
Il 28 e 29 ottobre l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato per la trentaduesima volta la risoluzione cubana contro l’embargo statunitense. Ma il voto, più che una routine diplomatica, ha segnato una svolta. Per la prima volta due Paesi dell’America Latina – Argentina e Paraguay – hanno votato contro L’Avana, mentre Ecuador e Costa Rica si sono astenuti. È la fine del consenso regionale che per oltre trent’anni aveva protetto il regime cubano. Il risultato – centosessantacinque voti a favore, sette contrari (Argentina, Ungheria, Israele, Stati Uniti, Macedonia del Nord, Paraguay e Ucraina) e dodici astensioni – fotografa un cambiamento di clima in America Latina e in Europa. A Est, l’Ucraina ha votato contro la risoluzione denunciando l’invio di mercenari cubani a sostegno della Russia nella guerra contro Kyjiv. La Romania ha espresso una posizione analoga, condannando ogni forma di coinvolgimento straniero in conflitti di aggressione. Anche Ungheria, Lituania, Estonia e Bosnia hanno preso le distanze da L’Avana, riconoscendo il suo crescente allineamento con Mosca.
La Polonia, intervenendo a nome dei Paesi baltici e della Repubblica Ceca, ha motivato la propria astensione citando «l’applicazione selettiva della Carta delle Nazioni Unite», in riferimento diretto al sostegno cubano alla Russia. Varsavia ha ricordato che, secondo fonti indipendenti, cittadini cubani sarebbero stati arruolati come combattenti al fianco dell’esercito russo. La Romania ha ribadito: «Il coinvolgimento straniero in una guerra di aggressione illegale è una violazione del diritto internazionale», invitando Cuba a ritirare ogni forma di sostegno all’invasione.
Sebbene la risoluzione non sia vincolante, il voto del 2025 segna il livello più basso di consenso globale a Cuba in oltre un decennio. La vera novità arriva però dal Sud America, dove il sostegno automatico al regime inizia a sgretolarsi.
In Argentina il governo di Javier Milei ha giustificato il voto contrario come una scelta coerente con la sua politica estera liberale e filo-occidentale. «Non possiamo sostenere regimi che violano sistematicamente i diritti umani e reprimono le libertà fondamentali», ha dichiarato la cancelleria di Buenos Aires. È una cesura netta rispetto ai vent’anni di governi kirchneristi e peronisti che avevano mantenuto un’alleanza ideologica con Cuba, Venezuela e Nicaragua, riuniti nell’asse del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. In Paraguay, il presidente Santiago Peña ha seguito la stessa direzione. Asunción ha votato contro la risoluzione cubana in nome della «difesa delle democrazie rappresentative e del rispetto dei diritti umani nella regione». È un gesto simbolico ma netto: l’America Latina non parla più con una sola voce, e il mito dell’isola assediata perde terreno anche tra i vicini storicamente più indulgenti.
Tra le dodici astensioni si sono distinte Ecuador e Costa Rica. Il presidente ecuadoriano Daniel Noboa, in carica dal 2023, ha cercato di riorientare il Paese verso Stati Uniti ed Europa, dopo anni di ambiguità sotto i governi correisti. La sua astensione è stata letta come un atto di pragmatismo: mantenere un canale con Cuba, ma prendere le distanze dal castrismo. Il Costa Rica, coerente con la sua tradizione democratica, ha optato per una neutralità attiva: non appoggiare un regime autoritario, senza però forzare una rottura formale.
La frattura politica arriva mentre Cuba attraversa la peggiore crisi economica dagli anni Novanta. L’inflazione è fuori controllo, i blackout sono quotidiani, e oltre seicentocinquantamila cubani hanno lasciato l’isola dal 2021. In questo contesto, il discorso del “blocco” come unica causa del disastro economico appare sempre meno credibile, anche agli occhi degli ex alleati.
A indebolire ulteriormente il regime sono arrivate le rivelazioni sul potere economico di Gaesa (Grupo de Administración Empresarial S.A.), il conglomerato delle Forze Armate Rivoluzionarie che gestisce oltre il settanta per cento dell’economia nazionale. Con un patrimonio stimato di diciotto miliardi di dollari, Gaesa controlla turismo, commercio estero, dogane e parte del sistema bancario. Un impero militare travestito da impresa di Stato, che ha reso ancora più evidente la contraddizione tra la retorica del soffocamento economico e l’arricchimento dell’élite militare, mentre la popolazione sopravvive tra razionamenti, salari minimi e corruzione.
Le denunce sui cittadini cubani reclutati per combattere in Ucraina hanno ulteriormente danneggiato l’immagine internazionale del regime, rompendo l’ultimo mito rimasto: quello della solidarietà rivoluzionaria. L’erosione del sostegno regionale a Cuba riflette anche la crisi dei suoi modelli di riferimento: Venezuela e Nicaragua, isolati e sotto sanzioni, non offrono più né copertura ideologica né appoggio materiale. Solo Messico, Colombia e Brasile mantengono oggi relazioni cordiali con L’Avana, ma senza il fervore dei tempi passati. Per oltre sessant’anni L’Avana è stata un simbolo di resistenza e un laboratorio ideologico capace di influenzare intere generazioni. Ma nel 2025 la narrativa rivoluzionaria è logora. Non basta più a mascherare la stagnazione, la repressione e il controllo militare dell’economia.