«Lo dici sempre tu, che oggi l’attenzione è l’unica vera valuta». Lo dice uno stronzo – uno che non ricordo se voglia o non voglia vendere le quote societarie dell’etichetta discografica – a Denzel Washington, a un certo punto di “Highest 2 Lowest”, quando già molto è accaduto.
Hanno già rapito il figlio dell’autista di Denzel pensando fosse figlio suo, lui non è ancora riuscito a recuperare i diciassette milioni e mezzo di riscatto, e l’attenzione di cui parla lo stronzo è quella dei social, dei notiziari, dei giornali per i quali il personaggio di Denzel ora è un eroe, e il suo essere un eroe potrebbe mandare a rotoli i suoi affari, e a quel punto è già plasticamente chiaro che Spike Lee ha preso un film giapponese di sessant’anni prima e l’ha trasformato in un trattato sull’ossessione reputazionale di sessant’anni dopo.
Poi ci torniamo, su quella battuta ripetuta dal ragazzino che non riuscendo a sfondare come rapper rapirà un adolescente e sarà solo allora che sfonderà come rapper, perché nell’epoca dell’illusione di trasparenza funziona così, che i moralizzatori e gli esiti etici spesso non convergono. Poi ci torniamo, ma prima c’è uno scandaletto esemplare dal festival di Venezia.
Chi di mestiere ha mai intervistato attori in quell’inferno denominato press junket può saltare le prossime righe, perché già sa il contesto. Chi fa lavori veri magari lo sa comunque, se si ricorda di “Notting Hill”: il press junket è la scena in cui Hugh Grant dovrebbe andare a trovare Julia Roberts, lo scambiano per un giornalista, dice che è di “Cavalli e segugi” e gli tocca intervistare gente di cui non gli importa niente perché lì funziona così: non è che vieni a intervistare la star, ti accolli tutti i carneadi del film, in cambio delle tartine e delle bibite.
Da “Notting Hill” sono passati ventisei anni, e la situazione è ancora più miserabile. Intanto perché meno la gente vuole sapere più è pieno di posti in cui informarsi, e quindi se prima il peggio che ti potesse capitare era il gruppo con un intervistato e mezza dozzina di cronisti, in cui facevi sì e no una domanda a testa, adesso gli uffici stampa si aspettano la copertina perché sei a una conferenza stampa con cinquanta persone.
Poi perché nessuno legge più un cazzo, e quindi tutti vogliono il video, il video da mettere sul sito del giornale, il video da cui si veda che Julia Roberts ha parlato con noi, proprio con noi, che sembriamo più segugi e meno cavalli se una tizia famosa ci rivolge la parola.
Infine, ma principalmente, perché non sono più i tempi in cui, a intervistare gli attori al festival di Venezia, ci andava la Aspesi. Intervistare gli attori ai festival è divenuta attività per gente che dorme in quattro in stanzette da due a Chioggia e parte all’alba in vaporetto per essere al Lido per la proiezione delle otto e mezza.
Nessuno ha più una lira, neanche le produzioni che spesso a Venezia non ci vanno perché tu lo sai quanto mi costa una Julia Roberts che va ancora fatta dormire al Cipriani come fossero gli anni delle vacche grasse. Figuriamoci i giornali, che quella poca gente che possono permettersi di pagare decentemente certo non la sprecano a intervistare attori.
Lo scandale du jour è uno scandalo per americani, e per giovani italiani smaniosi di percepirsi cosmopoliti dicendo «mi vergogno di essere italiano» non appena le procedure locali sono una ’nticchia meno fanatiche di quanto sarebbero tra i puritani del Massachusetts. Lo scandale du jour, per capirlo, bisogna sapere che non viene da un video rubato: viene da una cosa ritenuta da una testata italiana così poco scandalosa da averla pubblicata.
Avvertenza: in questo articolo non compaiono né il nome dell’intervistatrice di cui da tre giorni stanno chiedendo la testa un po’ tutti, né quello del sito su cui ha pubblicato. Non per proteggerli dalla vostra curiosità (ci vogliono secondi due a reperire l’informazione), ma perché sono l’ultima rimasta a credere in un’etica dell’indicizzazione: mi sembra molto ingiusto che una poracrista che nessuno di noi aveva mai sentito nominare diventi famosa per una cazzata che resterà in cima ai suoi risultati di Google per sempre.
Dunque la tizia viene fatta sedere davanti a tre attori di “After the hunt”, il film di Luca Guadagnino: Julia Roberts, che tutti sappiamo chi è; Andrew Garfield, che è quello dell’“Uomo ragno”; Ayo Edebiri, che è quella di “The bear”. Le vengono concessi tre minuti. Non per modo di dire: il video intero, sparato sul sito per cui scrive come “Intervista esclusiva a Julia Roberts” (del modo in cui la stampa italiana utilizza la dicitura “esclusiva” parliamo un’altra volta), dura tre minuti e tredici secondi.
Una volta un’addetta stampa italiana mi chiese se, visto che ero a New York per un film seguito da un’altra, volevo anche intervistare Matt Damon per un film che invece promuoveva lei. Passai un pomeriggio in un albergo dove il junket era in ritardo, quando arrivò il mio turno era così tardi che mi trovai a un tavolo con altri sei intervistatori, e sette minuti totali per fare le nostre domande a Matt Damon e a un altro attore che per sbrigarsi dava le interviste assieme a lui. Quando dissi all’addetta stampa che non avrei pubblicato niente, era parecchio irritata. Era più di vent’anni fa, e non c’era ancora la moltiplicazione delle testate per cui tre minuti in tre te li fai andar bene e ringrazi pure.
Quindi siamo a Venezia 2025, e alla sventurata cui una testata ha detto «vogliamo Julia Roberts», che fa due domande, in inglese stentato. La seconda è quella che dà inizio al disastro. È una scena interessante da un punto di vista prossemico. La sventurata premette che la domanda è per Julia e Andrew, e poi chiede della fine di Black Lives Matter e del MeToo, e del politicamente corretto ormai morto. Garfield, che è all’estremità del divanetto, si volta verso le altre due, e tutto in lui – i gesti, la postura, le smorfie – dice: mica sono scemo che rispondo a una domanda del genere dopo che questa aspirante suicida ha premesso che alla domanda su Black Lives Matter non vuole la risposta dell’unica nera presente (Ayo Edebiri). La Roberts si sporge in avanti e le dice che non hanno capito a chi si rivolga, visto che ha gli occhiali da sole e non si sa da che parte guardi. La sventurata non recepisce.
Ripete la sua balbettante domanda, ripetendo che è «per Julia e Andrew». Ayo Edebiri, che diversamente dall’intervistatrice conosce il mondo in cui si muove, ride. Poi dice «lo so che la domanda non è per me, e non so se sia fatto apposta, ma». Poi dà la sua educata risposta. Diceva una canzone di quand’ero giovane: and all hell broke loose after that.
È sempre difficile valutare, nei linciaggi online, chi ci creda e chi se ne approfitti. A me sembra impossibile che qualcuno pensi che questa derelitta abbia escluso la Edebiri per una gerarchia che non conta niente (quella del colore della pelle) e non per l’unica che porta i clic: quella della fama. Però domenica ho scambiato qualche tweet (o come si chiamano ora) con Franklin Leonard, quarantacinquenne fondatore del sito “Blacklist” che raccoglie le migliori sceneggiature non prodotte (“Challengers” viene da lì, per restare nel mondo di Guadagnino).
Era così convinto che la tapina fosse nazista (la follow police ha immediatamente verificato che, perbacco, su Instagram segue Trump e Vance: l’idea che uno sui social segua la gente che gli somiglia mi sembra, delle molte follie di questo tempo, la più assurda), così certo che no, non fosse un problema d’appetibilità della fama, di dinamiche ovvie di vendibilità dell’intervista, che mi ha risposto con delle gif.
Mentre il divertimento popolare era chiedere la sua testa, la sventurata ha scritto in un commento che si scusava perché forse a causa del suo non essere madrelingua non s’era capito che intendeva dire che adesso c’è un approccio più riflessivo alle responsabilità personali, e non più la corsa ai processi social.
Quando si è accorta che invece la corsa ai processi sui social era ancora lo sport preferito dall’uomo, e l’imputata del giorno era lei, ha scritto un post per dire che si riservava di tutelarsi legalmente da chi la diffamava dandole della fascista. Se posso darle un consiglio: si rilassi, la settimana prossima non se lo ricorda più nessuno, almeno in Italia.
Il fatto è che i processi social sono una droga, e l’unica soddisfazione per molti derelitti la cui vita fuori dai social non è entusiasmante. Il fatto è che quasi nessuno è abbastanza strutturato da stare zitto e aspettare che passi. Chiunque vive nel terrore della cosa più facile da ignorare: le notifiche social.
È stato illuminante l’episodio di Chris Martin che chiede a due fan di dove siano, e quelle: israeliane. Si vede, nell’improvviso balbettio di uno che sta sul palco da trent’anni, tutto il meccanismo malato dell’oggi: opporca troia, perché gliel’ho chiesto, ora faccio un discorso generico sul fatto che siamo tutti umani e dobbiamo tutti volerci bene, no, aspetta, non basta, mi diranno che non ho detto niente del genocidio, aspetta che cito i palestinesi – risultato: gli hanno dato dell’antisemita.
In verità vi dico: nessuno è pronto a essere telegenico continuamente. Nessuno è pronto a dire sempre la cosa giusta, a prendere subito la posizione incriticabile (ammesso che ne esista una). Prima delle telecamere ovunque, non avremmo saputo come fosse andata tra la tapina e Julia Roberts, ma ve lo dico io che sono stata più spesso di voi nella stanza con le Roberts del caso: prima delle telecamere, il famoso avrebbe detto al suo ufficio stampa «questa me la cacci». Le telecamere sono un problema per la reputazione della sventurata, ma pure per quella di Julia Roberts.
«Credi in te stessa? Credi in me? Credi che avrai successo? Credi nei momenti difficili? Perché ci saranno, e i momenti difficili verranno da quelli facili, e i momenti difficili verranno dal successo, e i momenti difficili verranno dai soldi, e ne seguirà un casino. Saprai affrontare il casino? Saprai affrontare i soldi? Saprai affrontare il successo? Saprai affrontare il fallimento? Saprai affrontare gli ammiratori? Saprai affrontare i meme? Saprai affrontare tutto quel che c’è nel mezzo?», chiede Denzel Washington a una cantante che sta provinando a un certo punto di “Highest 2 Lowest”, rendendo evidente che è un film modernissimo e antichissimo.
Un film che ha capito che, in un presente in cui la reputazione non esiste ma è tutto, tutto discende da lei: è per lei che paghi un riscatto e non fai ammazzare l’ostaggio, è per lei che i tuoi dischi vendono o no, è per lei che sei colui su cui nessuno o tutti vogliono investire.
Ma anche un film convinto che la fama e i suoi svantaggi siano ancora pertinenza della vera fama, della fama di quando esisteva la fama, della fama di quando a essere famosi erano in quindici.
Nel secolo in cui invece tutto – i meme, i fallimenti, le critiche, il casino – tutto quel che deve affrontare una che sta per diventare una cantante famosa, tutto quel pacchetto tocca a tutti: deve affrontarlo anche una derelitta qualunque, che non ha fatto la canzone dell’estate ma due domande sceme a un’attrice. Una che, diversamente dal rapitore di “Highest 2 Lowest”, probabilmente neanche riuscirà a trasformare il suo errore in contratti remunerativi.