Canestro diplomaticoLa lettera di LeBron che non lo era, e il rapporto complicato della Nba con la Cina

Dall’arrivo di Yao Ming all’ombra di Pechino sugli affari del basket. Anche il campionato più progressista degli Stati Uniti si piega davanti al suo mercato estero più redditizio

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«Il basket non è solo uno sport, ma anche un ponte che ci unisce». Firmato: LeBron James. O quasi. Il People’s Daily, organo del Comitato centrale del Partito comunista cinese, ha pubblicato a inizio settimana un articolo in mandarino con la firma del più grande giocatore di pallacanestro in attività. A sua insaputa. In fondo al testo si fa riferimento a LeBron James come autore, ma in piccolo, come nei contratti capestro, si specifica che il giocatore è stato intervistato, e l’articolo è stato riadattato da un giornalista del People’s Daily.

LeBron è stato in Cina per una di quelle visite che fanno i grandi atleti per contratto, pilotati dagli sponsor, nei mercati dove c’è più interesse. L’occasione era di quelle importanti: è il Forever King Tour, al ventesimo anniversario del primo giro di LeBron con Nike in Asia. La stella dei Los Angeles Lakers ha attraversato il Paese, è stato a Shanghai e Chengdu, ha scattato qualche foto, firmato autografi su scarpe e canotte e ha rilasciato delle interviste. Di sicuro però a inizio settimana tutto si sarebbe aspettato fuorché trovare il suo nome in calce a un articolo sul People’s Daily. Nei giorni successivi tutte le fonti che hanno parlato con la stampa internazionale, comprese l’entourage del giocatore, hanno confermato che quelle parole sono state davvero pronunciate da LeBron, ma lui non ha mai inviato un articolo al giornale, questo è certo.

Sembrava potesse nascerne un caso diplomatico, invece sono stati tutti molto accomodanti, nessuna linea di tensione, nessuna frattura. Le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono già messe a repentaglio da Donald Trump, non sarà il basket a frantumarle.

Secondo alcuni osservatori, come William Zheng del South China Morning Post, la pubblicazione dell’articolo a James da parte del quotidiano «potrebbe indicare il desiderio della leadership cinese di avvalersi di icone sportive statunitensi per promuovere gli scambi culturali e commerciali in un momento in cui le relazioni bilaterali sono parecchio tese, perlopiù per colpa di Donald Trump».

Da qui la frase cruciale, pronunciata davvero da LeBron, sul basket come ponte che unisce popoli e culture e continenti. Che poi è esattamente quello che vorrebbero anche Nba e Nike, le due aziende che pagano il giocatore per sfruttarne l’immagine pubblica.

La Cina è il secondo Paese più popoloso al mondo, è un mercato molto ghiotto per la pallacanestro americana, con circa trecento milioni di praticanti e un giro d’affari intorno ai quattro miliardi e mezzo di dollari. È per questo che il mese prossimo i Brooklyn Nets e i Phoenix Suns si affronteranno per due partite di preaseason a Macao, regione cinese ad amministrazione autonoma, il 10 e il 12 ottobre. In realtà saranno le prime due partite della Nba sul suolo cinese da sei anni a questa parte. Il 2019 è stato un anno difficile per i rapporti tra la lega e Pechino. La causa scatenante è un episodio apparentemente minore che però ha causato danni economici e politici a catena.

Ottobre 2019. A Shanghai ci sono i Los Angeles Lakers e i Brooklyn Nets. In un attimo di tempo libero, il general manager degli Houston Rockets, Daryl Morey, decide di twittare in solidarietà ai manifestanti di Hong Kong: «Fight for Freedom. Stand With Hong Kong». Fulmini e saette. La politica cinese sembra sempre immobile, poi scatta come un alligatore quando c’è da sferrare un colpo. In breve tempo accade di tutto, in un’escalation vertiginosa: dal partito piovono critiche immediate sulla Nba; la federazione cestistica cinese sospende ogni rapporto con la franchigia di Houston; il governo cinese vieta la trasmissione delle partite Nba a tutte le emittenti televisive del Paese.

La Nba è presa in contropiede. È la più progressista tra le leghe professionistiche americane, ma ha troppi interessi da difendere in un mercato come quello cinese. Prima prova a sostenere «la libertà di espressione» di Morey, parole del commissioner Adam Silver. Poi cambia sfumatura e definisce il tweet di Morey «deplorevole» e colpevole di aver «profondamente offeso» i suoi «amici e tifosi in Cina». Lo stesso LeBron è tra i primi a parlare, definisce Morey «disinformato» e «non al corrente della situazione». Qui va specificato che LeBron si inserisce nel solco dei giganti dello sport americano, storicamente disposti a spendersi in pubblico per difendere i diritti civili sotto attacco. Ma sa anche essere un uomo d’affari con il giusto pelo sullo stomaco. Come d’altronde lo è il numero uno della Nba Adam Silver. Senza andare troppo per il sottile, si può dire che per entrambi, LeBron e Silver, vale il proverbio latino pecunia non olet.

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Fin dalla sua creazione nel 1946, la Nba si è imposta sia come simbolo dell’America sia come marchio globale. Ma ci sarebbe voluto molto tempo prima che la Nba si rendesse conto che la Cina rappresentava un nuovo Eldorado. Nelle prime escursioni nei mercati asiatici, la Nba guardava principalmente a Giappone, Corea del Sud e Taiwan, le economie più sviluppate e occidentalizzate della regione.

La Cina comunista alla fine degli anni Ottanta aveva appena iniziato a seguire il basket americano. La Cctv trasmetteva alcuni estratti delle partite, gli stessi rari e sgranati che arrivavano in Europa. Così milioni di cinesi potevano conoscere Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan, Hakeem Olajuwon: i primi semidei del basket visti sugli schermi cinesi.

La svolta sarebbe arrivata solo nel 2002. Yao Ming, ventun anni e 229 centimetri di altezza, è stato chiamato con la prima scelta assoluta del draft: il secondo cestista cinese negli Stati Uniti dopo Wang Zhizhi, arrivato un anno prima. Ma Yao Ming prometteva molto di essere molto più importante, sul parquet e per il business. Con il suo arrivo, la Nba non era più soltanto un prodotto televisivo americano esportato all’estero, ma un marchio da incorporare all’interno del mercato cinese stesso.

Quell’anno la Nba avrebbe raddoppiato il numero di partite trasmesse in Cina, tutti i brand locali avrebbero cercato un modo per creare partnership commerciali con la lega, aiutati anche dall’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio. La crescita economica del brand Nba in Cina è stata così verticale che nel 2007 avrebbe aperto una divisione separata sul territorio, per condurre le trattative economiche in totale autonomia.

Con una miniera d’oro tra le mani, la Nba più volte ha chiuso un occhio sui lati oscuri della politica cinese pur di mantenere buoni rapporti con Pechino. Un episodio recente riguarda Enes Kanter, atleta nato a Zurigo, ma turco di passaporto, poi apolide, poi statunitense. Oggi all’anagrafe si chiama Enes Freedom. Nel 2021 Kanter aveva scoperto il dramma umano degli uiguri dello Xinjiang, una regione occidentale e a maggioranza musulmana della Cina. Da quel momento ogni occasione era buona per criticare il governo cinese, dai sui social alle partite in cui scendeva in campo con messaggi politici scritti a mano sulle scarpe.

Le contromisure della Nba, per quanto mai ufficialmente riconducibili alle sue proteste, sono state immediate: il minutaggio di Kanter in campo è sceso in picchiata, poi un trasferimento agli Houston Rockets, infine la rescissione del contratto. Da allora, Kanter non ha più giocato in america. Non c’era più spazio per lui: in certi casi la palla a spicchi è più leggera dei miliardi che la fanno rimbalzare.

All’epoca, dopo l’affaire Morey, era troppo importante cercare di salvare la faccia, per la lega americana. Tornare a lavorare a pieno regime con il mercato cinese era l’obiettivo primario. Negli ultimi tre anni, scrive Reuters, Cctv è gradualmente tornata a trasmettere le partite Nba come prima, e le aziende cinesi hanno firmato nuovi accordi con la lega.

Nel frattempo la Nba ha cercato di ramificare i suoi interessi in tutti i continenti, guardando in particolare al Medio Oriente – come fanno quasi tutti gli sport. C’è un legame sempre più stretto con gli Emirati Arabi Uniti – si vede che le autocrazie vanno per la maggiore – e sono state giocate partite di esibizione ad Abu Dhabi per diversi anni. La stessa Nba Cup, nata nel 2023, ora è sponsorizzata da Emirates Airlines. Ma, dopo il caso Morey, la Nba ha perso vagonate di soldi: quasi quattrocento milioni di dollari solo nel 2020 per la rottura dei rapporti con la Cina. Poi la pandemia e i lockdown hanno peggiorato la situazione.

Con la lega, hanno perso grossi investimenti anche tutti i presidenti delle trenta franchigie. A maggio 2022, Espn elencava gli accordi multimilionari sfumati: il totale ammontava a oltre dieci miliardi di dollari di investimenti.

Per rimettersi in carreggiata, nel 2023 la Nba ha nominato per la prima volta un responsabile cinese per la sua filiale nel Paese. È Michael Ma, veterano del marketing sportivo, laureato alla Columbia University di New York, ma soprattutto figlio di un ex direttore della Cctv, la rete televisiva di Stato cinese. Una decisione strategica. «Parte della nostra missione è migliorare la vita delle persone attraverso il basket. Usare questo sport per aprire le porte, per creare un dialogo tra le società», aveva detto il commissioner Adam Silver a Le Monde nel 2023, riconoscendo che in un modo o nell’altro, al netto dei valori e dello sbandierato progressismo, la Nba come azienda deve «essere redditizia per continuare a esistere». E fare affari con la Cina è il miglior modo per tenere i conti a posto, anche se bisogna stare al gioco del regime di Pechino.

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