Dazi trumpiani Il Parmigiano si salva, ma il vino italiano rischia di pagare caro

L’Italia strappa un taglio degli oneri doganali sul formaggio a pasta dura, ma mozzarella, gorgonzola e soprattutto il settore vinicolo restano esposti. Il governo riunisce la filiera a Palazzo Chigi per studiare contromisure, tra promozione, accordi di libero scambio e richieste di ristori

Unsplash

Lungo l’autostrada dei dazi tra Stati Uniti e Unione europea, l’agroalimentare italiano viaggia a diverse velocità: se il Parmigiano Reggiano riesce a evitare l’aggravio doganale, il comparto del vino e altri prodotti simbolo del Made in Italy si preparano a pagare un conto salato.

Secondo le nuove intese bilaterali, il Parmigiano vedrà una riduzione dei dazi dal venticinque per cento al quindici per cento, e alcune fonti, scrive il Sole 24 Ore, indicano che l’Italia potrebbe addirittura ottenere l’azzeramento dei dazi su tutti i formaggi a pasta dura. La stessa sorte non toccherà però a mozzarella, gorgonzola, burrata e stracchino, ancora soggetti a pesanti oneri doganali. Meno incerta, ma ancora in sospeso, la posizione di pasta e olio d’oliva, per cui si profilano esenzioni. Tutt’altra musica per il vino, su cui si addensano le maggiori preoccupazioni.

Per affrontare la questione, oggi si riunisce a Palazzo Chigi un tavolo interministeriale con il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, i rappresentanti dei ministeri delle Imprese e della Salute, e numerose realtà della filiera agroalimentare e vitivinicola: da Federvini a Coldiretti, da Vinitaly all’Unione Italiana Vini. L’obiettivo è delineare una strategia non solo difensiva, ma orientata alla promozione e alla diversificazione commerciale, soprattutto nel mercato statunitense.

L’Unione Italiana Vini, in particolare, non chiede ristori, ma interventi di sostegno al posizionamento dei brand italiani negli Stati Uniti, dove la concorrenza cresce e i costi aumentano. Fondamentale, per il segretario generale Paolo Castelletti, sarà una promozione mirata, capace di coordinarsi con le imprese e di sostenere la reputazione dei prodotti italiani anche in Europa e sul mercato interno. L’attenzione si concentra anche sugli accordi di libero scambio, come il Mercosur, il cui via libera potrebbe alleggerire le tensioni sul fronte extra-Ue.

Il settore vitivinicolo sembra vulnerabile in questa face. Secondo le stime dell’Unione Italiana Vini, un dazio al quindici per cento rischia di causare perdite per 317 milioni di euro nell’arco di un anno. A essere più esposti sono Moscato d’Asti, Pinot grigio e Prosecco, ma cresce l’allarme anche in Franciacorta, dove il tredici per cento dell’export è diretto agli Stati Uniti. Oltre un quarto dell’export vinicolo italiano è destinato al mercato americano, che vale da solo due miliardi di euro su un totale di otto a livello globale.

Alla complessità del quadro commerciale si aggiunge l’incertezza politica. L’Unione europea, per voce della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e del Commissario Maros Sefcovic, ha definito quello con Washington «il miglior accordo possibile», ma la dichiarazione congiunta attesa per l’estate potrebbe slittare a settembre, alimentando tensioni interne a Bruxelles. All’Europarlamento, la Sinistra europea ha già depositato una mozione di sfiducia contro von der Leyen, con il sostegno dei Verdi italiani e altri gruppi critici.

Il rappresentante statunitense per il Commercio, Jamieson Greer, ha definito invece i nuovi dazi voluti da Donald Trump «praticamente definitivi». Secondo Greer, non ci sarebbero margini per negoziati nel breve periodo. Anche i dazi punitivi al cinquanta per cento imposti al Brasile sono stati giustificati in qualche modo, con la Casa Bianca che ha dato spiegazioni sulla base di considerazioni politiche – e potrebbero rappresentare un modello applicabile ad altri Paesi.

Nel frattempo, le entrate doganali statunitensi sono in forte crescita. Da aprile, i dazi hanno portato nelle casse federali centocinquantadue miliardi di dollari, con una proiezione annua di trecentosessanta miliardi. Anche per questo, scrive il New York Times, potrebbero essere difficili da rimuovere in breve tempo.

X