«Non habit-forming» è l’indicazione che ho preso più alla lettera di qualunque etichetta abbia visto nella mia vita, più del «non ingerire» che secondo Ricky Gervais dovremmo togliere dalle bottiglie di candeggina per poi, dopo due anni, ripristinare il suffragio universale solo con quelli sopravvissuti all’assenza dell’avviso.
«Non habit-forming» sta scritto su tutti i boccioni di paracetamolo americano che stanno in ogni stanza della mia casa, giacché per il terrore di restare senza ogni volta che qualcuno va negli Stati Uniti me ne faccio portare uno.
È per risparmiare che non compri la Tachipirina a chilometro quasi zero?, mi chiederanno i miei venticinque lettori. No. È perché la versione PM (postmeridiana) del boccione americano contiene, oltre che cinquecento milligrammi di paracetamolo, venticinque milligrammi di una cosa che nessun medico italiano capisce mai (ma s’indignano quando dico che prendo il paracetamolo tutte le sere da molti anni: ma che volete, è innocuo, è non habit-forming).
Quella da venticinque milligrammi è la molecola che fa dormire negli antistaminici, negli Stati Uniti si vende anche come sonnifero da banco, e io ho delle confezioni anche di quella molecola lì da sola, ma da sola non fa il miracolo. Combinata al paracetamolo, mi fa dormire.
È un placebo? Probabilmente sì, fatto sta che di recente ero a Roma e avevo dimenticato di metterla in valigia e ho passato un’ora di crisi isterica con una farmacista che pensava io volessi degli psicofarmaci senza ricetta, ma io non li volevo, perché non mi fanno dormire, mi fa dormire solo la molecola di cui è inutile le dica il nome, cara farmacista romana, tanto non l’ha mai sentito. Alla fine ho preso un beverone per la tosse. Ho dormito meno che con le mie pastiglie azzurre, ma più che se avessi preso del Valium.
Ma ora basta parlare di me, parliamo di Donald Trump, cui forse l’azienda che produce la mia droga farà causa, o forse lui riuscirà a farli fallire e in quel caso meno male che ho la casa piena di boccioni almeno per qualche anno sono coperta. Il nome commerciale delle mie pastiglie azzurre è Tylenol, sono le pastiglie di paracetamolo che Trump ha detto di non prendere se incinte perché vi fanno uscire il feto autistico.
Ora. Il giochino è semplice. A un certo punto la destra punk, quella di Trump e del ministro col verme nel cervello, si rende conto che non può più dire che l’autismo dipende dai vaccini, perché poi la gente non si vaccina più e succedono cose come il ritorno della poliomelite e non è il caso. Non può neanche dire la verità, alla quale arriviamo tra poco. A chi diamo la colpa di questi bambini che in sempre maggior numero sono difettosi? Ci vuole qualcosa che le madri prendano in gravidanza. Eh ma già in gravidanza alle donne non fanno prendere praticamente niente. Idea di genio: il paracetamolo!
D’altra parte, se hanno mentito a Sorcioni dicendole che era non habit-forming col risultato che ne prende due ogni sera da chissà quanti anni, possiamo anche ipotizzare che non abbiano detto che causava trasformazioni neurali nel feto. Intanto però, mentre loro dicono cose a caso, tocca a me dire la verità. Che ruolo scomodo, santo cielo.
Allen Frances è uno psichiatra ultraottantenne che a inizio estate ha scritto sul New York Times l’articolo più importante di questo secolo. Raccontava di quando, trentacinque anni fa, era a capo della squadra che compilò la quarta versione del “DSM”, il manuale diagnostico delle malattie psichiatriche.
La terza versione era del 1980, e l’autismo era quel che di lì a poco sarebbe stato Dustin Hoffman in “Rain Man”. Cioè, lo dico con la sintesi di Frances, un bambino in cui venivano riscontrati prima dei tre anni gravi problemi cognitivi, interpersonali, emotivi e comportamentali. Uno che conta gli stuzzicadenti, non uno che ti risponde male se lo interrompi mentre sta lavorando o che fa la spesa e poi la lascia marcire in frigo e ordina una pizza: quelli siamo noi, che fino alla bella impresa di Frances e dei suoi compari eravamo cafoni, disordinati, pigri, con un brutto carattere, nei più gravi dei casi «guarda che così non ti sposi».
Frances e i suoi aprirono le porte all’Asperger, che non è niente: è l’etichetta di quelli pieni di manie ma in psichiatrese «altamente funzionali». L’autismo degli intelligenti. Primo indizio: le diagnosi di autismo sono iniziate ad aumentare quando ha cominciato a essere un complimento. Suo figlio è intelligentissimo, è plusdotato, è Aspie (il momento dell’articolo in cui desidero il 41 bis per Frances è quello in cui, invece di chiedere scusa per aver creato un mondo in cui non puoi far imparare le poesie a memoria perché in classe hanno tutti giustificazioni di istituti di psicologi che diagnosticano a cottimo, si contrisce per aver chiamato la sindrome col nome d’un amico dei nazisti: sempre concentrarsi solo sulle stronzate, mi raccomando – dottore, sarà mica autistico?).
«Le nostre intenzioni erano buone, ma abbiamo sottostimato le enormi impreviste conseguenze dell’aggiungere la nuova diagnosi». Ma tu pensa, chi l’avrebbe mai detto: se ho una scusa per i miei limiti perché ho una sindrome, e quella sindrome è pure lusinghiera, correrò a farmi diagnosticare.
Le buone intenzioni erano dovute, scrive Frances, alle richieste di pediatri e psichiatri infantili che avevano pazienti che non rientravano nei criteri dell’autismo ma avrebbero potuto beneficiare dei servizi concessi a chi invece ci rientrava. Ma certo, cosa potrà andar storto: decidiamo che almeno la metà degli allievi di ogni classe ha bisogno di un piano studi personalizzato, mica qualcuno abuserà di questa scorciatoia.
Secondo indizio: già negli anni Novanta, nessuno voleva avere un figlio maleducato e scemo. Volevano tutti il genio che è fatto a modo suo e proprio non gli si può ingiungere d’imparare l’ortografia, e ora che il genio fatto a modo suo te lo certifica la psichiatria è tutto risolto, no? Per non parlare dei moltissimi nuovi posti di lavoro per psichiatri e psicologi: un successone.
«In un decennio, i bambini autistici passarono da uno su 2500 a uno su 150. Successivamente sono cresciuti in modo più graduale, e adesso sono uno su 31». Un bambino su trentuno nessuno l’ha educato perché era più semplice trovargli un’etichetta medica. Francamente, considerati i bambini che si vedono in giro, mi pare una stima anche modesta.
Naturalmente la situazione si aggrava in questo secolo – tenace primatista di più stupida epoca nella storia dell’umanità – quando arriva la quinta edizione del “DSM”. È il 2013, l’Asperger smette d’essere diagnosi a sé, e viene inclusa nella parola più truffaldina del millennio: lo spettro. L’autismo è uno spettro: tuo figlio che preferisce giocare alla Playstation che fare i compiti mica è un cialtrone; ha la stessa etichetta di Dustin Hoffman. Sono entrambi il visconte di Valmont: trascende il loro controllo. D’altra parte anche la sessualità è uno spettro, quindi tu che l’hai partorito vai a sapere se sei uomo o donna.
E poi ci sono i social. Che, ci dice Frances casomai ci fosse la possibilità che non ce ne fossimo accorti, fomentano le autodiagnosi. A me compariranno venti video al giorno che mi diagnosticano il nuovo autismo, l’ADHD (deficit dell’attenzione e disturbo iperattivo). Uno di questi, ieri, mi spiegava che mica penserò di non avere il disturbo iperattivo solo perché non mi sposto dal divano: sono iperattiva da ferma, il mio cervello non riposa davvero mai. Sembrano i dietologi cialtroni che ti dicono che pensare consuma calorie.
E naturalmente le community (oggi non manca una parola, tra quelle da prendere a schiaffi): se altri sono come te, non cialtroni ma col deficit dell’attenzione, non irritanti ma iperattivi, non scontrosi ma autistici, allora ti sentirai meno sola, e non dovrai mai mai mai pensare di darti una regolata e di non permetterti proprio ogni tiramento di culo. Non sono tiramenti di culo: sono neurodiversità. È uno spettro, a un estremo c’è Dustin Hoffman e all’altro ci sei tu, che francamente meriteresti il tuo Oscar.
Quando è uscita la quinta edizione del “DSM”, alcuni adulti che conosco sono corsi a farsi diagnosticare, onde consolarsi d’una vita trascorsa a non essere il Robert Redford che si percepivano. Non è perché sono scemi che non capiscono le battute: è perché sono autistici. Non è perché sono antipaticissimi che non hanno amici: è perché sono autistici.
Si realizzava così un interessante comma 22. Se tu che li conosci dici loro la verità, cioè che non sono autistici ma solo maleducati e non abbastanza svegli da aver imparato a stare al mondo (da grande di solito hai appreso come mascherare il tuo essere disadattato: hai lo stesso caratteraccio dell’infanzia, ma fai in modo che gli altri lo notino meno, hai imparato intorno al quinto licenziamento e al terzo divorzio), se dici loro l’indicibile verità, sei di una tale cafonaggine che forse sei autistico.
Quindi ecco, adesso Trump ha trovato una scusa, e non vedo l’ora di vedere se i produttori del Tylenol gli fanno causa per danni, ma la domanda è: che bisogno c’è di una scusa, proprio adesso che l’autismo è al governo? Perché, se chiamiamo autismo tutto, se è autismo ogni mancanza di capacità di stare al mondo, di ritegno, di continenza, di maniere, allora è autistico Tucker Carlson che si mette a ridere durante l’orazione funebre per Charlie Kirk; è autistico Elon Musk che fa saluti nazisti a casaccio; è autistico Donald Trump che quando gli chiedono del suo lutto per Kirk dice che sta costruendo una spettacolare sala da ballo.
Forse, tutto sommato, la Kelvue, che produce mezza farmaceutica esistente, dai colluttori ai cerotti passando per il cortisone, per l’accusa al Tylenol di farti fare bambini autistici non dovrebbe fare causa: è tutta pubblicità. Forse addirittura una forma di eugenetica sulla quale costruire nuovi spot: non avrai comunque voglia di educare tuo figlio, tanto vale tu prenda il Tylenol, partorirai un bambino disadattato ma pronto a comandare. Come claim, suggerirei: di Tylenol e di governo.