Vite intrecciate La musica colta è pornografia velata e nessuno vuole ammetterlo

Le sinfonie che crediamo astratte nascono da mani, bocche, fiati, dita. Ogni strumento compie un gesto erotico e ogni compositore lo sa, anche quando finge il contrario

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Non hanno con chi parlare, parlano con me, queste figure che hanno vissuto, e mi raccontano cose, tutte vere, c’è da imparare.

Lei è una musicista, una maestosa teorica della musica classica o colta o, come meglio precisato sui bollettini di deposito dei brani, musica seria (anche quando è scherzosa e capricciosa). Giovanissima, fu concertista improvvisatrice nei maggiori teatri europei ma anche al ‘Caffè d’Europa’ ossia in tournée girovaga nelle undici grandi città termali. Là si esibiva d’estate, la sera, spesso all’aperto o in enormi saloni vetrati.Tutti sono stati più o meno suoi allievi o confidenti. Tutti chi? Ma sì, un po’ tutti in generale. Senza fare nomi, Boulez, Stockhausen, Nono, più o meno suoi coetanei. Importanti sono le sue teorizzazioni sui quarti di tono e sul ‘da capo’ strumentale.

Lei mi parla: «La musica, capisci, non è verbale, ti puoi permettere tutto, senza che si comprenda cosa ti stai permettendo, e tutti i grandi se lo sono permesso. Sai di che parlo? Libidine, brama. Ti parlo di un piacere sconosciuto ai più, alla maggioranza degli esseri viventi.

Ti parlo di quei compositori libertini, ossia che si presero delle libertà, quelle vere, le libertà ignote, quei compositori licenziosi, ossia che si concessero licenze, le più sfuggenti. Quali compositori? Quasi tutti, soprattutto i romantici, ma un po’ tutti se li sai ascoltare.

Il suono dell’orchestra, per esempio, è tendaggio, una sovrapposizione di veli su un quadro, un quadro vivente. Cortine intorno a un’alcova. Devi imparare a scostare quei veli, con molta competenza però, e capacità di orientarti, inoltrarti, e abilità di svelare, fare affiorare le vignette vivaci: corpi come tralci di vite, vite umane intrecciate. L’orecchio vuole occhio. 

Hai mai notato come l’occhio somigli alle note? L’occhio aperto, chiuso, semichiuso, le ciglia svolazzanti. Quei bravi musicisti avevano l’occhio assoluto. Vedevano di tra le stecche del pentagramma, e lasciavano intravedere, intrasentire. Vuoi prenderti qualche sfizio? Avvicina l’orecchio alla toppa, al foro della serratura della porta oltre la quale la loro musica suona. 

Intrasentire, ossia distrattamente, quando sei nel torpore caliginoso dei tuoi ascolti e per metà dormi e per metà hai le visioni, quando qualcosa appare nella fumea musicale. Come un cinema: proiezioni sullo schermo evanescente dei vapori orchestrali. Lo sai sì che dall’orchestra in piena azione sale su un vapore, una corrente ascensionale? Lo sai sì che la musica più fa sul serio più è libidinosa, altro che la mosceria leggera della musica non seria ossia da ridere, risibile.

Senti i movimenti e poi li vedi: i corpi. Cosa sono le note in corsa sul pentagramma? Corpi mossi, anzi, per dirlo meglio, sono esse i movimenti, le agitazioni, anche le pause negli attimi di requie, e sono anche contrazioni muscolari, schiocchi carnosi, sbattiti e battiti e sfregamenti e attriti radenti e volventi: il moto degli accoppiamenti in partitura. La legatura, sì, la legatura. E il colpo di lingua. Conosci il colpo di lingua, o mio trombettiere? Non parliamo del ritmo, fammi il favore, non farmi fare un’altra tirata: si aprono praterie per i galoppi, i trotti, il passo d’ambio, insomma per tutti gli andamenti ritmici. 

Ti rendi conto cosa ascoltiamo? Cosa sentiamo? Sentiamo quelle visioni, vediamo quel sentire: sonori erotismi. Rotolanti, ridondanti, sviolinanti, tubanti, tasteggianti, flautanti, trombanti. Ah, certi impasti sinfonici, sapessi, certi miscugli di pianoforte e orchestra, certe mescole tra strumenti e cori a bocca aperta e chiusa. E poi quelle intime cose da camera. Chi non ricorda le indimenticabili camere della propria vita? Quegli organici ristretti, quei concerti. 

La parola stessa, composizione, mettere insieme secondo posizioni. Oh come tutto è scritto. E quelle scrupolose indicazioni di movimento e di tempo, struttura, qualità, disegno, forma della cosa: preludio, lentamente, toccata, variazione, pizzicato, quasi un lamento, lentissimo, lento, adagio, largo, andante moderato, andante, con moto, ritardando, mosso, molto mosso, così sì così, doppio più mosso, rapido, veloce, presto, prestissimo, non ti fermar, sfrenato, precipitando, a morir, a morir. Non farmici pensare, ma ci penso spesso. 

E l’andante grazioso? Tu conosci l’andante grazioso?»

La sua stessa domanda mi pare che la commuova. Guarda davanti a sé un po’ verso l’alto. Cosa vede? La bacchetta del direttore – della direttrice ovviamente – e dopo due tre battute a vuoto riprende con impeto: «Ah, le violiniste orgasmiche, i fagotti issati, i contrabbassi stuzzicati con le dita, il controfagotto che è già scultura lignea di una complessa congiunzione, e quelle leccate all’ancia, gli onanismi tempestosi ai timpani, anche a due mani, a due mani anche l’arpa, che sembra abbia capezzoli sulle corde tese e irrigidite, gli ottoni a pistone, i flauti gemebondi, ansimanti, golosi, gli impatti dei piatti così esultanti che da ogni piattata vedi sprizzare schizzi lascivi, i violoncelli in mezzo alle gambe, gli archetti che lavorano come seghe. E dei tromboni ne vogliamo parlare? Dico: si vede e si sente tutto e nessuno vede e sente? Ma com’è pudibondo il mondo. Non ho altro da dire.»

Lei si ferma sopraffatta ma solo per un po’, come dopo l’esecuzione del finale di un movimento e, senza che io riempia l’intervallo con parole mie, ecco che il prossimo movimento inizia: «E che scene, scenette, quadri, situazioni, eventualità, piani lunghi, medi, primi piani e primissimi, particolari, dettagli. Altro che le ascese su per le stradette montane, altro che viste di vastità dall’alto, altro che ruscelletti, praticelli, altro che mari azzurri o turbolenti, altro che mari gialli di grano al sugo dei papaveri, altro che boschetti, oppure sì, ma solo perché furono dati lì in quei luoghi gli appuntamenti e poi avvennero lì gli accoppiamenti e sempre lì avverranno a ogni esecuzione degli amanti in cartellone. 

Pornofonia, mio caro. I compositori sapevano quel che facevano, si sente, spesso componevano in uno stato di parossistica eccitazione. Muovevano la musica come corpi mossi. Volevano farlo, lo facevano, lo facevano apposta. L’ho detto, erano licenziosi, si prendevano licenze. Partivano avvantaggiati: in musica ogni corpo è nudo, pensa un po’, e nessuno lo sa. Quel che seguiva, lo sapevano solo loro. Avevano visioni, le rendevano sonore. Si vedeva tutto, essi lo vedevano chiaramente. Che piacere deve essere stato per il compositore osservare il proprio pubblico che sta attento a non tossire, ti rendi conto? A non tossire in piena orgia. Quelle tossette imbarazzate e un po’ nervose. Perché parlo al passato? Non lo so. Non lo so, perché non lo voglio sapere.

Il compositore, ho detto compositore? Sì, al maschile, sempre per via di quell’infanzia che nell’uomo è tenace e non se ne va via con l’acetone, non si smacchia. È ovvio che la musica è un gioco infantile, no?

Con l’orecchio alla teorica toppa, con le cuffie per esempio o con gli auricolari puoi sentire, quindi vedere i corpi impegnati in figurazioni vorticose e trottolanti, elicoidali alle volte, anche ellittiche. E l’ostinato? Ah, l’ostinato, che tenderebbe all’incessantemente, al mai finito, all’impossibile, ma il bello della musica è che finisce, e finisce spossata. 

Sì, il meglio avviene e si compie in una realtà velata.»

È il finale. Io, pieno di meraviglia per il suo racconto, resto con la bocca aperta. Una filante saliva mi colerebbe addosso se lei allungando un braccio non sollevasse con un dito il mio mento spingendolo come un cassetto a chiudermi la bocca piena di stupore. 

«Perché ti racconto questo? Cosa vuoi che ti racconti? Non succede niente, niente di rilevante al mondo, niente, niente che meriti.»

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