Barriere a BruxellesPer l’Europa, se è veggie non è burger

Il Parlamento europeo ha votato per proibire l’uso di termini “carnivori” per i prodotti a base vegetale. Una decisione che ignora i numeri di un mercato in espansione e rischia di generare confusione più che chiarezza

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I fondi di investimento lo hanno capito da tempo. FVS Sgr ha appena acquisito la maggioranza di Biolab, storica azienda goriziana specializzata in prodotti plant based, e il settore continua a crescere: nel 2024 oltre 15 milioni di famiglie italiane hanno acquistato alternative vegetali, pari al 59,3 per cento  del totale. Eppure, a Bruxelles si sceglie una strada diversa. Con 355 voti a favore e 247 contrari, il Parlamento europeo ha approvato un emendamento che dal 2028 impedirà di usare in etichetta denominazioni come “hamburger di soia” o “salsiccia vegetale”. Ventotto termini finiranno in una black list linguistica, con l’obiettivo dichiarato di evitare inganni ai consumatori.

Ma davvero chi compra un “burger di ceci” lo confonde con un filetto di manzo? La questione è soprattutto politica. Come ha raccontato il Washington Post, la pressione arriva da lobby agricole preoccupate di perdere centralità, mentre le industrie innovative e i consumatori chiedono chiarezza e libertà di scelta. Anche il Guardian sottolinea come la decisione appaia in contrasto con le politiche di sostenibilità tanto invocate dall’Unione.

Il paradosso è evidente: da un lato la Commissione promuove la transizione ecologica, dall’altro penalizza chi lavora per ridurre l’impatto ambientale delle filiere. Secondo l’organizzazione no profit Good Food Institute Europe, i sostituti vegetali della carne hanno raggiunto in Italia un valore di 228 milioni di euro nel 2024, con un +29,5 per cento rispetto al 2022. Biolab stessa punta a triplicare il fatturato entro il 2026 grazie a ricerca, sviluppo e nuovi prodotti, dagli affettati vegetali alle alternative al pesce.

Un recente rapporto realizzato da Food Institute Europe, sulla base dei dati raccolti dalla società di analisi di mercato Circana, ha studiato gli andamenti di cinque tipologie di prodotti a base vegetale: sostituti della carne, latte, formaggi, yogurt e panna, fornendo dati interessanti sulla crescita di mercato che è stato valutato in 639 milioni di euro nel solo 2024 (per le cinque categorie di prodotti analizzati) e ha visto un aumento del volume complessivo delle vendite del 6,9 per cento in due anni. Il latte resta il prodotto vegetale preferito, rappresentando il 50,7 per cento del mercato (nel 2024), ma sta crescendo molto il mercato dei sostituti vegetali della carne, il cui valore di vendita è stato di 228 milioni di euro nel 2024 con una variazione del 29,5 per cento dal 2022 al 2024.

Ma il tema non è solo economico: c’è anche un nodo giuridico. Nel 2024 la Corte di Giustizia Ue aveva stabilito che gli Stati membri non possono vietare l’uso di denominazioni tipiche della carne per prodotti vegetali, a patto che le etichette siano chiare e non ingannevoli. Una sentenza che oggi appare smentita da una scelta politica più che logica, come osserva Reuters.

La verità è che il linguaggio alimentare evolve con i consumi. Le parole non servono a confondere, ma a orientare. Eliminare il termine “burger vegetale” non aiuterà i cittadini a fare scelte più consapevoli. Al contrario, rischia di indebolire la trasparenza e di frenare un comparto che, dati alla mano, sta già trainando la trasformazione delle nostre tavole e dei nostri stili di vita. Lindagine sui consumi alimentari realizzata dal CREA nel 2023, sottolinea come gli italiani stiano cambiando abitudini, tanto che il 51 per cento ha ridotto il consumo di carne per questioni ambientali, mentre l’11 per cento non la consuma affatto. Altri dati, provenienti dal progetto europeo SMART Protein rivelano che nel 2024 il 59 per cento degli italiani ha ridotto il consumo di carne animale, principalmente per motivazioni legate alla salute e alla tutela dell’ambiente. Si tratta della percentuale più alta tra i Paesi presi in esame. L’Italia, inoltre, è in testa alla classifica anche quando si tratta di consumo e accettazione delle proteine di origine vegetale. Non saranno certo le scelte lessicali europee a frenare questo sviluppo. 

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