunità religiose astemie come i mormoni e gli Amish, rafforzando la cultura della sobrietà.
Inoltre, c’è una percezione crescente dei danni per la salute: anche tra i repubblicani, l’aumento della consapevolezza sugli effetti negativi dell’alcol contribuisce alla riduzione del consumo. Inoltre, i fattori economici e sociali, come l’inflazione e una costante riduzione del reddito disponibile, spingono a tagliare i consumi non indispensabili, alcolici compresi. Il calo tra i repubblicani non è limitato a un’unica demografia: si registra sia tra uomini che donne, tra giovani e anziani, tra redditi bassi e alti. È un calo “trasversale”.
Nel podcast, Smerconish invita ad andare oltre le spiegazioni immediate: secondo l’esperto non bastano cannabis legale e farmaci anti-obesità a giustificare una trasformazione così rapida. C’è anche una cornice culturale di cui tener conto: nelle comunità conservatrici l’astinenza è spesso un valore, oggi rafforzato da figure pubbliche che rivendicano stili di vita sobri. Un segnale che la politica non solo orienta le urne, ma anche i bicchieri.
Poi c’è la salute, vissuta come nuova religione laica. Il corpo è un tempio da proteggere, e la narrazione medica ha ormai archiviato l’idea che un bicchiere al giorno possa fare bene. Una ricerca recentemente pubblicata dalla rivista scientifica Neurology ha dato risultati convincenti che collegano il consumo eccessivo di alcol a effetti duraturi sul cervello. Gli ex bevitori incalliti avrebbero danni duraturi, anche se smettere di bere eccessivamente parrebbe ridurre il rischio. Bere diventa così un atto quasi trasgressivo, mentre la sobrietà si trasforma in virtù.
L’economia aggiunge la sua parte: in un clima incerto, si tagliano i consumi percepiti come voluttuari, e l’alcol è tra i primi a cadere. Così l’industria del vino e della birra corre ai ripari: proliferano alternative analcoliche, cocktail zero proof e birre “light” non più relegate a nicchie ma protagoniste sugli scaffali e nelle carte dei ristoranti. Il marketing cambia linguaggio, puntando sul benessere e sulla socialità responsabile.
Eppure, dietro le statistiche, si nasconde un’altra chiave di lettura che rende questa riflessione ancora più significativa: bere meno significa anche avere meno occasioni di incontro. Se il bicchiere di vino era un pretesto per stare insieme, rinunciarvi può amplificare quella solitudine che già segna un’America frammentata e polarizzata. Smerconish lo sostiene con forza: meno brindisi, meno tavoli condivisi, meno amici. Il gesto di alzare un calice, da rituale di comunità, rischia di diventare un ricordo.
E qui la riflessione si allarga. Perché ciò che accade negli Stati Uniti spesso anticipa ciò che vedremo altrove. Anche in Europa il vino e la birra hanno perso il ruolo esclusivo di collante sociale: nuove generazioni più attente al benessere e meno interessate alle forme tradizionali della convivialità stanno ridisegnando il perimetro del piacere. Forse il vero tema non è quanto si beve, ma come si condivide. Se il brindisi lascia spazio ad altre ritualità – un caffè, una corsa al parco, una cena analcolica – la sfida diventa preservare il senso del “noi”.
Perché l’alcol, nel bene e nel male, è stato per secoli un linguaggio universale della socialità. Se quel linguaggio si indebolisce, dobbiamo trovarne un altro capace di restituirci la stessa intensità di un calice alzato al tramonto, quando la compagnia valeva più del vino e il piacere era, soprattutto, la condivisione e quello stato di benessere e di relax che proprio quel po’ di alcol ci portavano a raggiungere. Senza, potrà essere la stessa cosa?