Indietro tuttaI miei finti coetanei, e la rimozione della tv popolare che ci ha cresciuti

Baudo è stato la grammatica comune della mia, scusate, generazione. Bisognerebbe citare Camus, se solo avessimo trascorso la giovinezza in cameretta a leggere buoni libri anziché a guardare la tele

Diceva Gesualdo Bufalino che il suo rapporto con Leonardo Sciascia si fondava sulla sola base possibile per le amicizie: erano coetanei. Lo intendeva nel senso che si usa per i bambini: erano nati a sette settimane di distanza. Da grandi, il concetto di coetaneità slitta.

Luca Sofri ha otto anni più di me, il che oggi ci rende i coetanei che non eravamo nel 1984: siamo tutti e due adulti, siamo passati tutti e due dal mondo delle cabine telefoniche e dei mangiadischi a quello dei telefoni con dentro le canzonette, apparteniamo tutti e due alla generazione degli adulti più imbecilli della storia dell’uomo.

Ho detto «generazione», ma non avrei dovuto, perché il concetto di generazione è un’americanata inutile. Gente nata a dieci o quindici anni di distanza non ha nulla in comune nella formazione: magari ce la poteva avere negli anni di Bufalino e Sciascia, in cui il tempo era più lento, ma di certo non dopo l’invenzione del pop.

Il mio litigio preferito con le mie coetanee è quello in cui loro dicono che negli anni Novanta ascoltavano i Nirvana e io dico ma quando mai, ascoltavate Alanis. Però che ne so, quelle che chiamo coetanee magari hanno due anni meno di me, magari cinque di più: fino a un certo punto quei quarti d’ora di distanza hanno fatto tutta la differenza del mondo.

Ed eccomi quindi a fare la specie più insopportabile d’articolo, quella in cui un giornale polemizza con ciò che ha scritto un altro giornale. Se poi ci aggiungiamo che le cose che ha scritto Luca Sofri intorno a Pippo Baudo sono a loro volta a margine d’un altro giornale, siamo alla definizione perfettissima di ciò di cui ai lettori non importa niente. Però mi sembra ci sia, nel microdibattito, qualcosa di utile per capire come siamo arrivati fin qua.

Partiamo dunque da “Fantastico”. Io ci credo, che Luca Sofri non lo guardasse, ma non perché, come scrive, magari lo guardavano i genitori mentre lui era a farsi i fatti suoi «in camera, senza social network e senza smartphone». Quando Baudo conduce il suo primo “Fantastico”, Luca Sofri ha vent’anni: voglio ben sperare che non stia nella cameretta coi poster.

A Baudo appena morto, e nella divisione tra controcorrentisti (che hanno salutato i due pezzi di Luca Sofri come un’attesa dichiarazione di nudità del re) e realisti, i secondi si sdilinquivano su un programma, trasmesso in replica, che io non avevo mai sentito nominare. Mi chiedevo come fosse possibile, poi ho capito che “Papaveri e papere” andò in onda nella primavera dei miei ventidue anni: certo che uscivo tutte le sere, certo che non sapevo cosa passasse in televisione a meno che quel qualcosa non facesse abbastanza parte del dibattito sui giornali da accorgertene anche se la sera uscivi.

All’altezza del “Fantastico” con Baudo che conduce e la Parisi che balla e la Berté che canta Tenco, però, di anni ne ho dodici, e nella cameretta coi poster ci sto, ma non di sera, perché non funzionava così: si guardava la tv coi genitori, la sera, da piccoli. Non per mancanza d’alternative: avevo un televisore in camera mia, ma la sera la tv si guardava assieme. Mio padre era stato fuori tutto il giorno e se io la sera mi fossi chiusa in cameretta mi avrebbe mandata a San Patrignano a farmi passare l’asocialità. L’autore dell’articolo che ispira Luca Sofri è persino più giovane di me, sa il cielo cosa facesse alle elementari di sabato sera: andava a ballare?

Non credo d’aver avuto, all’epoca, un’opinione su Baudo: ero una dodicenne che desiderava tantissimo il body di tutti i colori di Heather Parisi, mica un critico televisivo. Probabilmente a vent’anni avrei detto che era un vecchio trombone e che gli preferivo la Dandini, ma nell’arco di trent’anni, se non muori, hai il dovere e il privilegio di cambiare idea su tutto. All’altezza dei miei dodici anni Baudo era stato, banalmente, il nostro orizzonte. Quello che ci faceva vedere i Duran Duran: guai a chi ce lo toglieva.

Luca ne fa una questione di incomprensione del passato da parte del presente: questi giovinastri – riassumo a parole mie, lui non direbbe mai «giovinastri» – non capiscono che noi eravamo abituati ad annoiarci, che non guardavamo tutta la tv per paura di restare indietro sul dibattito social. In cameretta c’erano attività quali, elenca, «telefonate, libri, guardare il soffitto, studiare in ritardo, embrioni di videogiochi, guardare il soffitto», e qui avrei talune obiezioni.

Le telefonate costavano e tenevano occupata la linea che magari volevano usare i nostri genitori: mica si facevano con la disinvoltura di ora (e neanche apro il capitolo duplex). «Embrioni di videogiochi» significa: lo snake del Vic20, una roba d’un primitivo e d’un alienante (io ci giocavo moltissimo, ovviamente) che forse abbiamo la risposta al perché siamo i più imbecilli della storia del mondo. Alcuni di noi sono cresciuti preferendo, a guardare balletti ben fatti e canzoni famose, far correre un serpente fra buchi e mele pittati in grafica sommaria.

Un’altra obiezione riguarda il non avere la smania di vedere tutto per partecipare al dibattito. Direi semmai il contrario. Una delle ultime volte che ho visto mio padre vivevo già a Roma, ero tornata a Bologna per qualche giorno, e lui voleva che andassi a cena con loro (per lo stesso principio della tv del sabato sera del decennio precedente: non ti vediamo mai). Però in tv c’era Celentano con uno di quei programmi di cui tutti parlano, e io non l’avrei potuto poi recuperare sul telefono, sulla app, sulle diavolerie moderne: se lo perdevo, era perduto per sempre. Litigammo perché io volevo stare a casa a vedere la tv e lui voleva andare al ristorante. Meno male che non c’erano ancora i miei coetanei a dirmi «mioddio, ma sei giovane, come puoi guardare la prima serata generalista» (all’epoca neanche esisteva la parola «generalista»: i beati anni senza piattaforme).

Poi certo, è vero che i social anche in questo hanno rincretinito la conversazione. Ho capito che non era più il mio tempo quando l’anno scorso m’è passato davanti un pezzettino d’uno spettacolo in cui Michela Giraud fa quel che tecnicamente si chiama crowd working: il momento in cui il comico sul palco interagisce col pubblico in sala. La Giraud diceva delle frasi famose, e il pubblico le completava urlando entusiasta. Quelle frasi erano il loro lessico famigliare. Ai tempi nostri sarebbero state, boh, citazioni del “Tempo delle mele”, di “Piccole donne”, dei Vanzina. Per i trentenni di oggi, se consideriamo la Giraud e i suoi spettatori un campione di sondaggio, il repertorio sono i battibecchi di “Uomini e donne” e Ilary Blasi che litiga con Fabrizio Corona. Io lo capisco, Luca Sofri, se gli vien voglia di dire che lui preferisce un buon libro.

Nel 1996, l’anno in cui Sanremo lo conducono Baudo e Sabrina Ferilli e Valeria Mazza, Toby Young va alla festa per gli Oscar di Vanity Fair. Toby Young è un inglese piuttosto spiritoso che però ha lo stesso difetto degli aspiranti intellettuali che oggi ci spiegano sui social che loro Baudo mai: se incontrasse i Baudo di cui scrive con sarcastico sprezzo, Young si getterebbe ai loro piedi supplicando autografi (in quegli anni ancora non si elemosinavano autoscatti).

Nel 2001, Young pubblicherà “How to lose friends and alienate people”, in cui di quella festa racconterà tra le altre cose una scena cui ho pensato tantissimo in questi giorni. Jim Carrey si è fermato a parlare con lui, e a Young non sembra vero, farebbe qualunque cosa per compiacerlo. E cosa fa, per compiacere un famoso, qualcuno che non ha argomenti di conversazione? Parla male d’un altro famoso. Young fa una battuta brutta su “Via da Las Vegas”, e Carrey lo gela dicendo che veramente è un capolavoro e Mike Figgis avrebbe dovuto vincere l’Oscar.

A ogni «semmai nel mio pantheon c’è Massarini» dei controcorrentisti antibaudiani di questi giorni, io ho pensato a Toby Young. Il Sanremo in cui Baudo fece esordire Laura Pausini, io lo vidi su un maxischermo nel salotto di Carlo Massarini: immagino lui neppure se ne ricordi, perché lui era già Massarini e io ero un’inutile ventenne imbucata lì da qualche amica di amici. Non si ricorda di me, ma sono certa si ricordi di Baudo. (Si portano molto anche i «semmai guardavo Arbore»: bisogna essere ben stolidi per non capire che Arbore parlava alla nicchia e quindi poteva permettersi cose che Baudo no).

Una mia amica, cresciuta in una casa in cui la sera si andava a letto presto, l’anno scorso mi ha avvisata separatamente che, in una chat con altre persone, il correttore mi stava cambiando «aneddoto» in una parola inesistente. Le ho spiegato che no, ero io che scrivevo «nanetto», era una citazione di Frassica a “Quelli della notte”. Ho pensato a lei quando Luca Sofri scrive che lui per anni non ha capito cosa stessero citando i suoi amici che dicevano «Has Fidanken».

È possibile che gli amici ventenni di Luca Sofri, che diversamente da lui la sera guardavano la televisione, abbiano per anni citato “Drive In” senza che lui mai avesse l’ardire di domandar loro di cosa stessero parlando? La mia amica che non sapeva «nanetto» era stata dunque tanto più coraggiosa?

Poi mi sono ricordata di Camus (non m’è venuto in mente subito perché da piccola guardavo la tele invece di stare in cameretta a leggere buoni libri). «Le opere d’un uomo in genere ricostruiscono le sue nostalgie o le sue tentazioni, quasi mai la sua vera storia, specie quelle opere che si finge siano autobiografiche. Nessun uomo ha mai osato dipingersi così com’è». Aspetto il terzo articolo di Luca Sofri, quello in cui farà la classifica dei suoi programmi preferiti di Baudo, e dirà che mica si diventa intellettuali sessantenni ignorando tutta la cultura popolare dei propri vent’anni, come avete potuto crederci? S’intitolerà “Vi ho fregati”.

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