Ci sono molte cose che separano gli ucraini dai russi, nonostante la propaganda di Mosca continui a sostenere, anche mentre bombarda le città dell’Ucraina, che i due popoli siano uniti da un indissolubile legame di amicizia e di fraternità.
La differenza più evidente è che i russi sono gli aggressori fascisti e gli ucraini sono i partigiani resistenti all’invasore: da una parte c’è un regime, un popolo e una cultura coloniale che annienta le identità dei Paesi invasi; dall’altra c’è un Paese libero che difende la sua indipendenza fisica, territoriale e culturale.
Questo si vede più o meno ogni giorno sul campo di battaglia, che per i russi comprende anche gli ospedali, le scuole e le abitazioni del popolo “fratello”, mentre per gli ucraini si limita agli obiettivi militari.
Ieri, per esempio, dopo l’efficacissima minaccia di Donald Trump a Vladimir Putin di imporgli sanzioni secondarie, i russi hanno lanciato droni e missili su Kyjiv uccidendo trentuno civili, compresi cinque bambini, e ferendo centocinquantanove persone, mentre undici droni ucraini sono entrati in territorio russo e hanno colpito una fabbrica militare nella città di Penza. Ci si potrebbe fermare qui per raccontare in modo definitivo la storia dei due paesi.
Ma se queste sono storie ordinarie di una guerra che finirebbe all’istante se i russi abbandonassero i loro propositi coloniali, sono altre due cose successe nelle ultime ore in Russia e in Ucraina a spiegare la ciclopica differenza tra i due Paesi.
Ria Novosti, la principale agenzia di stampa russa, di proprietà del governo, ha pubblicato un articolo dal titolo: «Non c’è altra scelta: in Ucraina nessuno deve rimanere vivo», esplicitando per iscritto su un organo ufficiale del regime l’intento genocidiario della guerra all’Ucraina, che è sempre stato chiaro ed evidente a tutti quelli con un minimo di sale in zucca, ma che ora potrebbe diventarlo anche per gli utili idioti del Cremlino che popolano il discorso pubblico italiano (no, sto scherzando, non lo capiranno nemmeno adesso che è scritto nero su bianco).
La notizia ucraina arriva invece dalla Rada, il Parlamento nazionale, e dal palazzo del presidente Volodymyr Zelensky: in seguito alle proteste popolari, il Parlamento ha approvato all’unanimità, e Zelensky ha firmato subito dopo, la legge che restituisce l’indipendenza alle due autorità anti corruzione che, soltanto nove giorni prima, avevano perso in seguito a un voto della Rada e alla firma di Zelensky, entrambi di segno opposto a quelli di ieri.
Due giorni di proteste democratiche, di manifestazioni popolari e di dibattiti politici peraltro sotto le bombe russe, e di genuina indignazione per l’iniziale scelta di Zelensky e del suo partito hanno convinto i parlamentari e il presidente a cambiare idea, e a tornare sui loro passi. In nove giorni, il tempo tecnico per convocare il Parlamento le agenzie anticorruzione sono tornate indipendenti, e gli ucraini che manifestavano in piazza sono tornati a casa.
La fotografia dei due paesi non può essere più nitida. Da una parte c’è un regime-caserma russo che uccide i dissidenti, tortura gli oppositori e invade i vicini con l’obiettivo di cancellarli dalla faccia della Terra, uno Stato-canaglia guidato da un funzionario del Kgb che si percepisce Zar, e che ha trasformato la Russia in un’economia bellica e in una società militarizzata difficilmente riconvertibili a scopi civili, se non rischiando contraccolpi interni pesanti da sopportare.
Dall’altra parte c’è un Paese che, nonostante le bombe che cadono sulla testa e gli indicibili sacrifici collettivi e personali causati dalla guerra russa, scende in piazza, critica il governo, lo costringe con la forza della ragione a cambiare una legge sbagliata e, una volta ottenuto il risultato, torna a casa a fare il suo lavoro.
Ecco, quindi, che cosa separa la Russia dall’Ucraina, oltre a un confine, una lingua e una cultura: la Russia è un Paese dispotico, imperialista e sanguinario; l’Ucraina è una giovane democrazia, imperfetta come tutte le democrazie e ancora ferita da retaggi russi e sovietici, ma comunque libera, indipendente ed europea.