
E adesso, povero propal? Mentre in Medio Oriente, per paradossale merito del Nobel in pectore Donald Trump, sta per finire (o almeno essere sospesa, almeno per un po’, tocchiamo ferro, prima vedere cammello) la tragedia del popolo gazawi, un’altra tragedia (comica) rischia di scoppiare qui da noi: quella dei propal della prima ora in servizio permanente effettivo. Non, sia chiaro, tutti quelli che la settimana scorsa sono scesi nelle piazze per invocare la fine della mattanza, e tutti quelli che senza scendere in piazza si sono comunque mobilitati per la causa con il cuore, la coscienza e soprattutto la ragione. No, i propal duri e puri, dal fiume al mare fino alla vittoria, senza se e senza ma: che cosa faranno adesso?
Probabilmente nulla di diverso da quel che stanno facendo da settimane, tutti i giorni, a tutte le ore, nelle strade, nelle università, sui social. Perché la vittoria agognata non è arrivata, il mostro nazisionista è sempre lì, tra il fiume e il mare, e anche Benjamin Netanyahu, sebbene infine costretto a più miti consigli dall’alleato americano, non sembra traballante (magari lo fosse…). E dunque, hasta la victoria, avanti così a vomitare rabbia, odio, sete di vendetta. Perché di questo ormai si tratta. Macché desiderio di giustizia, macché volontà di pace: vendetta e basta. Guerra a parole, qui da noi, con la malcelata aspettativa che qualcuno, laggiù, anziché tirare il fiato e provare a vivere, raccolga le nostre parole e torni a trasformarle in fatti.
A Gaza non si combatterà più, forse, e forse col tempo le ferite si potranno rimarginare. Ma, mentre laggiù le macerie si cominceranno a sgombrare, da noi sono destinare a rimanere: quel che è accaduto in questi due anni lascia strascichi che risentiremo a lungo. Perché nel frattempo c’è stato il salto di specie: la battaglia politico-umanitaria è diventata guerra di religione. Una religione senza dio ma con profeti e profetesse (Francesca Albanese, Greta Thunberg, altre Nobel in pectore) e masse di zelatori che hanno fatto della radicalità messianica la cifra della loro fede, e in nome di questa fede condannano e nel caso valutano se perdonare chi si pentisse. Prendere (credere) o lasciare: vie di mezzo, ragionamenti, distinguo non sono ammessi.
Non è questione di parteggiare per la Palestina o per Israele: anche chi parteggia per una pace equa, anche chi ha a cuore soprattutto la causa di Gaza, se non recita con rigorosa osservanza le formule del credo cade sotto i fulmini della nuova Inquisizione. Ce n’è per tutti.
Per il presidente Sergio Mattarella, che condivide i fini umanitari della Flotilla e per questo la esorta a accettare la mediazione del Patriarcato latino di Gerusalemme pronto consegnare gli aiuti a Gaza: respinto con perdite. Per la senatrice Liliana Segre che, comprensibilmente, da ebrea e per di più ebrea scampata alla Shoah, fatica a pronunciare la parola genocidio, ma di fatto non lo nega e anzi ne denuncia l’atroce realtà. Per un uomo pacato e di sicuri sentimenti progressisti come Corrado Augias, che in televisione commette una mezza gaffe, di cui poi si scusa, affermando che le acque del mare davanti a Gaza sono israeliane (gaffe a metà, perché la questione è controversa), e per questo viene tacciato di leggerezza tendenziosa, falsità, complicità. Per il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari che, in un evento da lui organizzato e tutto concentrato sulla condanna della guerra, osa ricordare gli ostaggi israeliani. Per lo psicanalista Massimo Recalcati, che in un intervento su Repubblica, dopo una lunga premessa contro la disumanità del governo israeliano, contro le inerzie del governo italiano e a favore dello sciopero generale per solidarietà con il popolo palestinese, incorre a sua volta nella grave colpa di porre la domanda tabù: perché Hamas non libera gli ostaggi?
E poi il mondo dell’informazione. Ce n’è per i giornalisti che hanno le mani insanguinate perché nascondono i crimini dell’Idf (mentre da mesi le pagine dei giornali ne sono straripanti, non foss’altro – ma non è solo questo – perché le cronache dell’orrore vendono bene). Per la Rai al soldo di colonialisti e imperialisti e colpevole della disinformazione, davanti alla cui sedi regionali quotidianamente si radunano i manifestanti (svegliatevi: da almeno un quarto di secolo, con il moltiplicarsi delle reti televisive e l’avvento dell’era social, la Rai non è più il principale fornitore di notizie). Tutti complici, tutti collaborazionisti, tutti nemici.
Nella logica elementare del fanatismo propal non esiste scampo: o si sta di qua, e si condivide il Verbo in toto, o si sta di là. E allora sono reprimende, scomuniche, insulti (quando va bene). Perché è ormai diventata una questione personale, collettivo-personale, che sotto la bandiera della Palestina coagula il malumore e il disagio reali della parte di Occidente che si oppone agli eccessi del turbocapitalismo. E però in questa legittima battaglia la causa palestinese svapora, sfuma nell’astrattezza del non detto (chi si pone il problema di quale sarà l’assetto della Palestina infine libera, quale la sua classe dirigente, i diritti riconosciuti nella sua carta costituzionale?): in definitiva, da fine diventa mezzo per qualcos’altro. Ma, mentre questo qualcos’altro non sappiamo bene che cosa potrà diventare, i frutti perversi della propaganda diffusa in questi mesi, dalle piazze reali e social, non tarderanno a farsi vedere.