Un nuovo LingottoI riformisti a Milano, e l’urgente e necessaria sfida a Schlein in difesa del vero Pd

L’ala adulta del Partito democratico finalmente si muove, ed è un ottimo inizio. Ma per segnare davvero la differenza politica con la segretaria che ha rinnegato lo spirito originale del Lingotto serve qualcosa di più che un convegno. Serve, per esempio, candidare Picierno al Nazareno e Gori a sindaco dopo Sala

Mauro Scrobogna / LaPresse

Finalmente i riformisti del Pd cominciano a darsi da fare, con il primo appuntamento politico unitario e autonomo dopo anni di sconcertante impassibilità davanti allo smantellamento sistematico del Partito democratico immaginato nel 2007 al Lingotto di Torino da Walter Veltroni.

L’incontro di oggi a Milano è un primo passo importante, anche se tardivo, e ha l’obiettivo di avvisare la segretaria che ha occupato il Pd grazie ai voti di passanti non iscritti al Pd, e contro il volere degli iscritti, che chi ha a cuore lo spirito originario del partito, poi rigettato dopo la parentesi Renzi, non si riconosce nella leadership, vabbè, di Stefano Bonaccini, e pretende di essere ascoltato dal Nazareno.

Ci saranno tutti o quasi ai Bagni Misteriosi del Teatro Parenti, il centro culturale più riformista della città più riformista del paese, tutti tranne Paolo Gentiloni (ma sarà nostro ospite nello stesso luogo, a Linkiesta Festival, sabato 8 novembre alle ore 10), a cominciare da Pina Picierno, Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Marianna Madia, Simona Malpezzi, Filippo Sensi e Lia Quartapelle.

Con loro ci saranno vari ospiti ed esperti “esterni” che parleranno di crescita e di altre cose molto importanti per lo sviluppo dell’Italia, e certamente faranno circolare idee e proposte molto interessanti. Dubito, però, che gli autorevoli esperti saranno in grado di rispondere alla richiesta politica più urgente in un paese senza alternativa al bipopulismo di Meloni-Schlein e dei loro alleati.

Dai riformisti del Pd io infatti vorrei sapere, ma non credo soltanto io, se hanno intenzione di combattere sul serio una battaglia per riconquistare quell’assemblea studentesca a sostegno di Giuseppe Conte in cui si è trasformato il Partito democratico, e non se sono capaci di organizzare un bel convegno sulla crescita o sul welfare.

Vorrei sapere, inoltre, se difenderanno il modello Milano dagli attacchi esterni e interni al partito che, in nome del famoso brocardo di Peppe Provenzano «Milano non restituisce», finiranno col regalare a Ignazio La Russa e a Matteo Salvini la formidabile città simbolo di un’Italia aperta, vitale, solidale e contemporanea.

Vorrei sapere, infine, se e quando i riformisti chiederanno un congresso straordinario per reclamare la vocazione maggioritaria, e fondativa, del Partito democratico anziché limitarsi ad assistere indolenti alla penosa deriva populista di un partito nato invece per governare con riforme progressiste e liberali come ai tempi del governo Renzi, e poi Gentiloni, ma finito a tirare la volata a bellimbusti come Giuseppe Conte e Roberto Fico, licenziatari assieme a Salvini del franchising del Cremlino (e mercoledì, nel giorno del premio europeo a un dissidente bielorusso, addirittura incapaci di denunciare il dittatore della Belarus Aleksandr Lukashenko).

Temo che non ci sia più tempo per rimandare il redde rationem con Schlein e i suoi, e che sia venuto meno anche l’interesse politico poco nobile dei singoli esponenti riformisti di mostrarsi fedeli a una linea cui non credono al fine di ottenere un seggio sicuro alle elezioni, perché è evidente che Schlein troverà il modo di non riportarli in Parlamento, al massimo ne confinerà due o tre in un’umiliante quota panda.

Si armino dunque di coraggio i riformisti oggi in trasferta a Milano, e chiedano il conto alla segreteria Schlein, per contarsi nel paese e contare nel partito. E se malauguratamente il conteggio dovesse andare male cerchino una soluzione politica alternativa, magari ricostruendo un partito liberal degno di questo nome, degno del Pd originale del Lingotto, magari proprio rifacendo da capo il vero Pd tradito da Schlein.

Alcuni dei protagonisti dell’appuntamento di Milano non hanno certo bisogno di dimostrare coraggio, e mi riferisco in particolare a Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e leader di fatto di questa area adulta della politica italiana, a testimoniarlo c’è il suo impegno in Italia e in Europa in difesa della libertà e dello stato di diritto.

Spero di essere smentito dall’esito dei lavori della riunione di oggi, ma pur sapendo che quasi tutti i partecipanti condividono l’entusiasmo di Picierno continua comunque a prevalere la prudenza, l’attesa, l’illusione che stare fermi finirà per pagare dividendi immaginari. Invece no, bisogna prendere in mano l’iniziativa, offrire un’alternativa seria e concreta al paese e ai milioni di elettori avviliti dallo stile bipopulista della politica italiana.

L’appuntamento di oggi a Milano dovrebbe avere un unico obiettivo, quello di stabilire chi sono e cosa vogliono i riformisti del Pd: una componente ininfluente del partito che al massimo aspira ad avere il diritto di presentare proposte sensate, e poi ignorate, su questo o quel tema, oppure una forza politica liberal progressista che sfida la deriva elitaria di un gruppo dirigente nato per occupare e smontare dall’interno il Pd?

Mi chiedo, quindi, che cosa se ne faranno i riformisti del Pd, e gli elettori, di un bel dibattito sulla crescita se questo non sarà accompagnato, a titolo di esempio, dal lancio della candidatura di Picierno alla guida del partito o di quella di Giorgio Gori a sindaco di Milano?

Insomma, cari riformisti del Pd, riunirsi in questo momento storico per dire tante cose giuste e condivisibili è una gran bella idea. Ma sapeste com’è strano vedersi a Milano, e poi sprecare una delle ultime possibilità a disposizione per fare politica.

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