C’è Gaza nella testa di Elly Schlein, e con Giorgia Meloni lo scontro ora è forte. A differenza dell’Ucraina dove il Partito democratico dice poco e niente, soprattutto considerando che negli ultimi passaggi non ha effettivamente molto da rimproverare alla Presidente del Consiglio – che bene o male, sia pure tardivamente, si è spostata sul terreno degli europeisti (e al Pd gli europeisti, cioè i Volenterosi, nemmeno garbano tanto).
Lo scontro dunque si sposta su Gaza. Il Nazareno chiede fatti e non parole, come dice una vecchia pubblicità. Perché stavolta le parole di Meloni ci sono, e nette: «La decisione di procedere con l’occupazione di Gaza, in risposta al disumano attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, costituisce un’ulteriore escalation militare che non potrà che aggravare la già drammatica situazione umanitaria», ha affermato la premier, aggiungendo soprattutto che «l’Italia condanna la decisione israeliana di autorizzare nuovi insediamenti in Cisgiordania. Tale decisione è contraria al diritto internazionale e rischia di compromettere definitivamente la soluzione dei due Stati e, in generale, una prospettiva politica per giungere a una pace giusta e duratura».
Non basta. Il Partito democratico chiede misure concrete perché Meloni non è «un’opinionista», ha ironizzato Schlein. Dunque, rottura degli accordi di cooperazione, sanzioni, riconoscimento dello Stato palestinese: questo chiede la leader dem alla premier. E c’è da attendersi un’escalation polemica finché il governo non farà almeno uno di questi passi, peraltro molto improbabili.
L’emergenza a Gaza ormai sta entrando in una fase se possibile ancora più tragica dopo le ultime decisioni di Benjamin Netanyahu, e, in una situazione mondiale nella quale sembra non esserci posto per due tragedie che si snodano contemporaneamente, in queste ore Gaza sta soppiantando l’Ucraina nella testa dei politici. A partire ovviamente dal boss della Casa Bianca, che ancora una volta si sta facendo portare a spasso dal dittatore della Russia, che intensifica ogni giorno i bombardamenti sull’Ucraina.
Si parla di un disimpegno di Trump mentre l’Italia si lancia nel progetto articolo 5 “like” (cioè “come” se si utilizzasse il meccanismo Nato in Ucraina) in reazione a eventuali attacchi russi dopo un’altrettanto eventuale tregua. L’evidente paradosso è che nessuno sa come fermare gli attacchi di adesso. La realtà è che i fuochi di artificio di Anchorage e Washington sono stati rapidamente bagnati e spenti da un Putin che ben conosce la pratica truffaldina dell’addormentamento del gioco e che approfitta dell’esplodere della tragedia di Gaza per continuare a fare i suoi comodi.
Ma nemmeno su Gaza la politica è pronta. Netanyahu fa quello che vuole, malgrado i milioni di israeliani in piazza e il riuscito sciopero generale. In tutto questo, Giorgia Meloni ha preso una posizione di chiara condanna, ma senza prospettare alcun seguito pratico. Ed è su questa discrasia tra il dire e il (non) fare che il Partito democratico punta a farle pagare un prezzo politico alto.