«Scrivere un diario è catturare fotografie con la matita», ad ascoltare il cabarettista olandese Wim Kan, nei Paesi Bassi, dovevano girare molti fotografi tra i banchi di scuola. Matite, biro o indelebile, tutto quel che capitava a tiro pur di strappare granelli di quotidianità allo scorrere del tempo. Pena la loro stessa esistenza, se non fossero stati impressi su carta. Oggi di apprendisti pronti a scattare istantanee con la mano su quel piccolo taccuino a metà fra promemoria e custode di emozioni ce ne sono un po’ meno. Una fuga dettata dal corrispettivo digitale, i registri elettronici e le comunicazioni via chat, oltre che dalla tendenza alla smaterializzazione dei social network.
È migrata qui la narrazione di sé, con le sue involuzioni e degenerazioni. Un’espressività che diventa funzionale alla costruzione di un brand: l’immagine pubblica, le impressioni, la fama. Quella fama coniata da Omero nei suoi poemi come un dire che sembra autorevole, ma solo per il vociare indistinto di like che genera, diremmo oggi. È il rovescio, non a caso, della composizione di bigliettini, frasi e fotografie che dà forma, sul diario, alla favola personale, o luogo del racconto, sempre a voler prendere in prestito quel che rimane dell’etimologia studiata al liceo. Solo che di confessioni e dediche fini a sé stesse, sui social, non c’è neanche il negativo.
Trascurando la vena malinconica con cui spesso si approccia al tema, l’attaccamento alla carta è soprattutto una questione di salute e pieno sviluppo delle potenzialità. Una ricerca condotta dal Policlinico Gemelli in collaborazione con la Fondazione Luigi Einaudi ha evidenziato come la scrittura a mano sia un’operazione più complessa di quel che pensiamo. Quando scriviamo con la penna si attivano diverse aree cerebrali coinvolte nel controllo motorio e nell’elaborazione sensoriale, molte più rispetto a quelle necessarie per digitare del testo in modo ripetitivo, su un supporto informatico.
Più precisamente, scrivere richiede una sofisticata integrazione fra: abilità motorie necessarie a produrre segni grafici, la corteccia senso-motoria che elabora il feedback tattile e il controllo manuale, e le aree visive adibite al riconoscimento delle lettere. In poche parole, la “percezione aptica” o combinazione di tatto e movimento. Non è finita qui, i ricercatori hanno compreso come una scrittura più lenta favorisca la riflessione e, di conseguenza, creatività e pensiero critico. Si tratta di tutte abilità fondamentali per sviluppare apprendimento e memoria.
Dello stesso parere è Raffaella Setti, docente di linguistica italiana presso l’Università degli studi di Firenze e membro dell’Accademia della Crusca. Il nodo è sempre la velocità. Tracciare le lettere a mano, specie se in corsivo, attiva aree del linguaggio che sedimentano la memoria scrittoria e quella logico-testuale. «È così che si formano scriventi esperti con un’abile gestione logico-progettuale di un testo. Certo, spesso a scuola si fanno rielaborare degli estratti di opere letterarie, ma quest’attività richiede più fatica, quindi stimolazione, rispetto alla digitazione», ha chiarito.
Da un po’ di tempo a questa parte gli zaini degli adolescenti sono più leggeri. «Di diari non se ne vedono più alle superiori», è lapidaria Silvia Donati, docente di Storia dell’arte e autrice di “Ok, aprite le gabbie”, una rappresentazione irriverente dell’universo scolastico. E si domanda: «Se i vari Canaletto del passato appuntavano a matita i loro schizzi su dei quadernetti, per poi produrre dipinti eterni, non si sa quali istruzioni fissino i ragazzi dalle lunghe mattinate a scuola né cosa lasceranno ai sè del domani».
Quella di oggi sembra essere una popolazione studentesca più cinica, asettica e dalla memoria corta. Come faranno i quarantenni del domani a ripescare ricordi dall’adolescenza? Di “Bravo” scritti dalla maestra a bordo pagina, scarabocchi – dicesi noia creativa fatta inchiostro – e frasi motivazionali tradotte da mp3 a caratteri cubitali, sono piene le soffitte. In mezzo a scartoffie indistinte giacciono tante Smemorande, Comix e Cuore. Cimeli ingolfati da dediche e biglietti di concerti, conservati avidamente con graffette e scotch. Tante, troppe, fino a un’apertura di novanta gradi, centottanta per i più sentimentali.
Eppure, qualche segnale in controtendenza c’è. Vuoi perché i produttori di diari hanno deciso di ingegnarsi rincorrendo o alleandosi ai social — Comix ha lanciato quest’anno il suo primo podcast con interviste a personaggi idolo dei ragazzi, ascoltabile tramite Qr code — o perché dall’anno scolastico 2024-2025 il ministro Valditara ha caldeggiato il ritorno del diario cartaceo, almeno per le scuole elementari e medie. Non solo, l’inversione di rotta potrebbe arrivare proprio dalle ultime circolari: il divieto di utilizzare il cellulare durante le ore di lezione, esteso anche alle scuole superiori. Smarrimento, crisi d’astinenza e grida stile “L’urlo” di Edvard Munch. Si prospettano schiere di teenager in cerca di intrattenimento, un bacino pronto a imbracciare di nuovo carta e penna per far fuori quel che resta dell’ora di matematica.
È in mezzo a quel trambusto che fanno capolino gli iconici quadretti della Smemo, ultimi avamposti per giovani pittori su pagina. Anche quest’anno circondati da interviste, stickers o in versione speciale con il contributo di personaggi dal mondo dell’editoria giovanile, della moda e dello spettacolo. Per fare altri esempi, BeYou punta sulle copertine personalizzabili, adesivi e un format che incoraggia la creatività. Scuola Zoo propone due formati, come sempre «ironici e fuori dagli schemi».
Le opzioni fra cui scegliere non mancano e neppure i sintomi di nausea verso uno stile di narrazione ormai evanescente. Anime vintage che riscoprono walkie-talkie e vinili o, più semplicemente, la generazione Z si è accorta che senza un buon back-up le memorie social sono parole al vento. Più effimere di fogli che bruciano. Almeno di quelli rimangono le ceneri.