
È stata l’irlandese Regina Doherty (Ppe), ex ministra del Lavoro a Dublino, ad aprire il dibattito sulla tassazione delle piattaforme digitali nell’aula di Strasburgo. Doherty ha richiamato il significato politico ed economico della tassazione delle multinazionali digitali: non una questione puramente tecnica, ma un vero banco di prova per la capacità dell’Unione di difendere il multilateralismo in un’epoca segnata da tensioni commerciali e dazi. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo Ocse, l’eurodeputata ha sottolineato che quell’intesa resta un compromesso necessario e che abbandonarla ora potrebbe aprire la strada a frammentazioni normative e a una fuga di investimenti dall’Europa.
«Non possiamo permettere che l’Europa diventi un luogo meno attrattivo per fare impresa», ha ammonito. Per Doherty, qualsiasi nuova tassa digitale deve essere valutata con attenzione, con analisi rigorose dei costi e benefici, perché alla fine i consumatori rischiano di pagare il prezzo di scelte sbilanciate. La prudenza, secondo l’eurodeputata, non è solo un principio tecnico, ma un imperativo politico per garantire stabilità e attrattività.
Al dibattito in aula si affiancano le interviste che Linkiesta ha realizzato con due eurodeputati chiave sul tema: Andreas Schwab (Ppe), relatore di dossier strategici come il Digital Markets Act e il Digital Services Act, e Damian Boeselager (Verdi/Ale), Vice-presidente della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo e cofondatore del movimento paneuropeo Volt.
Schwab ha sottolineato che l’Europa dovrebbe avere un contesto digitale simile a quello non digitale, caratterizzato da libertà di circolazione, varietà di servizi e concorrenza leale, senza mettere a rischio questi principi con regole pericolose. Per questo motivo, ha ribadito, la questione dovrebbe essere affrontata a livello Ocse, in modo che tutti i Paesi partecipanti agiscano in maniera più o meno uniforme. Ha aggiunto che c’è una forte pressione all’interno degli Stati membri per intervenire unilateralmente. «Se permettiamo a uno o due Stati membri di agire da soli, rischiamo di avere già cinque, sei, sette Paesi con una digital tax, ma non l’Unione europea», ha detto.
Oltre a mettere in guardia sul rischio di frammentazione, Schwab ha evidenziato che, mentre la società deve partecipare allo sviluppo economico, è fondamentale preservare la libertà di scelta e l’innovazione digitale: «Al giorno d’oggi dovremmo considerare se sia necessario creare tassazioni con un grande aumento di valore, dove possiamo far partecipare la società agli sviluppi puramente economici, ma allo stesso tempo vogliamo anche che la società possa modellare questo sviluppo da sé».
Boeselager, invece, ha scelto un approccio più audace e creativo, sottolineando il divario tra la tassazione delle big tech e quella delle aziende tradizionali: «Le grandi aziende tecnologiche pagano in media il nove per cento di tasse, le imprese tradizionali il ventitré per cento». Per riequilibrare il sistema, propone strumenti concreti: una “Amazon tax” che renda più costosi gli acquisti online, dando respiro ai negozi fisici; una tassa sui social media di un euro per utente, da versare nei Paesi di residenza; e un contributo infrastrutturale delle big tech ai costi delle reti digitali.
L’eurodeputato di Volt ha poi criticato lo stop alla digital services tax europea imposta per non disturbare gli Stati Uniti: «Non è stato affatto corretto interrompere la discussione sulla digital services tax solo a causa dei negoziati commerciali tra Unione europea e Stati Uniti, perché questo non dovrebbe far parte di un accordo commerciale». Infine, ha ricordato i rischi per i sistemi di welfare se alcune aziende non contribuiscono equamente: «A nessuno piacciono le tasse, ma penso che un sistema in cui tutti i servizi pubblici esistenti siano finanziati solo, o per la maggior parte, tramite l’imposta sul reddito semplicemente non funzioni. Il sistema pensionistico non reggerà, il sistema sanitario non reggerà, le strade, le ferrovie e qualsiasi altra infrastruttura di cui abbiamo bisogno non reggeranno se alcune persone non pagano la loro giusta quota».
Il futuro della digital tax europea si gioca su questo equilibrio: trovare soluzioni condivise, efficaci e giuste, capaci di consolidare l’Europa come attore globale senza sacrificare competitività, innovazione e coesione interna. In un mondo in cui il digitale domina ogni aspetto della vita quotidiana, la posta in gioco è altissima. Non si tratta solo di tasse, ma di decidere chi paga il conto del futuro digitale europeo.