Entrare in un supermercato americano, oggi, significa avere la sensazione che qualcosa non vada per il verso giusto. Scaffali più vuoti del solito, marche conosciute sostituite da generici, prezzi raddoppiati su prodotti di uso quotidiano. Dalla carne al latte in polvere, dal vino al pane, la lista degli aumenti è lunga e racconta di un’America che paga sulla propria pelle le conseguenze dei dazi voluti da Donald Trump.
Le tariffe, pensate per spingere la produzione interna e rendere il Paese meno dipendente dalle importazioni, hanno avuto un effetto immediato sui consumatori. Secondo S&P Global, nel 2025 le aziende americane trasferiranno oltre novecento miliardi di dollari di costi direttamente sui cittadini. Per una famiglia media, calcola lo Yale Budget Lab, significa circa duemilaquattrocento dollari in più all’anno solo per riempire il carrello della spesa. Una cifra che, in tempi di inflazione, pesa come un macigno.
Le testimonianze raccolte dal Guardian restituiscono un Paese che si scopre improvvisamente vulnerabile. C’è la madre single del North Carolina che ammette di aver ridotto drasticamente la spesa: «Gli articoli che compravo ogni settimana sono raddoppiati di prezzo, devo scegliere cosa tagliare». C’è il pensionato dell’Alabama che racconta di non riuscire più a comprare il pane come un tempo: «Il mio reddito è fisso, i prezzi no». C’è chi osserva semplicemente la progressiva scomparsa della varietà: «Dove prima avevi quattro o cinque scelte, ora ce n’è una. E costa di più».
Ma se l’effetto dei dazi è visibile sugli scaffali, un’altra emergenza si prepara a esplodere fuori dai supermercati. Dal 1° novembre, infatti, oltre quarantadue milioni di americani rischiano di rimanere senza il sostegno del programma Snap (Supplemental Nutrition Assistance Program), i cosiddetti “food stamps”, a causa del protrarsi dello shutdown del governo federale. L’Usda, il Dipartimento dell’Agricoltura, ha già avvisato che i fondi si esauriranno a breve. Per l’attivista Joel Berg si tratterebbe della «più grave catastrofe della fame dai tempi della Grande Depressione».
Il programma Snap garantisce in media 187 dollari al mese per beneficiario, spesso l’unico appiglio per famiglie a basso reddito, anziani e persone con disabilità. Eppure il Congresso ha già approvato tagli per 187 miliardi di dollari entro il 2034, in nome della riduzione della spesa pubblica. Una scelta che, unita al blocco dei fondi, rischia di travolgere la vita di milioni di cittadini. Alcuni Stati, come il New Mexico, hanno già dichiarato lo stato di emergenza alimentare.
In questo contesto drammatico, sorprende la resilienza dal basso. Su TikTok, Instagram e YouTube si moltiplicano i video di creator che offrono consigli su come sopravvivere con scorte minime. «Fagioli e riso che non si guastano», suggerisce una giovane donna che racconta la propria esperienza di insicurezza alimentare. Altri insegnano a utilizzare un pollo arrosto per più pasti, a organizzare scorte di prodotti confezionati, a gestire con creatività porzioni e budget. È la rete sociale che diventa mutuo soccorso, non solo con “trucchi economici” ma anche con messaggi di incoraggiamento: «Meritiamo di mangiare», ricordano in coro. Un’umanità digitale che supplisce, almeno in parte, alle assenze delle istituzioni.
La fotografia che emerge è quella di un Paese spaccato. Da un lato la retorica di un “America First” che promette di rilanciare la produzione e ridare centralità al lavoro americano. Dall’altro, una realtà fatta di famiglie che faticano a riempire il carrello, di anziani che riducono i pasti, di comunità che devono reinventarsi per affrontare un futuro incerto. Gli effetti dei dazi e dei tagli non si distribuiscono in modo uniforme: colpiscono soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi, amplificando le disuguaglianze e riducendo i margini di vita dignitosa anche per la classe media.
Non è più solo questione di politica economica, ma di giustizia sociale. Il diritto al cibo – che dovrebbe essere garantito – diventa oggetto di contesa, bilancio e sopravvivenza. E se fino a pochi anni fa parlare di insicurezza alimentare negli Stati Uniti poteva sembrare paradossale, oggi la prospettiva di una “nuova Grande Depressione” non appare più così remota.
Il cibo, ancora una volta, si conferma specchio fedele delle società: laddove mancano equità, progettualità e visione, la prima crepa si apre nel piatto quotidiano. E in America, quella crepa si sta trasformando in voragine.
