
Le sanzioni europee contro la Russia, a oltre tre anni dall’invasione dell’Ucraina, continuano a mostrare crepe profonde. Secondo un’analisi dell’Economic Security Council of Ukraine (Escu), tra il 2024 e il 2025 tre aziende italiane – Harditalia S.r.l., Fpt Industrie S.p.A. e Helvi S.p.A. – hanno inviato in Russia beni per oltre 2,3 milioni di dollari, nonostante si tratti di apparecchiature classificate come dual use, cioè con potenziale impiego militare.
L’inchiesta, supportata da documenti doganali, registri societari russi e dai cataloghi ufficiali della fiera Metalloobrabotka 2025 — principale esposizione dell’industria metallurgica moscovita, spesso al servizio del complesso militare-industriale — ricostruisce una rete di triangolazioni, intermediari e filiali che ha consentito a tecnologia italiana di continuare a raggiungere Mosca.
Harditalia e la rete russa Hardelloy
Tra il 2024 e il 2025 Harditalia S.r.l., azienda veneta specializzata in macchine per lavorazioni metalliche, ha effettuato diciannove spedizioni dirette verso la Russia, per un valore complessivo di 273.129 dollari. Le forniture comprendevano presse idrauliche, macchine per formatura di fili e ingranaggi, segatrici e rettificatrici (HS 846261, 84633000, 846150, 846029): tutte voci incluse nell’Annex I del regolamento europeo 833/2014, che vieta l’esportazione di beni con potenziale uso militare verso la Federazione russa (Eur-Lex).
La società dispone di una succursale ufficiale a Mosca, la Hardelloy LLC, registrata nel database russo Rbc Companies. Secondo l’Escu, questa controllata funge da importatore e centro di assistenza locale, garantendo manutenzione e ricambi per macchinari europei. In apparenza, tutto legale. In sostanza, un modo per mantenere presenza e profitto sul mercato russo nonostante le restrizioni.
Helvi, l’export via Turchia
Il caso Helvi S.p.A., produttore veneto di saldatrici e convertitori, mostra un modello più sofisticato. Nel 2024 risultano ventinove spedizioni di prodotti Helvi in Russia per 288.870 dollari, tutte transitate attraverso la Turchia, oggi hub centrale delle triangolazioni commerciali europee. Le forniture comprendevano saldatrici ad arco, macchine Edm e convertitori statici (HS 851539, 845630, 850440) – beni inclusi nelle liste dei prodotti dual use.
Nonostante l’embargo, in Russia opera una filiale ufficiale denominata Helvi Llc, che promuove e distribuisce i prodotti italiani attraverso il sito helvi-weld.ru, con marchio, materiali e grafica identici alla casa madre. La continuità commerciale è evidente, anche se mascherata da intermediazioni tecniche.
Fpt Industrie e la triangolazione kazaka
Il nome più importante è quello di Fpt Industrie S.p.A., colosso friulano dei macchinari Cnc. Nel 2024 la Russia ha ricevuto un centro di lavorazione universale a controllo numerico, del valore di 1,83 milioni di dollari, fornito tramite l’intermediario kazako Llp Genius Loci (Kazimport.kz). La macchina è apparsa nel catalogo ufficiale della fiera Metalloobrabotka 2025 (ExpoCentr), accanto a marchi turchi e tedeschi. Interpellata dai giornalisti di Arte tv, Fpt non ha mai risposto (Euromaidan Press, 5 marzo 2025).
Un sistema di complicità
Secondo Escu, almeno trenta aziende di nove Paesi hanno preso parte alla fiera russa nel 2025, con novantatré categorie di prodotti soggette a restrizioni europee o statunitensi. Oltre all’Italia, figurano Turchia, Taiwan, Corea del Sud, Germania, Austria, Francia, Giappone e Stati Uniti.
Dietro ogni esportazione c’è un mosaico di intermediari, società di comodo e Paesi ponte, ma anche un deficit di controllo a Bruxelles e nei singoli Stati membri. Come spiega a Linkiesta Roman Steblivskyi, esperto di politica dell’Escu: «I prodotti sono già soggetti a sanzioni. Pertanto, la questione fondamentale risiede nella conformità delle aziende italiane e del governo. Sia le aziende stesse che il governo italiano ne sono responsabili, poiché l’applicazione delle sanzioni dell’Unione europea è compito degli Stati membri».
Con Kyjiv, ma non troppo?
L’inchiesta dell’Escu mostra che l’Italia continua a fornire tecnologia industriale alla Russia, non per volontà esplicita, ma per assenza di controllo politico e amministrativo. Le aziende sfruttano lacune normative e filiere globali difficili da monitorare, mentre le istituzioni restano ferme a un sistema di regole scritte per un mondo che non esiste più.
A dover fornire una risposta sono il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro delle Imprese Adolfo Urso, chiamati a garantire coerenza tra la linea atlantica del governo e la realtà dei flussi commerciali.
E la responsabilità politica generale ricade su Giorgia Meloni, che guida un esecutivo impegnato sul fronte della solidarietà a Kyjiv, ma che deve assicurarsi che quelle parole trovino coerenza nei fatti.
Non meno decisivo è il ruolo della Commissione europea, che finora ha prodotto regole più che strumenti. Senza un’autorità unica di controllo e un coordinamento doganale efficace, le sanzioni restano un principio più che una pratica.
È un limite strutturale dell’Unione: una macchina normativa poderosa, ma ancora incapace di seguire le proprie rotte commerciali. E Roma e Bruxelles continuano a non vedere.
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Le affermazioni contenute nell’articolo “Sanzioni violate. Le aziende italiane che aggirano le restrizioni europee sulla Russia”, a firma di Massimiliano Coccia, relativamente a un presunto commercio di FPT INDUSTRIE in violazione dei divieti di esportazione verso la Russia, sono state rettificate da FPT INDUSTRIE nel modo che segue:
La tesi secondo cui FPT INDUSTRIE avrebbe esportato in Russia, tramite un intermediario in Kazakistan denominato LLP Genius Loci, un centro di lavorazione universale a controllo numerico, non sarebbe corrispondente al vero.
La macchina di produzione FPT INDUSTRIE citata nel servizio giornalistico è stata esportata in modo assolutamente legale e la sua vendita è stata specificamente autorizzata con licenza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale datata 26.10.2023. Sia il destinatario che l’utilizzatore finale della macchina sono società aventi sede in Kazakistan, dove effettivamente operano. Conformemente alle disposizioni vigenti e come richiesto dalle autorità competenti al rilascio dell’autorizzazione all’esportazione, FPT INDUSTRIE ha raccolto e trasmesso a tali autorità una dichiarazione dell’utilizzatore finale, nella quale lo stesso ha attestato che lo scopo specifico dell’acquisto è la produzione di beni a fini civili. L’utilizzatore finale si è inoltre impegnato espressamente — come previsto — a non rivendere, trasferire o riesportare il bene verso altri Paesi. FPT INDUSTRIE, negli ultimi sei anni, non ha esportato alcuna macchina in Russia e respinge con fermezza ogni illazione diretta a sostenere il contrario.
Con riferimento alla partecipazione alla fiera Metalloobrabotka, si precisa che si tratta della più grande fiera dell’Europa orientale e della Comunità degli Stati Indipendenti dedicata all’industria delle macchine utensili e alla tecnologia per la lavorazione dei metalli. L’evento riunisce i principali produttori, fornitori e rivenditori di tutto il mondo, ed è una fiera internazionale rivolta a numerosi Paesi dell’area orientale, tra cui India, Cina, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Kazakistan. La partecipazione di FPT INDUSTRIE a tale manifestazione, con proprio materiale pubblicitario e informativo, ha il solo scopo di promuovere i propri prodotti sui mercati di riferimento, che rappresentano una parte significativa del mercato mondiale. Tale partecipazione non abrebbe alcuna
correlazione con eventuali violazioni delle sanzioni contro la Russia e non sarebbe quindi assimilabile a una vendita di prodotti in tale Paese.