
«Una situazione dantesca, senza precedenti». Margarita Robles, ministra della Difesa del governo di Pedro Sánchez, ha descritto in questo modo la devastazione provocata dagli incendi nella penisola iberica, che continuano a terrorizzare residenti e turisti – difficilmente scorderemo le immagini dei pellegrini evacuati lungo il Cammino di Santiago, che è stato parzialmente chiuso – nonostante la fine di una delle peggiori ondate di calore nella storia recente.
La situazione è fuori controllo da più di una settimana, e non è destinata a migliorare nel breve periodo: ci sono ancora decine di focolai attivi, soprattutto nelle regioni della Castilla y León e della Galizia. Nel 2025, secondo i dati diffusi dall’esecutivo, in Spagna gli incendi hanno già divorato 343.862 ettari di vegetazione: un record storico, superiore perfino al bilancio del 2022 (306.555 ettari). I morti, tra Spagna e Portogallo, sono almeno sei.
Questi incendi passeranno alla storia non solo per gli ettari di terreno bruciati, ma anche per la quantità di particolato fine PM2,5 generato dalle fiamme. Alimentate dalle alte temperature, dalla vegetazione secca e dal vento caldo, le fiamme sono diventate una variabile impazzita non solo nella mitigazione del cambiamento climatico – a causa dei gas serra emessi – ma anche negli sforzi per migliorare la qualità dell’aria che respiriamo. Si può disincentivare l’uso delle caldaie a gas e delle automobili, ma l’aumento degli incendi – correlato al cambiamento climatico – rischia di vanificare gli sforzi fatti a livello politico.
Al 17 agosto, secondo il Copernicus atmosphere monitoring service (Cams), le emissioni totali degli incendi boschivi in Spagna avevano già superato il record del 2003. I livelli di PM2,5 sono da giorni al di sopra dei livelli stabiliti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Mark Parrington, scienziato del Cams, ha parlato di «emissioni eccezionali» anche per una questione di rapidità: in soli sette-otto giorni sono stati superati valori che solitamente si registrano – per quanto riguarda l’inquinamento prodotto dagli incendi – nell’arco di un anno.
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L’impatto del PM2,5 sulla nostra salute è ben noto: grazie al loro diametro irrisorio (inferiore ai 2,5 millesimi di millimetro), queste particelle sono in grado di penetrare facilmente e profondamente nel nostro organismo attraverso i polmoni e il flusso sanguigno. L’esposizione prolungata al PM2,5 può causare infezioni alle vie respiratorie e patologie cardiovascolari. Secondo l’Oms, l’inalazione di queste particelle nel lungo periodo ha legami con l’insorgenza di tumori e altre patologie come il diabete, l’obesità, la demenza e il morbo di Alzheimer.
Il problema è che la scienza e la politica stanno sottovalutando il ruolo del fumo degli incendi nell’equazione delle emissioni di PM2,5. Secondo un nuovo studio, pubblicato su The Lancet Planetary Health, i decessi legati all’esposizione a breve termine alle polveri sottili generate dagli incendi sarebbero superiori del novantatré per cento rispetto alle stime ufficiali.
Il PM2,5 sprigionato dal fumo degli incendi boschivi «potrebbe essere più dannoso per la salute umana rispetto a quello proveniente da altre fonti. In Europa, le prove dell’associazione a breve termine tra PM2,5 correlato agli incendi boschivi e mortalità in rimangono scarse», si legge nel riassunto della ricerca.
I ricercatori hanno analizzato i dati sulla mortalità quotidiana provenienti da seicentocinquantaquattro regioni di trentadue Paesi, che complessivamente rappresentano circa cinquecentoquarantuno milioni di persone. I numeri sono stati incrociati con le stime giornaliere sulla concentrazione di particolato fine PM2,5, distinguendo poi le varie fonti delle emissioni di questi inquinanti: incendi, traffico, riscaldamento domestico, agricoltura e allevamenti, e così via.
Gli studiosi hanno poi valutato, utilizzando modelli statistici avanzati, il rapporto tra l’esposizione quotidiana al PM2,5 degli incendi e la mortalità. L’ultimo passaggio è consistito nel confronto tra il numero di decessi attribuibili solo al PM2,5 degli incendi e il numero totale, che considera tutte le fonti delle emissioni.
Gli autori della ricerca hanno rilevato che, tra il 2004 e il 2022, in Europa sono morte in media cinquecentotrentacinque persone l’anno a causa dell’esposizione al particolato fine PM2,5 rilasciato dagli incendi. Le procedure classiche e più diffuse a livello accademico – che non fanno distinzioni tra le varie fonti di emissioni inquinanti – avrebbero calcolato solo trentotto morti l’anno nello stesso arco di tempo.
Per ogni microgrammo in più di PM2,5 presente in un metro cubo d’aria, stimano gli esperti, la mortalità generale cresce dello 0,7 per cento, quella connessa a patologie respiratorie dell’un per cento e quella dovuta a problemi cardiovascolari dello 0,9 per cento.
«Finora si presumeva che le particelle inquinanti derivanti dagli incendi fossero dannose come tutte le altre sostanze analoghe. Ma il nostro lavoro dimostra che, a parità di quantità, l’impatto sulla salute degli inquinanti emessi dagli incendi è maggiore», spiega al Guardian la professoressa Cathryn Tonne, epidemiologia ambientale dell’Institute for global health di Barcellona e coautrice dello studio.
Un’altra ricerca, pubblicata a dicembre dello scorso anno, ha stimato che l’esposizione all’inquinamento atmosferico causato dagli incendi provocherebbe 1,53 milioni di morti l’anno a livello globale, soprattutto a causa di malattie respiratorie e cardiovascolari; lo studio, però, non ha fatto distinzioni tra esposizione a breve e lungo termine. Gli incendi boschivi non emettono solo CO2 (considerato un gas climalterante) e PM2,5, ma anche PM10, uno degli inquinanti più comuni nelle grandi città in preda allo smog.
Finora i danni indiretti degli incendi sulla salute umana sono passati inosservati, e gli autori del primo studio vogliono contribuire a invertire la tendenza, facendo luce su un problema destinato a peggiorare. Secondo Tonne, il fumo «può colpire anche le famiglie che vivono lontane dalle fiamme». Considerando l’incremento del numero di incendi boschivi – spesso di natura dolosa ma alimentati da condizioni climatiche estreme –, «le persone esposte ai danni sanitari del fumo saranno molte di più di quelle direttamente minacciate dalle fiamme».
A questo proposito, uno studio pubblicato a maggio su Science Advances ha mostrato che gli inquinanti emessi dagli incendi penetrano annualmente nelle abitazioni di più di un miliardo di persone nel mondo. Gli incendi, quindi, contribuiscono al cosiddetto “inquinamento indoor”, costantemente sottovalutato ma pericoloso tanto quanto quello outdoor. Durante un incendio, la concentrazione di particelle inquinanti nelle nostre abitazioni può arrivare a toccare livelli tre volte superiori alle soglie dell’Oms, anche senza aprire le finestre (pratica ovviamente da evitare in queste situazioni).
«Negli ambienti confinati come palestre, case, uffici e mezzi di trasporto l’inquinamento è mediamente cinque volte superiore rispetto all’esterno», spiegava Alessandro Miani, docente di Prevenzione ambientale alla Statale di Milano e presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima), in un articolo pubblicato su Linkiesta nel febbraio 2024.
Il vantaggio dei luoghi al chiuso riguarda la facilità di mitigare i danni delle particelle inquinanti. Esistono centraline smart in grado di avvisarci quando si sforano i limiti, sistemi di ventilazione meccanizzata e purificatori d’aria centralizzati o decentralizzati. Soluzioni, purtroppo, che spesso risultano economicamente inaccessibili.