Le dimissioni del governo di Sébastien Lecornu, restato in carica dodici ore possono segnare l’inizio della fine per Emmanuel Macron. Non perché lo obblighino alle dimissioni, che sono chieste solo dall’arruffapopolo Jean-Luc Mélenchon, ma perché evidenziano errori politici tanto evidenti da segnarne un tramonto ineluttabile. Due sono stati gli elementi di questa crisi politica della Francia e del declino parallelo del prestigio di Emmanuel Macron, che rischia ormai di fare la fine di Matteo Renzi: passare in pochi anni dalla centralità nel sistema politico all’emarginazione minoritaria.
Il primo elemento è un’attitudine settaria, una rigidità dogmatica dei partiti, figlia di un sessantennio di bipolarismo netto, ma anche di un’arroganza ideologica di parte, tutta francese, che rende oggi a Parigi evidentemente impossibile non solo ogni governo di unità nazionale, ma anche una Grosse Koalition e, men che meno, un governo tecnico. I partiti francesi, anche quelli non estremisti di destra o di sinistra, si presentano infatti a Matignon per discutere di possibili programmi comuni, rigidi, inflessibili, indisposti alla mediazione, incapaci letteralmente di fare politica e tesi a dare solo testimonianza di sé stessi.
In questo contesto, sin dal verdetto delle elezioni europee del 2024, che hanno segnato l’avanzata delle estreme di Marine Le Pen e di Jean-Luc Mélenchon, e la perdita netta di voti e quindi di deputati della coalizione del presidente, Emmanuel Macron ha sbagliato visibilmente tutte le mosse. In più, con un atteggiamento di alterigia e arroganza che ora gli si rivolta contro.
Il primo suo errore è stata la decisione di sciogliere l’Assemblea Nazionale e indire elezioni anticipate. Decisione presa con evidente stizza, da solo, senza neanche consultarsi con il suo premier Gabriel Attal, fino ad allora fidato collaboratore e, da quel momento in poi, deluso avversario.
Il risultato di quella mossa avventata è stato un trionfo al primo turno di Marine Le Pen, trionfo poi annullato al secondo turno da un ennesimo Front Républicain, che ha fatto blocco contro i suoi candidati con il meccanismo della desistenza, che ha visto elettori gollisti votare per candidati dell’estrema sinistra e viceversa, ma che ha poi prodotto un Parlamento nel quale nessuno schieramento ha una maggioranza.
A quel punto era evidente, nel contesto istituzionale francese, che gli attribuisce enormi poteri e la gestione diretta della politica estera e della difesa, che il presidente doveva gettare tutto il suo prestigio, tutto il suo impegno, tutta la sua visione politica in un serrato confronto tra i partiti di centro e quelli moderati di destra e di sinistra, per costruire con pazienza una grande coalizione o, almeno, un governo a guida tecnica forte di una solida maggioranza parlamentare.
Nulla di tutto ciò. Emmanuel Macron ha mostrato un distacco evidente per quelle che giudicava poco interessanti beghe della politica interna e si è impegnato con maggiore esposizione personale sulla scena internazionale ed europea, tentando, senza riuscirci, di giocare un ruolo rilevante nella crisi ucraina come in quella mediorientale. Ha quindi delegato la soluzione della crisi politica – che ormai aggravava anche la crisi economica – a un collaboratore o alleato dopo l’altro, mostrando un disinteresse per la trattativa tra i partiti.
Trattativa difficile, per la rigidità politica e programmatica delle forze politiche, i socialisti in primis, come abbiamo detto, ma che un presidente della Repubblica all’altezza del compito avrebbe potuto gestire con prestigio e saggezza, delineando e concretizzando con pazienza una strategia di governo fatta di piccoli, ma concreti passi, frutto di complesse, ma sagge mediazioni programmatiche. Godendo di poteri istituzionali più limitati, e usando la moral suasion, questo hanno fatto in Italia sia Giorgio Napolitano sia Sergio Mattarella.
Niente di tutto questo: nessun tavolo di trattative all’Eliseo, nessun impegno personale del presidente nella trattativa per delineare una strategia di gestione della politica interna e, men che meno, della crisi economica. Con regale disimpegno, Emmanuel Macron ha quindi bruciato come premier prima l’elegante Michel Barnier, durato poche settimane, poi l’alleato François Bayrou, che ha resistito solo sino a quando è stato protetto dall’impedimento costituzionale di sciogliere per un anno l’Assemblea Nazionale, e infine Sébastien Lecornu, suo fidato ministro, durato appunto dodici ore. Tre governi di minoranza parlamentare che, di fatto, non hanno governato, con conseguente aggravamento della crisi economica e che hanno finito per favorire le estreme nell’elettorato francese.
Ora lo sbocco più probabile della crisi politica è un nuovo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni anticipate, con una probabile vittoria di Marine Le Pen.
Il paradosso è che questa probabile vittoria dell’estrema destra è favorita proprio dal successo della prima avventura politica di Emmanuel Macron, che vinse il suo primo mandato disgregando e togliendo milioni di voti sia ai gollisti sia ai socialisti, a favore di un nuovo grande centro macroniano di ispirazione liberale e progressista. Passati otto anni, quel progetto, che sembrava vincente ed egemonico, ma che si reggeva tutto e solo sulle spalle di Emmanuel Macron – che si sono rivelate inadeguate – è fallito e lascia sul terreno sei forze politiche del centro moderato e liberale, come della sinistra riformista, ognuna delle quali raggiunge a stento il dieci-quindici per cento e non è coalizzabile per le ragioni soggettive già esposte.
Questa frammentazione del quadro politico, a seguito del fallimento del progetto del presidente, produce una polarizzazione delle estreme. A sinistra, l’estremismo venato di antisemitismo di Jean-Luc Mélenchon ha prodotto una rottura con i socialisti e la fine dell’improbabile Nouveau Front Populaire, mentre è promettente il nuovo movimento di Raphaël Glucksmann dalle caratteristiche lib-lab. A destra è egemone il Rassemblement National di Marine Le Pen, che ha attirato nella sua orbita una parte dei gollisti di Éric Ciotti.
Tutto indica, quindi, che in nuove elezioni anticipate, seguite al probabile scioglimento del Parlamento, vincerà l’estrema destra, perché è difficile ricostituire uno sbarramento di tutte le altre forze politiche al secondo turno, dopo che questo ha prodotto comunque un’Assemblea Nazionale ingovernabile. Non è esclusa, quindi, una futura coabitazione tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen o Jordan Bardella.
Questo, se Emmanuel Macron non si dimette: svolta tanto grave quanto improbabile, visto il carattere dell’uomo. A meno che il presidente non decida, con un gesto clamoroso, di abbandonare l’agone politico per ripresentarsi poi alle elezioni presidenziali del 2032, come la Costituzione gli permette, con la speranza di vincerle contando sull’eventuale fallimento di Marine Le Pen al potere in Francia.