Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Etc dedicato al tema della Fede. Disponibile nelle edicole di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia, e ordinabile qui (senza spese di spedizione)
Cimitero di San Cataldo
Modena
Di Martino Pinna
Il cimitero San Cataldo è diviso in due. Da una parte il cimitero di metà Ottocento, con tutto quello che ci si aspetta: pietre, marmo, colonne, statue e lunghi portici che ricordano il centro storico di Modena, anche per l’atmosfera, dato che nelle sere d’inverno in entrambi i luoghi è difficile incontrare un’anima viva. Al centro il piccolo cimitero ebraico con le lapidi sbilenche. Superato un colonnato di cemento si arriva all’altra metà, quella moderna. In lontananza si intravedono linee nette, tetti azzurri, un grosso cubo arancione. Varcata questa soglia il visitatore non sa più dove si trova: è entrato nel regno metafisico-razionalista di Aldo Rossi. È considerato un capolavoro di architettura, i disegni sono esposti al MoMA di New York e attira turisti da tutto il mondo; ma un tecnico del comune mi ha spiegato che molti modenesi non vorrebbe farsi seppellire lì.
Secondo molti il problema di questa “città dei morti” è che è troppo moderna, troppo fredda, troppo strana. “Alle persone non piace l’idea di essere seppellite in un posto così”. Il punto è che i morti, come i vivi, preferiscono la cappelletta di campagna con pochi vicini di tomba e un bel paesaggio davanti, e non il palazzone popolare da dividere con tutti gli altri. L’uguaglianza era una delle idee alla base del progetto di Rossi del 1971. Uguaglianza sociale ed economica, perché in teoria i morti sono tutti uguali. Ma anche uguaglianza tra le religioni. Nelle intenzioni doveva essere un cimitero laico, senza simboli, adattabile a ogni tipo di rito. L’aspetto però che rende questo cimitero metafisico e inafferrabile è che non esiste. Sono passati oltre 50 anni dal primo progetto e non è ancora stato completato.
Quello che possiamo vedere oggi è circa il 30% di quello che doveva essere costruito. Nei disegni di Rossi c’era un grande cono alto 25 m, l’edificio più visionario, un tempio di tutti, dove la luce sarebbe entrata dall’alto illuminando l’interno. Degli elementi più simbolici del progetto è stato costruito il grande ossario cubico, senza tetto, con finestre tutte uguali, definito da Rossi “una casa abbandonata o non finita”, definizione che si adatta all’intero cimitero. E di fronte a questa magnifica incompiuta, immersi in un paesaggio metafisico a osservare qualcosa che non c’è, il visitatore viene colpito dal sentimento più forte che un cimitero può suscitare: l’assenza.

Cimitero delle 366 fosse
Napoli
Di Elia Gonella
L’ho scoperto in un racconto di Daniele Del Giudice e l’ho scambiato per un’invenzione borgesiana, una necropoli senza date e nomi, strutturato come un calendario perpetuo o il tabellone di un gioco infinito. Esiste: a Poggioreale, sulla cima di un colle che un tempo si affacciava sul Golfo di Napoli e oggi sul muro pericolante di un parcheggio. Non c’è molto da vedere. Non sembra nemmeno un cimitero, solo una piazza quadrata di pietra vesuviana. Sotto il muschio si intravedono i numeri scalpellati sui tombini – 366, uno per giorno dell’anno, incluso il 29 febbraio dei bisestili.
Oggi qui non sale quasi nessuno, se non per i loculi perimetrali aggiunti nel ’900. Fossi arrivato una sera qualsiasi tra il 1764 e il 1890, avrei assistito a uno spettacolo popolare, affollato e chiassoso, tra sceneggiata e Grand Guignol. Il primo gennaio i necrofori sollevavano la pietra numero 1 e gettavano in una cisterna profonda 12 metri i cadaveri dei poveri, degli sconosciuti non reclamati. Il giorno dopo aprivano la fossa numero 2, e così via, in un ciclo che è durato per 127 anni. Lo spazio per nuove sepolture non mancava mai: grazie all’acqua piovana e a grate di scolo, le 366 fosse digerivano i resti umani.
Questo capolavoro di razionalità e orrore fu la risposta illuminista al colera. Incaricato di superare l’infamia della Piscina, fossa mefitica dietro gli Incurabili, l’architetto Ferdinando Fuga inventò un cimitero pubblico che anticipava l’editto napoleonico, forse il primo in Europa, senz’altro il più efficiente. Si stima ospiti più di un milione di morti in 6.400 metri quadrati – il cimitero Maggiore di Milano, appena la metà su una superficie cento volte più grande. Nel 1890 le 366 fosse furono chiuse perché considerate inumane, un giudizio che il tempo non ha mitigato. Ma abbiamo trovato una soluzione migliore per dare una sepoltura a chi non può permettersela? Ancora oggi, sull’isola di Hart i caterpillar coprono di terra bare anonime di pino, gli ultimi dello stato di New York.
Napoli riuscì a trasformare in gioco perfino il cimitero di Fuga. Al tramonto, il popolo studiava il numero della fossa e contava gli uomini e le donne che ci sarebbero finiti dentro, sperando di ricavarne il terno al lotto. 48, ‘o muorto che pparla.

Cimitero di Alicudi
Alicudi
Di Vittoria Caprotti
Dal Belvedere al cimitero di Alicudi sono pochi gradini: il cancello d’ingresso è accostato, il lucchetto divelto e pieno di ruggine; c’è una piccola cappella (non so se agibile) che apre ai terrazzamenti con le tombe.
Non ero mai stata in un cimitero a strapiombo sul mare: mi sono seduta davanti alla ringhiera – pure arrugginita – e da lì ho osservato l’azzurro segmentato dai listelli di ferro. Era un tentativo di compartimentare tutta quell’acqua dopo qualche giorno in cui mi sentivo soffocata dalla distesa marina a 360°. Non ci sono abituata, arrivando da Milano. Consiglio di portarsi dietro un telo, se ci si vuole sedere a compartimentare il mare, perché l’erba secca del luglio mediterraneo, punge.
Tra le tombe a terra, alcune sono circondate da ulteriori ringhierine metalliche – ognuna con una lavorazione diversa – e la più tipica lastra di marmo è sostituita da piastrelle colorate: molte sono rotte, altrettante mancano del tutto e lasciano intravedere le pietre sottostanti. Su una rara sepoltura a maioliche intatte – blu, bianche e azzurre – stanno un crocifisso con un angioletto all’incrocio dei bracci, un porta lanterna vuoto e una lapide anonima: “Piccolo angelo / resterai sempre nel cuore / di quanti ti vollero bene”. Un’altra delle tombe è sormontata dalla statua di un angelo che prega: sembra più adatto a un cimitero monumentale che non al piccolo camposanto di una piccola isoletta; sostando alla sua destra e buttando l’occhio oltre le sue mani giunte, si vede Filicudi.
Tra i colombari, molte le sepolture senza nome: il cimitero di Alicudi è pieno di scritte “ignoto”. Con un unico colpo d’occhio ne ho viste quindici su altrettante lastre. Alcune, però, hanno un vasetto incorporato; e in un paio di quei vasetti ci sono dei fiori finti rosa.
Uscendo, mi è caduto l’occhio sulla foto di un occhialuto signore morto nel 1973 (e nato non si sa quando); sulla sua lapide, dei versi in francese. notre vie / est un voyag / Dans l’hiver et dans la Nuit / Nous cherchons notre passage / Dans le Ciel où rien ne luit: La nostra vita / è un viaggio / nell’inverno e nella notte / cerchiamo il nostro passaggio / nel cielo dove nulla brilla. Su Google ho scoperto che Céline inserì queste righe della Chanson des Gardes suisses in Viaggio al termine della notte: quando torno a casa, lo compro.

Cimitero di San Michele
Venezia
Di Luca Pakarov
Alla fermata di Fondamente Nove ci sono le onoranze funebri, dall’altro lato giace sull’acqua, misteriosa, l’isola cimiteriale di San Michele. Nella breve navigazione in vaporetto, malgrado l’arancione dei mattoni che la perimetra, San Michele può trasformarsi facilmente ne L’isola dei morti, il celebre quadro di Arnold Böcklin.
Una volta approdati, l’Arcangelo Michele veglia la scalinata, nessuno scende all’imbarcadero, tutti si dirigono verso la prossima fermata con i più rassicuranti vetri di Murano. L’isola fu sede anche del carcere politico, della biblioteca e di vecchie leggende, come quella della fossa numero sei, dove scomparve il corpo di suor Serafina, che non voleva sentir parlare di santità. Un porticato sulla sinistra; a destra si apre un emiciclo con le cappelle monumentali, tra cui quella Salviati, una delle 17 tombe extralusso rivendute dal comune di Venezia per coprire i costi di manutenzione. Nei cimiteri le differenze sociali si cristallizzano, la morte non pareggia i conti. Nel recinto evangelico v’è una piccola edicola in legno aperta: dentro lettere sgualcite, non distante trovo il poeta Joseph Brodsky.
Nessun fiore da Ezra Pound, l’alloro non permette di vedere bene la lapide. Sul muro a est, dentro una cornice ad arco, non mi sfugge una coppa, ai manici penzolano sciarpe dell’Inter: il sepolcro ricorda il viso oblungo e un po’ triste di Helenio Herrera. Oltre allo scricchiolio della ghiaia l’unico suono è lo sporadico sciabordio dei barchini, l’odore di salsedine si mescola a quello della resina di cipressi e querce. Arrivo a un monolite grigio precipitato lì dalla modernità: è ideato dall’archistar David Chipperfield, inaugurato nel 2007. Mentre nelle vecchie lapidi trovi poesie e breviari di vita che ti spezzano il cuore, qui ci sono sepolture meno datate e si sente il passo dei tempi: “Ti ricorderemo sempre”, “Nei nostri cuori”, a un uomo hanno scritto “Ciao”. Tra poco troveremo delle emoticon. Nella zona greca ortodossa, in un avello con solo nome e cognome, Igor Stravinskij che morì a New York ma chiese di stare vicino all’amico Sergej Djagilev. Attraversando il recinto viii, quello dei bambini, gli occhi cadono sulle date, il silenzio sembra più intenso. All’uscita mi rendo conto di aver dimenticato Franco Basaglia, l’unico ospite che sentivo di omaggiare. Decido allora per la scappatoia dei turisti: tornerò sull’isola di San Michele per lui.

Cimitero municipale Sara Braun
Punta Arenas, Cile
Di Giovanni Cavalleri
Punta Arenas deve il suo nome a cartografi inglesi e la sua fondazione a militari cileni. Inizialmente fu colonia penale, poi colonia e basta, popolata da croati, inglesi, spagnoli, tedeschi, italiani e svizzeri arrivati per l’oro, il carbone o le balene e rimasti per le opportunità offerte da una terra, la Patagonia, rivelatasi poco adatta alla sopravvivenza umana, ma molto predisposta all’allevamento ovino.
Il governo cileno, ansioso di colonizzare queste terre australi prima che lo facesse qualcun altro, concesse possedimenti immensi a chi poteva permettersi di acquisirli e riempirli di bestiame. Tra questi, l’imprenditore José Nogueira e sua moglie Sara Braun, ebrea russa sbarcata in città con la famiglia nel 1874, che arrivarono a controllare un terzo dei pascoli della Terra del Fuoco. Alla morte di Nogueira, tutto restò nelle mani di Braun che fondò con i fratelli la setf, Sociedad Explotadora de Tierra del Fuego e divenne una delle donne più ricche e influenti del tempo. Costruì per sé e la sua famiglia un palazzo francese in centro città e un mausoleo russo con una cupola a cipolla nel cimitero che porta il suo nome.
Ma il cimitero municipale di Punta Arenas non deve solo il nome a Sara Braun. Le deve anche la sua sontuosa facciata porticata e la maestosa porta principale, donata da Braun alla città, a patto che la sua salma fosse l’ultima cosa a varcarla. Il cimitero ospita centinaia di cipressi sagomati a panettone, i resti di 67 mila tra cileni e coloni europei e il mausoleo di José “el rey de la Patagonia” Menéndez, socio dei Braun e azionista della setf. Quello che non si trova al cimitero sono i corpi delle migliaia di nativi Selk’nam che i Braun e Menéndez fecero sterminare per proteggere i loro terreni da chi quei luoghi li abitava da migliaia di anni. L’unico nativo ad aver conquistato una tomba al cimitero Sara Braun fu seppellito lì nel 1929 sotto una lapide che recita “Indio desconocido”. L’Indiecito, come viene chiamato dai suoi devoti, presto iniziò a compiere favori e miracoli. Da allora la sua tomba, sovrastata da centinaia di ex-voto e ora ornata da una statua, è destinazione di pellegrini che preferiscono baciare i piedi di bronzo di un indio sconosciuto piuttosto che baciare le mani di una borghesia latifondista e genocida.