Inverno demograficoL’intelligenza artificiale ci aiuterà a compensare la carenza di lavoratori

Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Randstad Ai & Humanities, sono circa 10,5 milioni i lavoratori italiani «altamente esposti» all’Ia. Di questi, il 46,6 per cento è composto da professionisti scarsamente qualificati

(Unsplash)

Non un nemico, ma un alleato per il futuro del mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale non sostituirà completamente i lavoratori, ma eseguirà alcune mansioni al posto nostro, liberando tempo e ore di lavoro. Un processo che potrebbe rivelarsi fondamentale per un Paese in pieno declino di natalità come l’Italia, per aiutare a compensare il calo demografico che porterà ad avere 1,7 milioni di lavoratori in meno entro il 2030.

È quanto emerge dal rapporto “Intelligenza artificiale: una riscoperta del lavoro umano” della Fondazione Randstad Ai & Humanities, secondo cui sono circa 10,5 milioni i lavoratori italiani «altamente esposti» all’intelligenza artificiale.

Di questi, il 46,6 per cento è composto da professionisti scarsamente qualificati, il 43,5 per cento di media qualifica e il 9,9 per cento ha qualifiche alte. Ma l’impatto dell’Ia non è uniforme. Il profilo dei più esposti varia a seconda della dimensione demografica, di genere, geografica e settoriale. Le donne sono più esposte degli uomini, gli anziani più dei giovani (tra i 15 e i 24 anni) e il livello di istruzione è determinante: i titoli di studio più elevati sono tendenzialmente meno esposti al rischio di automazione.

Inoltre, l’impatto dell’Ia è diverso sui territori. Le regioni legate alla manifattura tradizionale e a settori a bassa intensità tecnologica sono più vulnerabili agli effetti sul lavoro dell’automazione e della robotica nelle filiere industriali. Le aree a forte vocazione tecnologica, come la Lombardia, il Veneto o l’Emilia-Romagna, sono più esposte alla necessità di riqualifica, ma offrono anche maggiori opportunità di occupazione per i lavori generati dall’innovazione tecnologica.

Il settore manifatturiero e la logistica sono i più ad alto rischio di automazione e sostituzione di compiti fisici e routinari, insieme ai servizi a basso valore aggiunto, come le mansioni di supporto d’ufficio e l’amministrazione. Al contrario, sanità, servizi sociali, istruzione e ricerca, pur essendo interessati dall’introduzione dell’Ia, sono meno esposti alla sostituzione completa.

I lavoratori meno soggetti all’automazione sono quelli che non effettuano mai smart working: solo il 48,3 per cento di questi è esposto. Al contrario, i più esposti sono quelli che svolgono la propria attività sempre o in parte a distanza: il livello di esposizione raggiunge l’82,5 per cento per chi lavora almeno metà del proprio tempo da casa, l’85,5 per cento per chi lo fa per meno della metà del tempo.

Secondo il rapporto, comunque, la vera rivoluzione in atto oggi nel mercato del lavoro è di tipo qualitativo non quantitativo. Emerge infatti come l’Ia stia già ridefinendo le competenze richieste in quasi tutte le professioni. Da un lato, richiede nuove hard skill come alfabetizzazione digitale, analisi dei dati, logica algoritmica; dall’altro, soft skill come pensiero critico, creatività, empatia e capacità di risolvere problemi complessi.

In questo contesto, l’Ia in Italia sta già abbattendo i tradizionali confini delle discipline e spinge le persone a «lavorare con l’Ia e non in alternativa», valorizzando in questo modo le competenze umane come creatività e capacità di astrazione. Allo stesso tempo, però, resta un «rischio di incoscienza artificiale», spiegano, ovvero la tendenza a fidarsi eccessivamente delle macchine per le risposte, senza reale consapevolezza.

Soprattutto le nuove generazioni tendono a preferire un «formato conversazionale» e a porre domande piuttosto che dedicarsi a studio analitico e riflessivo, con il rischio di una potenziale carenza nello sviluppo riflessivo e critico. Si assiste infatti a una crescente difficoltà nel distinguere informazioni autentiche da contenuti generati automaticamente. Per questo, secondo Fondazione Randstad Ai & Humanities, è necessario adattare i sistemi educativi, superando il modello tradizionale di lezioni frontali e teoriche per un approccio basato sul learn by doing e sul potenziamento delle competenze umane come creatività e pensiero critico, investendo in programmi che utilizzino l’Ia non come fonte di risposte immediate, ma come «tutor socratico» che supporta gli studenti nel pensiero critico e nell’acquisizione di competenze pratiche.

«È necessario superare la dicotomia che vede l’Ia come minaccia esistenziale o come soluzione a ogni problema per individuare, piuttosto, in che modo possa amplificare e integrare le competenze umane», spiega Emilio Colombo, coordinatore del comitato scientifico di Randstad Research. «L’adozione dell’Ia generativa potrebbe aumentare la produttività del “Sistema-Italia” liberando miliardi di ore di lavoro e generando un valore aggiunto assimilabile a quello prodotto da grandi investimenti come il Pnrr. Ma questo non esclude i rischi di sostituzione legati all’automazione dei compiti e delle professioni meno qualificate, come artigiani, operai e impiegati d’ufficio. L’Ia non deve essere vista come un’entità autonoma, ma come uno strumento che riflette e amplifica le scelte umane».

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