
La furia di Donald Trump si sta abbattendo sui suoi rivali politici, proprio come nei peggiori regimi illiberali. Ieri il presidente degli Stati Uniti ha chiesto pubblicamente all’Attorney General Pam Bondi – la ministra della giustizia americana – di mettersi all’opera per perseguire legalmente persone come l’ex direttore dell’Fbi James Comey o il senatore democratico Adam Schiff. Anche con accuse fasulle, se necessario. «Non possiamo più rimandare, sta uccidendo la nostra reputazione e credibilità», ha scritto il presidente in un post sui social. «Mi hanno messo sotto accusa due volte e incriminato cinque volte, per nulla. Giustizia deve essere fatta, ora!».
Secondo Trump non solo la Bondi dovrebbe agire anche andando contro la legge, se necessario. Ma dovrebbe farlo subito. C’è un insolito senso di urgenza nella comunicazione di Trump. La deriva autoritaria di questa amministrazione è ormai confermata. L’omicidio di Charlie Kirk ha esasperato una tendenza già in atto. Ora ogni argine è stato abbattuto. Trump si comporta come un autocrate, apparentemente incontrastato, impunito. Eppure sembra che abbia una certa fretta di annientare i suoi avversari politici.
Perché nonostante i suoi metodi dittatoriali, il suo progetto autoritario si scontra con i contrappesi di una democrazia liberale: il sostegno degli elettori, ad esempio. L’indice di gradimento verso la sua amministrazione, e verso Trump stesso, è una linea retta che punta verso il basso secondo quasi tutti gli indicatori e i sondaggi. Il presidente sa che le possibilità di aggrapparsi al potere sono comunque vincolate alle classiche dinamiche del sistema politico americano. E tra poco più di un anno ci saranno le elezioni di midterm che rimetteranno in gioco tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Al momento, in entrambe le camere c’è una maggioranza repubblicana, ma è molto risicata e il voto potrebbe cambiare gli equilibri.
Da qui la fretta di Trump di affermare la sua presa sul Paese, in quella che sembra una corsa contro il tempo. Sull’Atlantic, David Frum ha usato la metafora delle scale mobili: il presidente in questo momento è un uomo che cerca di correre verso l’alto su una scala mobile che scende; se rallenta viene trascinato sempre più in basso, e la scala mobile continua a muoversi sempre più velocemente contro di lui. «Le autocrazie sono guidate da un solo uomo, ma richiedono la cooperazione di molti altri», scrive Frum. «Alcuni collaboratori possono condividere sinceramente gli obiettivi dell’autocrate, ma sono gli opportunisti a fornire un margine di sostegno cruciale. Negli Stati Uniti, queste persone devono fare un calcolo difficile adesso: i benefici immediati di sottomettersi alla volontà di Trump superano i rischi futuri?».
Tutti gli uomini e le donne del presidente sono a un bivio. Assecondare ogni follia di questa amministrazione può portare vantaggi politici immediati, certamente serve a evitare il licenziamento. Ma potrebbe anche distruggere la carriera di questi funzionari. Un precedente storico rilevante in questo caso può essere quello di John Mitchell, Attorney General ai tempi di Richard Nixon: ha scontato diciannove mesi di carcere per i crimini commessi durante lo scandalo Watergate.
Oggi Pam Bondi potrebbe decidere di eseguire gli ordini di Trump alla lettera, anche violando la legge e la Costituzione – d’altronde il presidente le sta chiedendo di abusare del suo potere. Ma se Trump dovesse scivolare sulla scala mobile, e la sua presa sul potere dovesse allentarsi, a Bondi potrebbe toccare lo stesso destino di Mitchell.
Il controllo di Trump sul potere si sta effettivamente già allentando, fa notare Frum sull’Atlantic. Il suo consenso tra gli elettori sta rapidamente deteriorandosi; ad agosto 2025 i prezzi dei generi alimentari sono aumentati al ritmo più veloce dal picco dell’inflazione post-pandemia del 2022; la crescita dell’occupazione si è praticamente arrestata. E ancora: quasi due terzi degli americani non approva la politica commerciale di Trump, con i dazi e le loro conseguenze, e la battaglia antivaccinista con Robert Kennedy Jr. come colonnello è ancora più impopolare.
L’elettorato di Trump, e in senso più ampio l’elettorato Repubblicano, è sempre stato ben disposto a guardare dall’altra parte quando qualcuno denunciava la corruzione e le nefandezze dell’amministrazione. Ma quando l’economia del Paese è in una situazione di grave stress come oggi, la popolazione diventa meno tollerante. Da sondaggi di agosto, quasi due terzi degli americani considerano Trump corrotto, il quarantacinque per cento lo definisce “molto corrotto”.
A complicare tutto, per il presidente, c’è lo scandalo del caso Epstein: oltre il sessanta per cento degli americani pensa che l’amministrazione Trump stia nascondendo la verità e ritiene Bondi personalmente responsabile di questo insabbiamento.
«Il progetto Maga somiglia sotto molti aspetti a uno dei rischiosi affari immobiliari con leva eccessiva dell’ex imprenditore Donald Trump», si legge sull’Atlantic. «Un numero relativamente piccolo di fanatici è impegnato con cuore e anima. Grazie a loro, Trump controlla l’apparato Repubblicano e il mondo dei media di destra, il che gli consente di fare cose come ridisegnare i collegi elettorali negli Stati in cui è in difficoltà o utilizzare i poteri di enforcement della Federal Communications Commission per zittire i critici in tv. Ma il momento di fragilità e indebitamento rende l’amministrazione più suscettibile a shock esterni ed errori interni».
È l’economia, quindi, a fare la differenza. Se nel primo mandato Trump aveva spesso frenato sulle sue politiche commerciali per non compromettere i bilanci, in questo secondo mandato sembra aver cambiato strategia: ogni cautela è abbandonata, molti americani – Repubblicani compresi – ritengono che l’amministrazione stia percorrendo la strada sbagliata e i giovani sotto i quarantacinque anni stanno gradualmente riducendo il loro sostegno a Trump.
Secondo Frum, oggi il presidente sta provando a colpire tutti i suoi rivali politici, e il mondo progressista in generale, per spirito di sopravvivenza. «Deve percepire che se non agirà subito per impedire elezioni libere e corrette nel 2026, perderà gran parte del suo potere, e tutta la sua impunità. Ecco perché sta facendo pressione su Bondi», si legge nell’articolo. «Trump spera di scaricare su di lei la colpa dei suoi comportamenti illeciti. Sarà lei a rischio se dovesse dare ordini che si dimostreranno non etici o illegali».
Ma proprio per questo figure come Pam Bondi – e altri vicini a Trump – in questo momento possono fare la differenza. Sta a loro decidere se rischiare la carriera, e mettere a repentaglio le istituzioni democratiche degli Stati Uniti, per accontentare un presidente autoritario. A meno che Trump non riesca davvero a corrompere e poi abbattere l’intera architettura democratica americana.