Ferragosto in AlaskaIl rapporto speciale Trump-Putin alla prova dell’ennesima presa in giro russa all’America

Quando i leader autoritari di Russia e Stati Uniti si incontrano può succedere di tutto, ma almeno due sono sicure: Vladimir farà fesso Donald ancora una volta, e la guerra di aggressione di Mosca all’Ucraina non finirà

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Il New York Times scrive che «quando Trump incontra Putin può succedere qualunque cosa». Lo dimostrano le cronache dei sei incontri precedenti il prossimo del 15 agosto ad Anchorage tra il leader autocratico russo e il suo wannabe follower americano.

In Alaska – che secondo Trump è in Russia, giusto per ricordare quale sarà l’approccio al negoziato del cialtrone in chief – potrà quindi succedere qualsiasi cosa, ma almeno due sono sicure: Putin farà ancora una volta fesso Trump, e la guerra di aggressione russa all’Ucraina non si fermerà. La ragione è molto semplice: Putin non ha nessuna intenzione di rinunciare al suo progetto coloniale, perfettamente argomentato nel lungo saggio del 2021, otto mesi prima dell’aggressione all’Ucraina, intitolato “Sull’unità dei popoli russi e ucraini”, e reiterato in lingua inglese per farsi comprendere da tutti in una famigerata intervista al Financial Times.

La tesi di Putin è un delirio di onnipotenza imperiale che diventa culto dell’irragionevolezza protetto da un apparato poliziesco da regime totalitario. Lo storico Timothy Snyder definisce «fascismo schizofrenico» la filosofia politica che muove il leader Cremlino. Gli ucraini, invece, hanno una parola più esatta per circoscrivere questo schizo-fascismo russo: «Ruscismo».

Se Putin volesse far tacere le armi, come dice Trump, la guerra finirebbe in un quarto d’ora, anzi non sarebbe nemmeno cominciata. In quello che un tempo veniva chiamato “mondo libero”, soltanto Trump, i suoi scagnozzi e gli utili idioti in servizio permanente effettivo sembrano non voler capire il progetto strategico di Mosca che va ben oltre Kyjiv e punta a indebolire il sistema liberaldemocratico occidentale per facilitare la restaurazione di un nuovo sistema imperiale russo. Nemmeno la scoperta di ieri notte che la Russia è implicata nel furto di documenti sensibili dal sistema giudiziario americano riuscirà a scuotere l’indifferenza e l’ignoranza trumpiana.

Dopo una serie di grotteschi penultimatum a Putin e di minacce spuntate alla Russia, successive al cessate il fuoco accettato dall’Ucraina ma respinto da Mosca con la più imponente offensiva missilistica sulle città ucraine dall’inizio della guerra, siamo tornati al punto di partenza: Putin vuole tutta l’Ucraina, e da subito anche i territori che non ha conquistato, e a Trump va benissimo così, vai a sapere se perché è scemo, perché non gliene frega niente, perché è un asset del Cremlino, perché pensa di farci qualche affare di famiglia (oltre ai tanti già monetizzati) o per una oscena combinazione di queste cose.

A meno di in colpo di testa di Trump, nel caso si rendesse conto della gigantesca presa in giro di Putin, il vertice in Alaska non porterà a niente, se non a un’inaccettabile richiesta congiunta di resa agli ucraini, i quali ovviamente non accetteranno mai perché il Donbas è ucraino, la Crimea è ucraina e così anche Zaporizhzhia, Bakmut, Mariupol e tutte le zone occupate militarmente dagli invasori russi, che non sono soltanto territori, case e fabbricati, ma soprattutto persone fisiche, reali, ucraine, prese in ostaggio dai russi e forzosamente russificate. Non solo: gli ucraini sanno perfettamente che Putin non si accontenterebbe delle zone oggi contese dai due eserciti, così come nel 2022 non si era saziato di aver annesso alla Russia otto anni prima la Crimea e mezzo Donbas.

“Se non sei al tavolo delle trattative, il motivo è perché sei nel menù”, dice un vecchio adagio diplomatico, per questo Zelensky non è stato invitato in Alaska. Ma il destino dell’Ucraina non si può decidere senza l’Ucraina, e nemmeno senza l’Europa, una banalità talmente evidente che solo uno sprovveduto o qualcosa di più di uno sprovveduto come Trump non riesce a capire.

Ma cosa aspettarsi da uno come l’attuale presidente americano, convinto che la politica di sicurezza nazionale abbia le stesse logiche del mercato immobiliare di Manhattan, e il cui modello di vita è una via di mezzo tra Vito Corleone e Vladimir Putin?

Soltanto nelle ultime ore, Trump ha deciso di inviare l’esercito a Washington, in teoria per fermare la spirale criminale che avrebbe colpito la capitale (nonostante i reati, tranne eventualmente quelli presidenziali, siano in forte diminuzione), e minaccia di ripetere la stessa carnevalata a Baltimora, Chicago e New York, altre città guidate dai democratici. Un esercito, va ricordato, coordinato da un capo del Pentagono, Pete Hegseth, noto per aver diffuso via chat i piani militari contro gli Houthi e più recentemente per aver condiviso un video del suo pastore evangelico che predica di togliere il diritto di voto alle donne.  

Ieri, Trump ha chiesto a Goldman Sachs di licenziare il capo economista della banca d’affari per aver fatto previsioni a lui sfavorevoli sull’inflazione causata dai dazi, così come lui stesso ha licenziato la responsabile dell’Istat americano perché aveva diffuso dati sull’occupazione non graditi. L’altro ieri, Trump si è ritirato come un coniglio (Trump Always Chicken Out) sui dazi alla Cina, concedendo altri novanta giorni a Pechino, dimostrando all’Europa quale sia il modo corretto di approcciare il bullo della Casa Bianca, non piegando la testa, ma rispondendo colpo su colpo alla sua postura da far west.

Tre giorni fa, Trump ha fatto probabilmente la cosa più incredibile del secondo mandato, nonostante la sua presidenza sia ormai caratterizzata da una sospensione permanente dell’incredulità: la Casa Bianca ha imposto un pizzo di Stato del 15 per cento nei confronti delle società Nvidia e Amd sui ricavi dalle vendite dei loro sofisticati chip alla Cina, una decisione inaudita anche in una repubblica delle banane, figuriamoci nella patria del capitalismo, e resa ancora più stravagante perché giustificata da ragioni di sicurezza nazionale evidentemente non sufficienti a impedire la fornitura dei semiconduttori all’avversario geopolitico di Washington.

In attesa che l’America riemerga dall’incubo in cui si è cacciata (ieri Washington è scesa in piazza per protestare contro la militarizzazione della città, speriamo bene) è necessario convivere con l’attuale presidente degli Stati Uniti, prendendo le necessarie contromisure, organizzando la resistenza, senza assecondarlo o adularlo, se non per prenderlo in giro come ormai fanno tutti quelli che lo incontrano. 

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