Campo largo, idee stretteLa vocazione maggioritaria del Pd è diventata una fiera delle contraddizioni

Da sogno veltroniano di governo a semplice somma di sigle senza visione. Il partito nato al Lingotto nel 2007 oggi rincorre il potere per il potere, mentre la sinistra si illude che l’antimelonismo basti come collante. Ma il vuoto politico prima o poi si paga alle urne

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Giustamente Christian Rocca ha rivendicato per il Partito democratico il ritorno a quella vocazione maggioritaria che ne è stata la ragione fondativa, a partire dal famoso discorso di Walter Veltroni al Lingotto di Torino, il 27 giugno 2007. Sul concetto di vocazione maggioritaria si tratta però di intendersi: perché, al di là del visionario slancio ideale veltroniano, la vocazione maggioritaria, se malintesa, racchiude un’ambiguità potenziale che è alla base della sua graduale degenerazione e nella strategia del campo largo, per come è concepita, conosce l’estrema deriva.

Era stato molto opportuno, quel giorno di diciotto anni fa, chiamare a raccolta il mondo progressista intorno all’obiettivo di farsi maggioranza per governare il paese, in contrasto con una inveterata tendenza, soprattutto persistente nelle sue componenti più caratterizzate a sinistra, a vedersi piuttosto in un ruolo di opposizione, se non più sterilmente di pura testimonianza. Ma, appunto, governare è il fine e conquistare la maggioranza il mezzo per poterlo attuare. Si direbbe invece che nel dibattito interno al Pd il fine sia stato congelato e tutta l’attenzione converga sul mezzo, o meglio (peggio) che il mezzo sia diventato il fine.

In altri termini, l’ambizione del fondatore è stata tradita: per Veltroni – che nelle elezioni politiche del 2008 portò il Pd a sfiorare il trentaquattro per cento, a capo di una coalizione (comunque sconfitta da Berlusconi) che non imbarcava i gruppi della sinistra più intransigente – un altro sogno spezzato. Lo riconosceva amaramente lo stesso ex segretario, nel 2018: «Il Pd che io immaginavo è durato pochi mesi (…). Era l’idea di un partito orizzontale, fatto di cittadini e movimenti, di associazioni e autonome organizzazioni. Un partito a vocazione maggioritaria perché aperto, che usava le primarie come cemento per unire questo arcobaleno. Il contrario di un “partito liquido”, come poi si è purtroppo rivelato essere, per paradosso, quando ha prevalso il rimpianto per forme partito che non sono più date in questo tempo». Eppure, ostinatamente (chissà se credendoci davvero), lo ribadiva: «Il Pd deve apparire un luogo aperto, plurale, fondato sui valori e non sul potere».

Invece, sembra proprio che la preoccupazione predominante sia oggi quella del (chimerico) potere, di farsi maggioritari, ossia di esserlo sulla carta, sommando le percentuali di tutti i partiti e partitini che ci stanno, nell’illusione che la somma (elettorale) sia superiore al totale. La maggioranza per la maggioranza, insomma, e poi se si vince si vedrà. E i programmi? Beh, i programmi…

Ma non è soltanto la nebulosità, e inevitabilmente la contraddittorietà dei programmi: è anche l’assenza di una visione organizzata di società e di futuro possibili. Non altrimenti si potrebbe spiegare la presentazione alle elezioni amministrative di un campo largo che, per restare a quelle prossime della regione Campania, ha come candidato governatore un esponente di spicco di quel Movimento 5 Stelle che sulle maggiori questioni di politica interna e internazionale è schierato su posizioni divergenti da quelle del Pd; e nel quale campo largo è presente un partito che mette in lista un’attivista “palestinese-napulitana” (come si definisce nel suo santino) che a proposito degli ebrei rimpiange «l’incompiuta missione di Hitler» e in un italiano zoppicante (nonostante collabori con l’università L’Orientale e vanti di essere sbarcata a Napoli «lo stesso anno di Maradona», cioè quarantuno anni fa) dispensa sui social amenità varie antisemite e contumelie a destra e soprattutto a manca.

L’importante è portare a casa il risultato, e in Campania verosimilmente sarà così (se così non fosse, sarebbe uno smacco dalle conseguenze tutte da valutare). Ma su scala nazionale, in vista delle elezioni politiche del ’27? Davvero si confida che l’unico vero collante dello schieramento progressista possa essere l’antimelonismo? Che alla (il)logica di schieramento si debbano sacrificare le proposte politiche, le idee su come governare l’Italia? A urne aperte, e elezioni vinte, i nodi verrebbero inevitabilmente e ben presto al pettine – ma niente paura: verranno al pettine anche prima, disorientando l’elettorato di riferimento, che sempre più sarà tentato dall’astensione, e senza fare breccia nella vasta massa degli indecisi.

Perché è vero che, nella originaria visione veltroniana, l’ambizione maggioritaria escludeva dichiaratamente l’autosufficienza, il che implicava per il Partito democratico la disponibilità al dialogo e alla collaborazione con altre forze politiche; ma il dialogo e la collaborazione non possono limitarsi alla contrattazione “cencellinante” sulle candidature e sui posti (eventuali) di potere, a te questo a me quello, tantomeno accettando le imposizioni di un partito in crisi di identità e dai successi elettorali periclitanti. Fare politica vuol dire confrontarsi per provare a convincere l’interlocutore, se necessario anche facendo pesare i propri maggiori consensi, e non soltanto mettere sotto il tappeto i punti programmatici più divisivi. Ma proprio su questo si regge la precaria coesione del campo largo. Campo largo e prospettive ristrette.

Se a questo conduce la vocazione maggioritaria, forse è meglio per il momento lasciarla da parte e mettersi al lavoro. Interrogare la società e non cavalcarne le occasionali ondate emotive, ascoltarne i bisogni reali e organizzarli in un programma coerente con il proprio sistema di valori. A prezzo di rimanere ancora per un po’ minoritari (in queste condizioni, lo si resterebbe ugualmente), ma potendosi in futuro presentare all’elettorato e agli altri partiti con un profilo riconoscibile e potenzialmente aggregante, per diventare un vero e credibile (e votabile) campo largo. Strillare sempre più forte “al lupo, al lupo!” (fascista) non fa fare un passo avanti, il Comitato di Liberazione Nazionale ha funzionato egregiamente durante la guerra civile, ma finita la guerra il Fronte popolare non è sopravvissuto alla batosta del ’48: vittima anche delle proprie contraddizioni.

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