Quasi amiciTrump si rivolge a Zelensky da alleato, ma sui missili Tomahawk non si sbilancia

L’incontro a Washington tra i due presidenti ha avuto toni molto distesi e concilianti. Ma sulle questioni più importanti, cioè i missili a lungo raggio, il cessate il fuoco e le garanzie di sicurezza, non sono stati fatti passi avanti significativi

AP/Lapresse

«Penso che abbiamo ottime chance di finire rapidamente la guerra in Ucraina». Donald Trump è sembrato, come al solito, molto ottimista durante l’incontro a Washington con Volodymr Zelensky. Anche il presidente ucraino ha risposto con toni concilianti: «Penso che abbiamo iniziato a capirci», ha detto riferendosi a Trump e sottolineando che il presidente statunitense è sempre stato molto informato sulla situazione sul campo di battaglia.

Il vertice tra i due – accompagnati da ministri e funzionari – non si è svolto nello Studio Ovale come di consueto. Stavolta hanno pranzato insieme nella Cabinet Room. L’incontro tra i due presidenti è stato quasi amichevole. Trump ha perfino fatto i complimenti a Zelensky per il suo completo: il presidente ucraino indossava un vestito total blackil sarto è l’ucraino Viktor Anisimov, uno dei più importanti stilisti ucraini che conosce Zelensky da oltre vent’anni. «È un onore stare con un leader così forte, un uomo che ha attraversato tante difficoltà e che ho imparato a conoscere molto bene, con cui siamo andati davvero molto d’accordo», ha detto Trump all’inizio dell’incontro.

Sembrano lontani i tempi dell’agguato di febbraio, quando Trump e il suo scagnozzo J.D Vance attaccarono Zelensky a favore di telecamera, con la complicità dei media intorno. Ma anche ieri, al momento di mettere in chiaro la sua posizione sul dettaglio più importante, il presidente degli Stati Uniti è stato evasivo.

Trump sa bene che l’Ucraina ha bisogno di due cose, una riguarda il presente e una guarda al futuro. Oggi Kyjiv ha bisogno di aiuto nel proseguire la guerra fintanto che l’esercito d Vladimir Putin continuerà ad attaccare. E domani avrà bisogno di garanzie di sicurezza per assicurarsi che, una volta finita la guerra, la Russia non colpirà di nuovo.

Per questo l’obiettivo di Zelensky era tornare da Washington con una promessa più solida sui missili Tomahawk a lungo raggio. La richiesta del presidente ucraino era chiara, ma Trump ha usato il suo classico approccio transattivo per trasformare tutto in un accordo commerciale: «Abbiamo molti droni in questo momento, costruiamo i nostri droni, ma compriamo anche droni da altri, e loro realizzano droni molto buoni. La guerra con i droni è davvero venuta alla ribalta negli ultimi due anni a causa di questa guerra». L’unica battuta sulle forniture di Tomahawk è stata una timida apertura, pur ammettendo che sarebbe meglio evitare.

Sulle garanzie di sicurezza, Zelensky ha insistito: «La cosa più importante per il popolo ucraino, che è sotto attacco ogni giorno, è avere forti garanzie di sicurezza». Il presidente degli Stati Uniti si è limitato a esprimere il suo ottimismo sulla possibilità di trovare una soluzione diplomatica, sostenendo che servirebbe solo che Zelensky e Putin «andassero un po’ d’accordo». Allora Zelensky ha provato a cogliere la palla al balzo, mostrando apertura sulla possibilità di incontrare Putin: «Siamo pronti a parlare in ogni tipo di formato: bilaterale, trilaterale, non importa». Ma ha spiegato ai giornalisti che prima di discutere di eventuali concessioni è necessario un cessate il fuoco e che gli alleati dell’Ucraina le offrano garanzie di sicurezza.

Quanto meno, l’aspetto positivo è che si parla di pace. E Trump sembra ottimista. Ma è un ottimismo basato sul fatto che Putin possa aver voglia di mettere fine alla guerra. Una speranza vana e molto simile a quella nutrita prima del loro incontro ad Anchorage, in Alaska, dello scorso agosto. E infatti neanche ieri Trump ha fornito alcuna spiegazione razionale per cui riteneva che un accordo di pace possa essere a portata di mano.

Una nota a margine: Trump come al solito ha fatto il prepotente, forse non volendo. Ha parlato molto più di Zelensky, ha deviato il discorso sul Venezuela, sul Medio Oriente, si è preso i meriti di qualsiasi cosa accaduta nel mondo nelle ultime settimane. Un modo per gonfiare il suo ego lo trova sempre.

L’incontro tra Trump e Zelensky arrivava dopo la telefonata di due ore e mezza tra il presidente americano e Putin di giovedì. In quell’occasione entrambi i leader hanno concordato di tenere un incontro ad alto livello tra Stati Uniti e Russia nei prossimi giorni – non c’è ancora una data certa – a Budapest. «Sarà un doppio incontro, ma avremo il presidente Zelensky in contatto», ha detto ieri Trump alla richiesta di maggior dettagli.

La notizia del vertice di Budapest è sicuramente una buona notizia, ma il rischio è che sia un reboot del fiasco visto in Alaska, concluso in un nulla di fatto. Da una certa prospettiva, potrebbe essere anche il solito gioco di persuasione di Putin: l’autocrate russo sa toccare le corde giuste quando si tratta di adulare Trump, quando fiuta la possibilità che da Washington arrivino toni duri sulla guerra, nuove sanzioni o aiuti massicci a Kyjiv. Così, proprio come in estate con il vertice in Alaska, Putin apre alla possibilità di incontrare Trump in Europa. E magari anche stavolta riuscirà solo a prendere tempo e a proseguire nella sua guerra d’invasione.

Ricordiamo che lo scorso giugno, quando alcuni Repubblicani del circoletto di Trump spingevano per sanzioni nuove contro la Russia, Putin chiamò Trump per augurargli buon compleanno. A quel punto Trump disse che Putin si era comportato «molto bene» e che le sanzioni non sarebbero arrivate.

Va detto che sebbene Trump sia sempre stato molto vicino a Putin, negli ultimi mesi ha dato segnali di frustrazione verso i suoi tentativi di prendere tempo e ostacolare le iniziative diplomatiche per porre fine alla guerra.

È questa la sensazione più interessante emersa dall’ultimo incontro a Washington con Zelensky. Trump sembra davvero aver cambiato registro. Forse l’accordo per il Medio Oriente e la pace a Gaza – sulla cui durata di medio e lungo periodo sarebbe giusto sospendere il giudizio – davvero gli ha fatto capire che l’uomo più potente del mondo può porre fine ai conflitti facendo da mediatore, usando un registro linguistico non camorristico. O forse, più banalmente, il suo obiettivo è solo il Premio Nobel per la Pace del 2026.

Con Trump fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio. Se può fare qualcosa, qualsiasi cosa, per gonfiare il suo ego bisogna star certi che la farà: se vuole il Nobel proverà ad averlo, fermando Putin in un modo o nell’altro, provando a vestire i panni del mediatore che adesso sembrano andargli a genio. Se come effetto collaterale riuscirà a fermare i bombardamenti russi sull’Ucraina sarà una vittoria per tutti.

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