La visita in Italia del presidente ungherese Viktor Orbán, con le sue consuete dichiarazioni contro l’Unione europea e a favore di Vladimir Putin, hanno sollevato ieri le prevedibili polemiche da parte dell’opposizione, e una modesta presa di distanza da parte del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, secondo il quale «se la presidente del Consiglio incontra il premier di un altro Stato non significa che abbia la stessa posizione, l’Italia ha posizioni diverse». E ci mancherebbe altro.
Infatti il problema non è l’incontro di oggi, ma gli incontri, i selfie guancia a guancia, la partecipazione a forum e iniziative comuni, insomma la dichiarata condivisione di scelte politiche, ideali, valori del primo ministro ungherese da parte di Giorgia Meloni, e anche di Matteo Salvini, nel corso degli ultimi cinque o dieci anni. Un’affinità e una solidarietà che mal si conciliano con le proteste indignate della stessa Meloni contro chi si permetta di ravvisare in lei e nella sua coalizione il rischio di una deriva ungherese, parlando di democratura o di democrazia illiberale, cioè esattamente il modello teorizzato e praticato da Orbán. Il problema insomma non sono gli occasionali dissensi sulla politica estera (peraltro relativamente recenti), ma la conclamata identità di vedute sulla politica interna.