Circolo viziosoGli incendi sono la variabile impazzita della lotta alle emissioni

Le fiamme nei boschi e nelle foreste hanno un impatto sul clima sempre più elevato e potrebbero complicare i nostri sforzi di mitigazione. In Canada, ad esempio, arriveranno a generare più gas serra rispetto a tutti i settori economici del Paese

Un incendio a Rodi, in Grecia (AP Photo/LaPresse)

Prima il Nord America, con il fumo canadese che, a fine giugno, ha raggiunto persino la penisola iberica. Poi la Grecia, la Corsica, il sud del Portogallo, le Canarie, la Sicilia, la Calabria. Anche quest’estate, gli incendi stanno sconvolgendo la quotidianità di migliaia di persone e polverizzando ettari ed ettari di boschi potenzialmente in grado di assorbire un’elevata quantità di CO2 (rilasciando ossigeno nell’atmosfera). 

Oltre ai danni nel breve e nel medio periodo, il mondo dovrà poi fare i conti con le emissioni di gas climalteranti generate dalla vegetazione in fiamme. È un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire: le lunghe e intense ondate di caldo, il vento e la siccità favoriscono la propagazione e l’intensità degli incendi boschivi (spesso innescati dall’uomo), che a loro volta contribuiscono ad aumentare le emissioni di anidride carbonica. Il risultato? L’emergenza climatica rimane tale, e gli sforzi di mitigazione rischiano in parte di svanire. 

Uno dei primi studi sul tema, pubblicato su Nature nel 2002, è stato condotto da sei scienziati europei e indonesiani. Il team di esperti ha sfruttato le immagini satellitari dell’Esa e della Nasa per calcolare l’impatto climatico degli incendi boschivi del 1997 (anno in cui era presente El Niño) in Indonesia. Le fiamme, secondo i risultati, hanno generato «tra lo 0,81 e le 2,57 gigatonnellate di carbonio», pari al tredici-quaranta per cento delle emissioni medie annuali derivanti dalle fonti energetiche fossili come il gas e il carbone. 

Questi numeri, spiegano gli scienziati, derivano principalmente dalla combustione parziale delle torbiere, zone umide che intrappolano cospicue quantità di CO2 (occupano solo il tre per cento della superficie terrestre ma immagazzinano il doppio del carbonio rispetto alle foreste).

Sono cifre importanti e inquietanti, la cui gravità è stata confermata dagli studi sulle fiamme dell’estate 2023. Nelle analisi sulle fonti delle emissioni di gas serra devono per forza rientrare anche gli incendi, che dal 2001 al 2019 – secondo il World resources institute – hanno bruciato il doppio della superficie forestale rispetto al ventennio precedente. Senza il cambiamento climatico di origine antropica, infatti, non risulterebbero così ampi, virulenti e difficili da arginare. 

Di recente, il ricercatore Werner Kurz del Natural Resources Canada ha creato un modello in grado di elaborare il “bilancio di carbonio” delle foreste canadesi, che da maggio 2023 stanno facendo i conti con fuochi mai visti prima. I numeri definitivi verranno pubblicati entro il 2025, ma le stime preliminari non lasciano molto spazio a dubbi: al 18 luglio, gli incendi in Canada avrebbero generato 1.420 milioni di tonnellate di CO2e (l’unità di misura che calcola l’impatto dei gas serra sul riscaldamento globale in termini di quantità di CO2). Tutti gli altri settori economici del Paese, nel 2021, avrebbero rilasciato “solo” seicentosettanta tonnellate totali di CO2e. 

Da soli, gli incendi boschivi potrebbero produrre più emissioni di tutti gli impianti fossili, gli allevamenti, le industrie e i trasporti del Canada. Una pessima notizia dal punto di vista della lotta alla crisi climatica, destinata a peggiorare anche a causa delle fiamme che stanno radendo al suolo le foreste del pianeta. In Nord America, per rendere l’idea, sono andati persi circa 11,7 milioni di ettari di terra: un’area più grande dell’Ohio, e solo leggermente più piccola del Nord Italia.

Oltretutto, il team di ricerca guidato da Kurz ha considerato solo le emissioni dirette, che includono i gas serra rilasciati dagli alberi in fiamme e dalla materia organica distrutta dal fuoco. Secondo l’esperto, la quantità di emissioni indirette – derivanti dal legno forestale in decomposizione – sarà più o meno la stessa. A livello globale, il “legno morto” arriva a immagazzinare circa settantatré miliardi di tonnellate di carbonio, che in parte (circa il quindici per cento) viene poi rilasciato nel suolo e nell’atmosfera. 

Il problema non è ovviamente limitato al Canada e agli Stati Uniti. Secondo la Società italiana di medicina ambientale (Sima), nel 2022 le emissioni totali provocate dagli incendi boschivi nell’Unione europea e nel Regno Unito hanno toccato quota nove megatonnellate, equivalenti a quelle emesse da dieci milioni di automobili. Stando ai dati dell’European forest fire information system (Effis), l’anno scorso in Europa gli incendi sono stati più del triplo della media degli ultimi diciassette anni. 

«Un milione di tonnellate di CO2 sprigionate solo dagli incendi di luglio in Grecia equivalgono alle emissioni derivanti dalla combustione di 2,3 milioni di barili di petrolio, ovvero centotré milioni di litri di gasolio. Per confronto, basti pensare che in Italia nell’intero 2022 gli incendi hanno prodotto un milione e novecento mila tonnellate di CO2, pari a circa cinque milioni di barili di petrolio. Per non parlare delle 2.750 tonnellate di ossidi di azoto e delle settemilacinquecento tonnellate di PM 2,5 emesse nello stesso periodo a causa degli incendi nel nostro Paese», dice Alessandro Miani, presidente Sima. 

In generale, come spiega Danielle Bochove su Bloomberg, misurare con precisione l’impronta carbonica degli incendi boschivi è molto complicato. Le variabili in gioco sono tante, come la profondità e la composizione della materia organica bruciata, le dimensioni e la specie degli alberi e gli interventi per il ripristino delle aree boschive andate in fiamme. 

Per quanto riguarda i Paesi più a nord, come il Canada o la Russia, nell’elenco delle conseguenze post-incendi rientra anche lo scioglimento del permafrost. Questo strato di terreno gelato, essendo pieno di acqua ghiacciata, di per sé non prende fuoco, a differenza del materiale organico sopra di esso. Quando succede, scompare un preziosissimo strato di isolamento e il permafrost viene esposto al calore delle fiamme, si scongela e rilascia gas serra come il metano. Al tempo stesso, le già menzionate torbiere – che rimangono senza strato di ghiaccio – prendono fuoco più facilmente. Anche qui, il conto delle emissioni rischia di essere salato. E uscirne diventa sempre più complesso. 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter