Non è difficile prevedere che la guerra su larga scala contro Hamas a Gaza City, proclamata da Benjamin Netanyahu, possa concludersi in una sconfitta che peserà su Israele per anni.
Ci sono molte ragioni dietro questa previsione. Innanzitutto: com’è possibile che un esercito vinca una guerra che il suo quartier generale considera profondamente sbagliata? Pare sorprendente, ma questa è la situazione in Israele.
Netanyahu ha infatti imposto la decisione dell’occupazione integrale della Striscia di Gaza non solo contro il parere netto di Eyal Zamir, comandante delle Forze Armate (Israel Defence Force, Idf), ma anche del suo predecessore Herzi Halevi e di altri tre comandanti o vicecomandanti dell’Idf: gli ex generali Yoav Gallant (ministro della Difesa), Benny Gantz e Gadi Eisenkot.
L’unanimità di giudizio degli ultimi cinque comandanti delle forze armate israeliane indica che tutto il quadro di comando delle Idf, anche nei livelli intermedi, ritiene molto rischiosa una guerra totale a Gaza.
Ma non basta. Lo scontro tra il governo e le Forze Armate cresce, tanto che, proprio alla vigilia dell’operazione, il ministro della Difesa Israel Katz ha annullato le promozioni alla guida delle principali divisioni di combattimento decise da Eyal Zamir.
I nuovi comandanti delle divisioni destinati a intervenire a Gaza, nominati dal capo delle forze armate, sono stati così delegittimati dal ministro. Uno scontro tutto politico, inedito e rilevante.
Altre domande sorgono. Come sarà possibile che i militari israeliani rischino con convinzione la propria vita in un’operazione che, secondo Netanyahu, mira a liberare gli ostaggi, quando le famiglie di questi ultimi portano decine di migliaia di manifestanti nelle strade del Paese e proclamano persino uno sciopero generale per fermarla?
Abbiamo ricordato spesso che l’esercito israeliano è un unicum al mondo, totalmente integrato con la società civile israeliana e quindi in grado di interpretarne lo spirito nazionale. Ma quale sarà la disponibilità a combattere delle centinaia di migliaia di riservisti richiamati, sapendo che i loro generali non credono in questa guerra e che le famiglie degli ostaggi la considerano gravemente dannosa per la vita dei loro cari?
Come può il governo Netanyahu condurre a termine questa guerra quando uno dei suoi principali alleati politici, Bezalel Smotrich (ministro delle Finanze), che ama definirsi “fascista”, minaccia di far cadere il governo e di provocare elezioni anticipate, dichiarando: «Ho perso la fiducia che il premier Netanyahu possa guidare l’esercito israeliano alla vittoria! Il piano di guerra a Gaza fallirà!».
Smotrich non condivide la prudenza e i dubbi dei generali; al contrario, chiede più bombardamenti e un’azione militare più dura. L’altro ministro di estrema destra, Itamar Ben Gvir (ministro della Sicurezza Nazionale), si è prontamente associato alla protesta.
Netanyahu ha così accentuato le divisioni interne. In un delirio di potere, totalmente scollegato dalla realtà, dopo avere scavato un fossato di riprovazione da parte di tutti i Paesi del mondo, incluse le alleate di ferro Germania e Italia, ed esclusi solo gli Stati Uniti di Donald Trump, oggi divide non solo il Paese, ma anche le Forze Armate e la sua stessa coalizione.
La sua strategia, fin dall’inizio, è stata quella di mantenere il potere senza cercare di unire la nazione. Un vero leader, il giorno dopo il massacro del 7 ottobre, avrebbe organizzato un governo di unità nazionale, come fece Levi Eshkol, con l’assenso di David Ben Gurion, nei primi giorni di giugno del 1967, quando associò al governo il suo più accanito avversario, Menachem Begin, in vista della Guerra dei sei giorni.
Il trauma del 7 ottobre, il mito della sicurezza infranto e soprattutto i mesi precedenti — segnati da forti divisioni politiche — avrebbero richiesto questa scelta. Un leader avrebbe dovuto costruire un’unità nazionale, condividendo non solo il comando della guerra, ma anche la guida del Paese.
Ma Netanyahu non ha unificato il Paese. Ha mantenuto un esecutivo di estrema destra che aveva già spaccato Israele, sostenuto da partiti religiosi e ministri che si definiscono “parafascisti”. Si è limitato a creare un gabinetto di guerra aperto alle opposizioni, senza includerle nel governo nella sua interezza.
Quando, un anno dopo, i membri dell’opposizione in questo gabinetto — gli ex generali Benny Gantz e Gadi Eisenkot — si sono schierati con il ministro della Difesa Yoav Gallant e con il comandante dell’Idf Herzi Halevi, affermando che la guerra di Gaza non poteva più proseguire e che l’obiettivo di eliminare Hamas era irrealistico, Netanyahu li ha rimossi, insieme agli altri sostenitori di quella posizione, mostrando come il gabinetto di guerra fosse privo di reale autonomia.
Ora Israele è a un bivio. Sempre più criticato dall’opinione pubblica mondiale, anche da quella storicamente vicina, si prepara a ordinare a un milione di abitanti di Gaza, già in condizioni precarie, di abbandonare Gaza City e a mandare i suoi soldati in una rete di bunker sotterranei da cui, da oltre settecento giorni, non riesce a espellere i miliziani di Hamas. Una strategia sbagliata che ha il marchio di tutte le strategie militari che nella storia sono state elaborate e attuate dall’estrema destra fascista o para fascista: non è intelligente, è inadeguata, è perdente.