Il Re solaL’arco di trionfo di Trump è lo specchio del suo ego monumentale

Il presidente degli Stati Uniti ha mostrato al mondo i modellini dell’opera che vorrebbe far costruire l’anno prossimo a Washington

LaPresse

«Ne abbiamo varie versioni, di dimensioni diverse. Small, medium and large». Piccolo, medio e grande, dice Donald Trump. «E ovviamente il più grande è il migliore», aggiunge fra le risate del pubblico. Ma non si riferisce alle dimensioni dell’ultimo modello di orologio col suo brand: nelle mani regge il modellino di un arco monumentale, in tutto e per tutto simile agli archi di trionfo costruiti dagli imperatori romani a scopo autocelebrativo. Sulla sommità svetta una Nike alata, personificazione della vittoria. Rigorosamente d’oro, che vicino al bianco dell’arco ricorda una camera pacchiana dei Casamonica. «È la Lady Liberty. Ne avete mai sentito parlare?», prosegue Trump sventolando in aria il modellino per mostrarlo all’uditorio.

La presentazione di questo nuovo progetto è avvenuta la sera del 15 ottobre nella East Room della Casa Bianca, la sala per i ricevimenti ufficiali, dove era in corso una cena di gala riservata a Ceo e grandi mecenati filo-trumpiani. Argomento principale della serata: la presentazione dell’ampliamento della nuova ballroom presidenziale, la sala da ballo voluta da Trump e i cui lavori di costruzione sono già cominciati grazie ai fondi privati. Quella che il presidente aveva decantato il 12 settembre, sviando dalla domanda sulla sua reazione emotiva alla morte di Charlie Kirk, per intenderci. «Sto bene. E guardate, proprio lì vedete tutti i camion; hanno appena iniziato la costruzione della nuova sala da ballo».

Costo: più di duecento milioni di dollari, ma c’è chi già parla di duecentocinquanta. «Siete stati molto generosi, coi vostri contributi. Davvero tantissimi soldi: ora il progetto è interamente finanziato», continua Trump dal podio. Come riporta un articolo del Wall Street Journal, ad ascoltarlo in sala erano presenti i dirigenti e i rappresentanti di grandissime aziende come Google, Amazon, Meta, Palantir, Microsoft e Lockheed Martin. Nella lista degli invitati, anche una corte di ricchissimi imprenditori, come Harold G. Hamm, petroliere miliardario, e i fratelli Winklevoss, gestori dell’exchange di criptovalute Gemini.

Richard Painter, avvocato in materia di consulenza etica, ha definito in un articolo del New York Times il finanziamento alla ballroom come una chiara «situazione di pay to play» – pagare per giocare, letteralmente – e cioè una relazione di do ut des nella quale in cambio di lauti contributi economici i privati imprenditori possono ottenere in cambio trattamenti di favore da parte del governo. In altre parole: un rapporto clientelare, che ricorda quello feudale fra signore terriero e vassalli.

L’arco di trionfo dovrebbe essere costruito l’anno prossimo, nel 2026, in occasione del duecentocinquantesimo anniversario dell’Indipendenza americana. Simbolo dell’orgoglio stelle e strisce e della rinascita americana per stessa ammissione del presidente Usa, l’annuncio del progetto giunge due giorni dopo la controversa copertina del Time dedicata proprio a Trump, e che portava il titolo His Triumph, il suo trionfo (in relazione al cessate il fuoco fra Israele e Hamas).

Basta unire i puntini, e il quadro è chiaro: l’arco è implicitamente autocelebrativo, e sarà il monumento ai “trionfi” conseguiti dal presidente – esattamente come Napoleone Bonaparte fece costruire l’Arc de Triomphe a Parigi in seguito alla vittoria nella battaglia di Austerlitz. Un accostamento, quello fra Trump e l’egomania dell’imperatore francese di Ajaccio, che già serpeggia nel soprannome che si comincia ironicamente a dare al progetto monumentale di Washington: l’Arc de Trump.

L’estetica neoclassica dei modellini – un’estetica analizzata anche in un lungo articolo del New Yorker di Adam Gopnik sull’ordine esecutivo presidenziale di costruire edifici federali solo in stile tradizionale – richiama quella del Campidoglio e di altre fastose residenze di leader autoritari, certo, ma guarda dritto ai grandiosi modelli romani del passato: agli archi di Costantino, di Tito, di Traiano. È recente la notizia di una bozza di moneta con il volto di Donald Trump: sul conio da un dollaro compare il suo profilo e la scritta “Liberty”, mentre l’altra faccia lo ritrae col pugno alzato e la frase “Fight, fight, fight”. Tra effigi numismatiche e architettura neoclassica trionfale è chiaro che il tycoon ricerca la grandeur dei fasti romani: un wannabe imperatore, ma postmoderno e kitsch, corona gialla di capelli sulla testa.

Proprio contro questa corona si solleveranno domani negli Stati Uniti le manifestazioni “No kings”. Note anche coi nomi No Dictators o No Tyrants protests, le dimostrazioni si schierano contro la deriva autoritaria di Donald Trump: no ai re, no ai dittatori, no ai tiranni. Ma nel frattempo il presidente americano probabilmente si immagina già sfilare sotto l’arco a bordo di una biga alla testa di una marcia trionfale. Trainato dal cavallo di Caligola, forse. Tutto rigorosamente eccessivo. Tutto rigorosamente trash. Mentre la folla, soppressa dall’esercito ormai presente in diverse città statunitensi, grida: «No kings, no tyrants, no dictators».

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