
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/25 – “Tempi Impazziti”, ordinabile qui.
Nel panorama geopolitico contemporaneo, la guerra cognitiva si è imposta come una delle dimensioni più sofisticate del conflitto ibrido. Non più riconducibile solo alla propaganda tradizionale o alla disinformazione occasionale, si tratta oggi di un campo d’azione strategico, in cui regimi autoritari come Russia, Cina e Iran sviluppano operazioni sistematiche di influenza finalizzate a destabilizzare le democrazie occidentali dall’interno.
Questa forma di ostilità non utilizza proiettili, ma contenuti: manipolati, parziali, o deliberatamente falsi. Mira a condizionare la percezione collettiva e, conseguentemente, a interferire nei processi decisionali democratici, riducendo la capacità delle istituzioni di agire in modo autonomo e coeso. L’uso combinato di piattaforme digitali, intelligenza artificiale, tecniche di microtargeting e linguaggi emozionali consente agli attori ostili di alterare il dibattito pubblico con costi contenuti e un’elevata efficacia operativa.
L’Unione europea, negli ultimi anni, ha riconosciuto con crescente consapevolezza la rilevanza strategica di questo fronte. I dati raccolti dalla Commissione e dal Servizio europeo per l’azione esterna offrono una mappa allarmante. Secondo l’Eurobarometro pubblicato nel dicembre 2023, l’ottantuno per cento dei cittadini europei ritiene l’ingerenza straniera un pericolo per la democrazia, mentre quasi otto cittadini su dieci temono che la disinformazione possa incidere concretamente sui risultati elettorali. Oltre il settanta per cento degli intervistati afferma di confrontarsi regolarmente con contenuti ambigui o fuorvianti, e una larga maggioranza – l’ottantasei per cento – considera la disinformazione una minaccia prioritaria per la stabilità del sistema democratico europeo.
Nel solo 2023 sono state documentate oltre settecentocinquanta operazioni coordinate di disinformazione, molte delle quali attribuibili a Mosca. La sofisticazione di tali campagne – che vanno dalla manipolazione di contenuti giornalistici alla creazione di piattaforme false – testimonia la volontà di generare una narrazione parallela capace di legittimarsi nel mainstream. Gli episodi registrati durante le elezioni europee, come la diffusione di articoli falsificati a danno della stampa tedesca, indicano che il processo elettorale stesso è considerato un bersaglio strategico da chi intende indebolire l’Unione nel suo momento più rappresentativo di esercizio della volontà popolare.
Il gap tra le risorse impiegate dai regimi autoritari e quelle disponibili alle istituzioni europee resta significativo. Se la Russia può contare su una rete propagandistica che mobilita circa un miliardo di euro l’anno, l’Unione europea ha destinato finora una cifra molto più limitata – circa venti milioni – a iniziative di monitoraggio e contrasto delle campagne ostili. A ciò si affiancano gli investimenti per l’alfabetizzazione digitale, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo di strumenti di verifica e fact checking, per un totale di circa centoquaranta milioni di euro. È evidente tuttavia che la dimensione della sfida richiede un salto di scala sia in termini di budget che di governance.
L’adozione del Digital Services Act (Dsa), entrato pienamente in vigore nel 2024, rappresenta un passaggio fondamentale nella regolazione delle piattaforme digitali. Per la prima volta, gli intermediari online di grandi dimensioni sono obbligati a valutare e mitigare i rischi sistemici derivanti dalla disinformazione e ad assicurare maggiore trasparenza sugli algoritmi che orientano il traffico informativo. Anche il Codice rafforzato di condotta contro la disinformazione, sottoscritto nel 2022 da operatori come Google, Meta e TikTok, introduce un quadro di impegni volontari che, se pienamente rispettati, possono contribuire a contenere le distorsioni dell’ecosistema informativo.
Il caso italiano presenta alcune vulnerabilità specifiche. La presenza di una costellazione di sigle e gruppi apertamente filoputiniani, spesso attivi anche in contesti istituzionali, favorisce la circolazione di contenuti che indeboliscono la posizione euro-atlantica del Paese e contribuiscono a creare una narrazione alternativa su temi come il sostegno all’Ucraina, le sanzioni alla Russia e l’identità europea. In questo contesto, le piattaforme social, unite a media compiacenti o non vigilati, diventano strumenti efficaci di penetrazione cognitiva.
Contrastare questa forma di attacco richiede una strategia multilivello. È necessario rafforzare la cooperazione tra le autorità nazionali e le istituzioni europee attraverso meccanismi di early warning, monitoraggio proattivo dei contenuti e capacità di risposta rapida. Le piattaforme devono essere sottoposte a obblighi chiari e vincolanti, soprattutto nei momenti elettorali. Ma, ancora più in profondità, è fondamentale investire in una cultura civica digitale che dia ai cittadini strumenti per riconoscere la manipolazione e rifiutare la delegittimazione delle fonti autorevoli.
La guerra cognitiva, infatti, non si esaurisce nella propaganda. Si tratta di una sfida culturale e politica che investe la legittimità del discorso pubblico, la coesione sociale e la resilienza delle istituzioni. Non è solo una battaglia contro la menzogna, ma per la sopravvivenza stessa del pluralismo informativo e della fiducia democratica.
In un mondo in cui la verità è diventata essa stessa un terreno di contesa, difendere la democrazia significa anche presidiare il terreno dell’informazione. Le forze progressiste, in Italia e in Europa, devono elaborare una proposta politica capace di parlare con linguaggio nuovo, radicato nei valori ma attento alle dinamiche digitali. Solo così sarà possibile opporsi in modo efficace a chi, con strumenti sofisticati e invisibili, lavora per minare la nostra libertà dall’interno.