Alea IActa estLe nuove generazioni sviluppano anticorpi naturali all’intelligenza artificiale

In un ecosistema che s’appresta a diventare sempre più automatizzato non c’è controllo che tenga. «La soluzione torna a essere la lentezza», spiega la data humanist Alice Avallone

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Pochi giorni fa è entrata in vigore in Italia la Legge 132/2025 sull’intelligenza artificiale. È il primo intervento nazionale che accompagna l’attuazione dell’AI Act. La norma stabilisce obblighi di trasparenza per chi utilizza sistemi di IA nei settori pubblico e privato, introduce regole per identificare l’impiego di algoritmi generativi e vieta pratiche considerate ad alto rischio, come il riconoscimento facciale in tempo reale. Stabilisce inoltre responsabilità giuridiche per sviluppatori e gestori dei sistemi e prevede controlli specifici per la pubblica amministrazione. L’Italia diventa così uno dei primi Paesi ad affiancare alla cornice normativa europea un quadro applicativo nazionale. 

La legge segna un punto d’arrivo, non l’inizio. L’IA è già parte del quotidiano, e nelle nuove generazioni questa realtà è ancora più visibile. Se per chi è cresciuto prima della rivoluzione digitale l’IA rimane uno strumento da temere o controllare, per le generazioni più giovani dalla Generazione Z alla Alpha fino alla futura Beta è un linguaggio nativo. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, la transizione tecnologica porterà alla creazione di circa centosettanta milioni di nuovi posti di lavoro nel mondo, mentre novantadue milioni verranno trasformati. Intanto il report How’s Life for Children in the Digital Age dell’Organisation for Economic Cooperation and Development mostra che il novantasei per cento degli studenti quindicenni nei Paesi Ocse ha accesso a dispositivi connessi e che oltre la metà trascorre più di trenta ore a settimana online.

Numeri che non raccontano solo un’evoluzione tecnologica: descrivono un cambiamento culturale profondo. La trasformazione digitale non è mai neutra, perché si intreccia con il modo in cui intere generazioni vivono, imparano e immaginano il domani. La Generazione Alpha, cresciuta tra assistenti vocali e schermi, sarà la prima a vivere in un mondo integralmente attraversato dall’IA. La Generazione Beta, che seguirà, erediterà un ecosistema ancora più automatizzato, dove l’interazione con le macchine sarà quotidiana. 

Secondo la data humanist Alice Avallone, il modo in cui la società reagisce all’intelligenza artificiale ripete schemi già visti in passato, quando altre tecnologie hanno suscitato ondate di paura e resistenza. I tre temi ricorrenti nei discorsi pubblici sono: perdita di lavoro, disumanizzazione delle relazioni e sorveglianza. Questi argomenti affondano in timori reali, ma spesso distorti. Non si tratta, osserva Avallone, di scenari apocalittici quanto di vere e proprie transizioni culturali. La questione del lavoro, ad esempio, non riguarda tanto la scomparsa delle occupazioni quanto la trasformazione delle competenze. L’automazione e l’IA stanno spostando il valore dal fare al capire perché lo si fa, ridefinendo i mestieri in chiave progettuale, relazionale ed etica. Le paure legate alla perdita di umanità, spiega, nascono da un uso riduttivo della tecnologia come filtro. Eppure, la stessa IA può diventare un ponte: molti la usano già per comunicare meglio, non meno. 

«Le macchine ci aiutano a tornare umani», sottolinea Avallone, purché resti viva la consapevolezza che il calore umano non è sostituibile. Sul tema della sorveglianza, l’esperta distingue tra tecnologia e potere: non è l’IA in sé a costituire il rischio maggiore, ma il modo in cui governi e piattaforme la utilizzano per raccogliere e indirizzare informazioni. Un elemento cruciale, secondo lei, è il background educativo: non solo in termini di competenze tecniche, ma anche di familiarità esperienziale. La capacità di sperimentare la tecnologia senza paura con intuito, apertura e gioco influenza profondamente il modo in cui le persone la percepiscono. Non sarà soltanto chi sa programmare a scrivere il futuro della relazione tra umani e macchine, ma chi saprà restare curioso. 

La riflessione si fa ancora più interessante guardando alle nuove generazioni. La Generazione Alpha, esposta precocemente a schermi e strumenti digitali, è la prima a convivere con l’IA senza percepirla come invadente. Per loro è un linguaggio nativo. Al contrario dei genitori Millennial, che oscillano tra controllo e diffidenza, i bambini sviluppano anticorpi culturali spontanei. «Si vede anche nei piccoli gesti quotidiani: se un video è troppo veloce, lo chiudono. Se un contenuto li stanca, cambiano gioco», spiega Avallone. È un tipo di intelligenza diversa, che non nasce dal rifiuto ma dall’istinto e dalla misura. I bambini digitalmente più esposti sono anche quelli che tornano con più facilità alla manualità, al disegno, alla narrazione. Hanno una consapevolezza corporea e affettiva che bilancia naturalmente lo schermo. I veri rischi come la sovrastimolazione, l’iperconnessione e la ricerca compulsiva di conferme si radicano nell’ambiente adulto che li forma. 

Ed è su questo terreno che crescerà anche la Generazione Beta, in arrivo ora. Erediterà dalla Generazione Z una coscienza critica più sviluppata, una sensibilità ecologica e una maggiore consapevolezza identitaria, e dalla Generazione Alpha la familiarità giocosa con l’IA. Vivranno in un ecosistema in cui l’intelligenza artificiale sarà pienamente integrata nella sanità, nella scuola, nei servizi pubblici, nella creatività quotidiana. Per questo, sottolinea l’esperta, l’obiettivo non è proteggerli dall’IA, ma prepararli a dialogare con essa. Educare in anticipo significa coltivare lentezza e profondità, insegnare ai bambini che il valore umano risiede spesso nell’incoerenza, non nell’efficienza. In questa direzione si muovono già esperienze concrete: genitori della Generazione Z che abbracciano il “digital minimalism”, scuole che sperimentano laboratori di futuri e filosofia per bambini, nidi che usano la tecnologia come supporto sensoriale e non come intrattenimento. Quella della Generazione Beta, spiega, non sarà programmata dall’IA, ma formata accanto ad essa. 

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