
Scorrendo il feed di X negli ultimi giorni si trovano decine di post scritti in maiuscolo, con toni offensivi, sintassi stentata e una quantità indecorosa di punti esclamativi. No, Donald Trump non ha deciso di inondare i social con i suoi messaggi aggressivi. Almeno non più del solito. Stavolta i colpi vengono da sinistra, dal governatore della California Gavin Newsom.
C’è Newsom che invita a farsi soprannominare Cristoforo Colombo perché ridisegnerà le mappe dei distretti elettorali, c’è Newsom sul Mount Rushmore con gli altri quattro presidenti, c’è Newsom che paragona il consigliere di Trump, Stephen Miller, a Voldemort, c’è Newsom abbracciato dalle star della destra americana Tucker Carlson, Kid Rock e un Hulk Hogan appena volato in Paradiso. C’è perfino Newsom che si autoincensa come «IL GOVERNATORE PIÙ PREFERITO D’AMERICA». Rigorosamente in caps lock.
Lo staff del governatore della California ha completamente stravolto lo stile di comunicazione. Fino a pochi mesi fa, l’account X gestito dall’ufficio stampa del governatore diffondeva i soliti contenuti istituzionali, e passavano a malapena inosservati nel marasma dei social media. Un giorno si promuoveva l’impegno di Newsom per migliorare la formazione professionale in California, un giorno si annunciava l’inizio dei lavori per una nuova acciaieria. Una sfilza di messaggi di routine.
Adesso è in voga la grottesca prosa trumpiana: è la via da seguire per la comunicazione. L’idea è quella di replicare quel modo di parlare del presidente, lo stile da venditore di materassi, lo sprezzo per la grammatica e il vocabolario. È la versione di Gavin Newsom Social Troll. E sta spopolando.
Il principale bersaglio delle frecciatine via X è immancabilmente Trump. Quindi giù con gli sfottò sulle mani piccole, sul pannolone, sui capelli, sul fondotinta arancione, e anche un bel po’ di mostarda sui legami con Jeffrey Epstein.
Per questo i tipi di Fox News, avamposto della comunicazione Make America Great Again, sono infuriati con Newsom. Una delle conduttrici di punta della rete, Dana Perino, critica il governatore, gli chiede di fermarsi, dice che quelli del suo team «devono piantarla», che lui «sta diventando ridicolo». E il team di Newsom per non farsi mancare niente risponde per le rime: «Dana “ding dong” Perino (mai sentita fino a oggi) è andata in crisi a causa mia. Fox odia che il governatore più amato d’America salvi l’America, mentre Trump non riesce nemmeno a “conquistare” la scaletta principale dell’Air Force One». Ormai sono in pieno delirio d’onnipotenza.
Qualcuno nello staff di Newsom deve aver intravisto in questa comunicazione rapsodica e incendiaria un tassello importante per il futuro politico del governatore. Non è un mistero che al Partito Democratico manchi un candidato di punta per le presidenziali del 2028, e Newsom vorrebbe accreditarsi come il cavallo vincente. «Si tratta di seguire il suo esempio», ha detto lo stesso Newsom in conferenza stampa. «Se avete problemi con quello che pubblico, dovreste sicuramente preoccuparvi di quello che pubblica lui come presidente».
Newsom però non vuole solo squarciare il velo di Maya della retorica trumpiana, vuole adottarla perché la ritiene il mezzo migliore per conquistare visibilità, seguito e voti. È anche un modo per scrollarsi di dosso quell’immagine da politico liberal e un po’ woke tipico della California – uno stigma potenzialmente letale in un’elezione nazionale. «Newsom è entrato nel dojo digitale e sta praticando il jujitsu memetico che spaventa le cinture bianche repubblicane non abituate alla competizione», ha detto una fonte a Politico. «Per troppo tempo, i democratici sono rimasti in disparte, troppo spaventati di sbagliare per sferrare un colpo. Questo approccio dovrebbe dare la carica alla gente per entrare nella lotta».

Maneggiare le arti oscure del trumpismo può essere pericoloso: si rischia di tradurre la comunicazione aggressiva e populista in politiche altrettanto aggressive e populiste, scadendo negli stessi eccessi. Un esempio è quello delle mappe elettorali.
Il redistricting, cioè modificare i confini dei collegi elettorali, è un’operazione frequente negli Stati Uniti, ma quando viene usata per condizionare il risultato del voto si parla di gerrymandering. Lo stanno facendo i Repubblicani del Texas in vista delle prossime elezioni di midterm (novembre 2026). È quello che ha minacciato di fare anche Newsom in California, per ripicca. «DONALD TRUMP, SE NON TI DIMETTI, SAREMO COSTRETTI A GUIDARE UN’AZIONE PER RIDISEGNARE LE MAPPE DELLA CALIFORNIA PER COMPENSARE LE MAPPE SBAGLIATE NEGLI STATI ROSSI», scriveva lo staff di Newsom la mattina dell’11 agosto. Il governatore ha poi commentato dicendo che bisogna «combattere il fuoco con il fuoco».
Per ora la base democratica sembra entusiasta di questa versione trumpizzata di un governatore democratico: un sondaggio condotto da Echelon Insights ha rivelato che Newsom è balzato al secondo posto tra i potenziali candidati alle prossime presidenziali, dietro l’ex vicepresidente Kamala Harris. Se non altro, c’è un elemento di novità in questo stile di comunicazione.
Per anni i Democratici si sono tenuti alla larga dalla lotta nel fango, seguendo l’adagio di Michelle Obama: «Quando loro scendono, noi saliamo». Adesso la musica è cambiata. Già lo scorso giugno, il deputato Democratico Ro Khanna diceva che il partito avrebbe dovuto trasformarsi in una versione trumpizzata, i «Blue Maga».
Da qui i metodi quasi-scorretti come il gerrymandering, o il filibuster usato da Cory Booker. Lo scorso aprile il senatore del New Jersey si è alzato in aula a Capitol Hill e ha deciso di parlare a oltranza, senza pause, una maratona oratoria solo per bloccare i lavori al Senato. Aveva detto che avrebbe parlato finché avrebbe retto fisicamente: il suo discorso è durato venticinque ore e cinque minuti.
Sul lungo periodo, una politica più aggressiva e meno attenta alle regole e alle consuetudini potrebbe essere più dannosa che efficace, rischia di inquinare il dibattito politico. Trump e i picchiatelli che gli vanno dietro sono una minaccia per la democrazia: due partiti che si comportano allo stesso modo non per forza si annullano, ma raddoppiano la minaccia.
La speranza è che Newsom e i democratici siano ancora in grado di uscire dal personaggio e de-trumpizzare politiche e comunicazione al prossimo successo elettorale. Ammesso che quest’imitazione del presidente meno desiderabile d’America porti risultati. «L’abito di Trump calza a pennello a Trump. Chi prova a indossarlo rischia di fare la figura del pagliaccio», ha scritto il fondatore di Axios, Mike Allen, martedì. Forse è davvero solo una nuova, esagerata e poco forbita clownizzazione del dibattito politico.