Old but gold Il senior cohousing è una divertente alternativa per invecchiare con stile

Gli anziani contemporanei scelgono comunità e libertà, trasformando il tempo che resta in un progetto di vita condivisa

Unsplash

Un quarto della popolazione italiana ha più di sessantacinque anni. È il dato diffuso dall’Istat all’inizio del 2025. Ma dietro le cifre di un Paese che invecchia si nasconde un cambiamento culturale: sempre più anziani scelgono di abitare la vecchiaia in un modo nuovo. Si chiama senior cohousing e arriva dal Nord Europa, dove le comunità di over sessantacinque riscrivono il concetto di cura e di convivenza. Il fenomeno si è sviluppato a partire dagli anni Settanta in Danimarca con il nome di bofællesskaber per indicare un modello abitativo in cui persone non legate da vincoli di parentela scelgono di vivere in comunità, condividendo una parte degli spazi messi a disposizione. Mantenendone altri per sé. 

Solo qualche anno più tardi, il modello è cambiato ancora includendo anche anziani e over sessantacinque nel cosiddetto seniorbofællesskaber. Luoghi creati ad hoc dove i concetti di autonomia e prossimità si sono sommati in un disegno urbano destinato a diventare molto influente nel resto del mondo. Si chiama “Fremtidens Sølund” ed è un grande intervento pubblico del comune di Copenaghen che sostituisce e ripensa l’esistente complesso di Sølund. È stato concepito come polo intergenerazionale al centro del quartiere, con un mix di funzioni che combinano case di cura, senior cohousing, alloggi per giovani e servizi di quartiere. Si tratta (pure) di una risposta alla solitudine e all’insicurezza che coglie le persone a mano a mano che s’addentrano nella vecchiaia. 

Negli Stati Uniti l’invecchiamento dei boomer ha prodotto un altro genere di risposta: creativa e dinamica, come racconta il New York Times in un lungo approfondimento. Mattinate al tornio, pomeriggi passati a volare su un aereo privato e serate dove scatenarsi al ritmo di una musica incalzante. Gli over sessantacinque riprendono la loro vita, passata tra incombenze lavorative e familiari, per fruire di una rinnovata idea di libertà. Così facendo, sperimentano un altro tipo di vecchiaia. Tuttavia, le comunità che spesso offrono una rosa così ampia di svaghi e divertimenti sono proibitive per la maggior parte delle persone. A Mirabella, in Arizona, i pensionati hanno la possibilità di frequentare le lezioni dell’Università di Tempe insieme ai ventenni, pagando una retta mensile di oltre cinquemila dollari. Senza contare le quote d’iscrizione che superano i quattrocentomila dollari.

Un problema, quello dell’accessibilità, che riguarda l’Italia sebbene in forma minore. Il fenomeno qui è arrivato con qualche anno di ritardo. Le prime sperimentazioni in termini di senior cohousing risalgono al 2010. A Torino sono nati i gruppi promossi da CoAbitare: il Comune riconosceva formalmente la funzione sociale del cohousing con un protocollo d’intesa, e “Cohousing Numero Zero” diventava così un progetto del modello cooperativo in città. È il seme di una convivenza tra alloggi privati e spazi comuni, non assistenziale, ma orientata a relazioni e mutuo aiuto.

In parallelo, Modena stava avviando Cà Nostra, un cohousing dedicato ad anziani con demenze in cui famiglie, assistenti e professionisti condividono compiti e spese in un ambiente domestico, un ibrido “sociale” che punta alla prossimità più che alla medicalizzazione. 

Negli anni recenti il fenomeno si è ampliato e ibridato con il senior living urbano. Sempre a Torino, nel cuore di corso Palestro, ha aperto Specht Residenzen: quaranta appartamenti con spazi condivisi e un programma denso di attività, tra yoga, serate musicali e laboratori artistici. Bergamo, con Domitys Quarto Verde, mette a disposizione appartamenti indipendenti con servizi di vario genere in centro città (ristorazione, palestra, piscina): un esempio di residenza non medicalizzata che integra socialità e routine quotidiana nel tessuto urbano.

A proposito di socialità, qualche giorno fa ha avuto ufficialmente inizio la coabitazione tra uno studente universitario e un cittadino over sessantacinque. L’iniziativa, promossa dall’Università di Pavia, fa parte del più grande “Cohousing e Caring tra generazioni”, e ha l’obiettivo di incentivare il rapporto tra persone che hanno vissuto epoche diverse. E che si trovano, ora, a restituire ciò che hanno appreso e a imparare tutto il resto. Lo studente fuorisede beneficia di un alloggio gratuito in cambio di tempo da dedicare all’anziano ospitante, aiutandolo nelle mansioni quotidiane. 

Secondo Alice Avallone, data humanist, gli anziani che scelgono per sé soluzioni alternative è perché hanno bisogno di sentirsi protagonisti fino in fondo. I boomer si sono formati in un’epoca di crescita, diritti civili e televisione: hanno interiorizzato il movimento, la conquista personale e ora che è tempo di lasciarsi andare, applicano la stessa spinta alla vecchiaia. Che non vuole, in definitiva, essere curata, ma coltivata. Le esperienze senior dimostrano che la libertà non è una fase della vita, ma un’attitudine che può attraversarla tutta. 

«Una transizione emotiva quella dei boomer che segna il passaggio in cui un’emozione prevalente di un’epoca lascia spazio a un’altra. Negli Stati Uniti, la cura di sé è un diritto; in Italia è un’attenzione che va giustificata», continua Avallone. Di contro, sempre più persone investono nel proprio benessere, anche in età avanzata e le iniziative che nascono in questo senso sono per favorire la socialità, non la performance. Il cambio di direzione è un nuovo modo per gestire la paura della fine, non più negandola, ma aprendoci un dialogo. Per l’esperta, emerge l’idea che la vita non vada solo prolungata ma curata nel tempo. Dal punto di vista dei dati sensibili, è interessante notare come le spese in Italia per viaggi, cultura e benessere degli over sessantacinque siano in crescita costante.

«È interessante notare come l’attitudine dei boomer sia in dialogo con le generazioni che sono venute dopo, prima tra tutte, la Gen Z». In questo caso, sottolinea ancora Avallone, sono molti gli schemi che tornano. I Boomer hanno inventato il concetto del “fare tutto”, la Gen Z lo sta trasformando nel “fare solo ciò che ha senso”. Negli anni Settanta, il desiderio era espansivo: viaggiare, costruire, comprare. Oggi è selettivo: scegliere, rallentare, sottrarre. Ma l’intento non cambia, si tratta di voler dare forma alla propria libertà. Culturalmente, significa che i desideri si stanno riallineando: non c’è più una corsa al successo ma alla coerenza. Tutti, dai venti ai settant’anni, cercano un modo di vivere che somigli a sé ed è questo il fil rouge che unisce le generazioni, e sarà il terreno più fertile del futuro: il desiderio di autenticità condivisa. 

X