Le dichiarazioni della segretaria del Pd Elly Schlein sul suo avere «riportato il partito dove la sua gente se lo aspetta», e soprattutto sui passati governi di grande coalizione («se qualcuno ha nostalgia del periodo in cui il Partito democratico governava con un pezzo della destra, quel tempo è finito»), pronunciate domenica a Che tempo che fa, hanno suscitato ieri una replica tanto facile quanto ineccepibile da parte di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo ed esponente di quella corrente riformista ormai decisa a riprendere spazio nel dibattito interno, dopo la rottura con Stefano Bonaccini. In un post sui suoi canali social, Picierno si è domandata maliziosamente se la segretaria si riferisse al governo Letta o al governo Draghi, e cosa pensassero di quelle parole «Orlando, Franceschini, Sereni, Guerra, Speranza, Provenzano e tutti i compagni che erano ministri e sottosegretari autorevolissimi di quei governi». Volendo essere proprio pignoli, si potrebbe anche notare la contraddizione tra la sacrosanta battaglia contro la riforma del premierato, denunciata come la tentazione meloniana dei pieni poteri, e il rifiuto a priori dell’unico modello alternativo, fondato sulla centralità del parlamento, cioè sulla lettera e sullo spirito originali della nostra Costituzione, secondo cui le coalizioni di governo si formano, per l’appunto, in Parlamento, e non nelle urne. È un punto che qui mi limito ad accennare, sia perché l’ho già toccato mille volte, sia perché, riguardando una contraddizione logica e una questione di cultura politica e istituzionale, non vorrei annoiare troppo i lettori. Ma soprattutto perché quello che più mi ha colpito è un altro passaggio del discorso di Schlein.
Questo: «Quando io sono diventata segretaria del Partito democratico avevamo un partito che qualche commentatore dava ormai sulla via dell’estinzione, stavamo al 14 per cento nei sondaggi, sotto i cinquestelle, e non ho visto tanti partiti in Europa crescere di dieci punti nel giro di un anno, arrivare al 24 delle europee…». Il bello è che anche il segretario precedente, nonché regista dell’operazione che ha riportato Schlein dentro il Pd assieme alla nutrita pattuglia bersaniana, Enrico Letta, non faceva che ripetere esattamente lo stesso discorso, sul fatto che quando lui ne aveva preso la guida il Pd era un partito distrutto, che i sondaggi davano al 14 per cento, eccetera. Ancora più bello è che lo stesso argomento lo usasse anche il predecessore di Letta, Nicola Zingaretti, il quale all’indomani delle europee del 2019 poteva pure lui vantare, proprio come Schlein, di avere resuscitato il Pd («fino a pochi mesi fa eravamo dati per spacciati»). Resta solo da capire come mai, con questa catena di successi inarrestabili, una resurrezione dopo l’altra, il Pd abbia continuato a perdere le elezioni, passando dal 18,8 per cento di Matteo Renzi nel 2018 al 19 per cento di Letta nel 2022. Tra l’altro, gli stessi che hanno gridato al trionfo per un 22 o un 24 per cento alle europee, a suo tempo spiegavano che il 40 per cento preso da Renzi nel 2014 non era niente di speciale, perché in voti assoluti era meno di quanto preso alle precedenti politiche (com’è ovvio, essendo molto più bassa l’affluenza). Un gioco delle tre carte che non merita nemmeno la fatica di trascrivere la differenza in voti assoluti tra le europee del 2014 e le due successive (diversi milioni), o di perdere tempo a spiegare a chi non vuol capire il trucchetto di calcolare le proprie rimonte immaginarie non già a partire dal risultato elettorale precedente, ma dal dato del sondaggio peggiore. Non ce n’è bisogno, perché penso di avere già dimostrato a sufficienza la mia tesi, che potrei anche riassumere così: finché nel Pd non smetteranno di parlare soltanto di sé, per giunta in modo così poco serio, non potranno ragionevolmente sperare di essere presi sul serio dagli altri.
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