
Il primo ottobre i droni ucraini hanno colpito la più grande raffineria del nord della Russia, vicino alla città di Yaroslavl. Nonostante i russi sostengano che si sia trattato di un danno tecnico e non dell’ennesimo attacco subito nelle ultime settimane, questo episodio si aggiunge a un numero sempre maggiore di danni alle infrastrutture energetiche.
Negli ultimi dieci giorni, l’Ucraina ha gravemente danneggiato un grande terminal per l’esportazione di petrolio a Novorossijsk, sul Mar Nero, un complesso di raffinerie in Baschiria e una stazione di pompaggio in Ciuvascia. Tutti obiettivi a oltre mille chilometri di distanza dal confine.
Questi sono solo alcuni degli attacchi che, sempre più di frequente, a partire da agosto l’esercito di Kyjiv è riuscito a mandare a segno. Da due o tre a settimana a quattro o cinque. In totale, dall’inizio dell’anno, circa ventuno delle trentotto grandi raffinerie della Russia – i luoghi in cui il petrolio greggio viene convertito in carburante utilizzabile come benzina, gasolio e carburanti ad uso militare – sono state colpite con grande efficienza: rispetto al 2024, le operazioni di questo tipo andate a bersaglio sono aumentate del quarantotto per cento.
Mentre la strategia della campagna aerea russa si concentra principalmente sul seminare terrore nelle città ucraine, l’obiettivo di Kyjiv è colpire direttamente la capacità della Russia di sostenere la sua guerra d’invasione. Nessuna di queste operazioni, presa singolarmente, può portare l’economia russa a un punto morto, ma colpire i guadagni derivati dalle raffinerie da cui la Russia dipende per alimentare la barbarie non potrà che peggiorare. La speranza è che a lungo andare Mosca si ritrovi costretta a sedersi al tavolo dei negoziati.
Il 25 settembre, il comandante in capo dell’Ucraina, Oleksandr Syrsky, riferendosi alla più ampia campagna “DeepStrike” che ha colpito ottantacinque obiettivi di alto valore strategico in meno di due mesi, ha detto: «Le capacità del complesso militare-industriale nemico sono state significativamente ridotte; lo possiamo vedere sul campo di battaglia». Ma mentre il generale Syrsky ha sottolineato gli attacchi alle infrastrutture militari e alle fabbriche di armi, è l’incessante attenzione alle raffinerie a contribuire maggiormente a cambiare la narrazione sulla guerra – e forse ha contribuito persino a far cambiare idea a Donald Trump sulle prospettive dell’Ucraina.
Nel mirino dell’Ucraina ci sono anche le stazioni di pompaggio e i depositi di stoccaggio. A metà settembre è stato portato a termine un massiccio attacco a Primorsk, il più grande porto di carico petrolifero russo sul Mar Baltico. Strutture come questa sono più difficili da danneggiare in modo permanente e finora ci sono state poche indicazioni di una effettiva riduzione delle esportazioni di greggio russo. A questo si aggiunge una considerazione di carattere economico: per la Russia le esportazioni di petrolio rappresentano un’attività con margini di profitto molto più bassi rispetto alla vendita di prodotti raffinati, per cui il primo obiettivo ucraino sono sempre le raffinerie, che essendo molto diffuse sul territorio possono essere bersagliate di frequente.
La tecnologia e le grandi innovazioni portate sul campo dall’Ucraina negli ultimi anni stanno annullando uno storico e peculiare punto di forza della Russia: l’immenso territorio. Anzi, paradossalmente la geografia è diventata un elemento di criticità: l’elevato numero di bersagli disponibili, l’estensione dell’area su cui sono dispersi e l’erosione delle capacità di difesa aerea russa dopo oltre tre anni di guerra mettono le truppe del Cremlino in una posizione di svantaggio rispetto agli ucraini.
«I droni e missili ucraini coprono distanze notevoli», scrive l’Economist. «Ad esempio, tra i tanti impiegati in questa guerra, circa il sessanta per cento degli attacchi in profondità sul territorio russo viene effettuato da droni Ukrainian Fire Point FP-1, che con un carico utile inferiore possono raggiungere con precisione bersagli a millecinquecento chilometri di distanza all’interno della Russia e dispongono di un software sofisticato che si è dimostrato resistente alle intense interferenze della guerra elettronica».
Ma, come dice al magazine britannico Olena Kryzhanivska, esperta di sistemi d’arma ucraini, l’FP-1 costa solo circa cinquantacinquemila dollari l’uno e ora ne vengono prodotti più di cento al giorno. L’Ucraina usa anche il drone Lyutyi, più pesante e costoso, con un’autonomia di duemila chilometri e un sistema di visione artificiale testato in battaglia per guidarlo verso il bersaglio. Più raramente vengono usati anche i missili da crociera FP-5 “Flamingo”. Sono molto più veloci dei droni, volando a soli cinquanta metri dal suolo, con una gittata di oltre tremila chilometri e una potenza di fuoco enorme grazie a una testata da 1.150 chili. Se l’FP-5 si dimostrasse in grado di penetrare le difese aeree russe, porterebbe un nuovo livello di distruttività alla campagna “DeepStrike” dell’Ucraina. La sua gittata gli consente di eludere le difese volando su vettori in continuo cambiamento verso il bersaglio.
Alla fine di agosto, Reuters ha riferito che circa il diciassette per cento della capacità di raffinazione del petrolio russa era stata almeno temporaneamente interrotta. Questa cifra ora è certamente più alta. Alcuni rapporti non confermati suggeriscono che fino al quaranta per cento della capacità di raffinazione sia stata colpita. Secondo il gruppo di ricerca Energy Aspects, tutto questo rappresenta una perdita di oltre un milione di barili al giorno. Sergey Vakulenko del Carnegie Russia Eurasia Centre avverte che i numeri sono dinamici perché la maggior parte degli impianti può essere riparata. Tuttavia, riconosce che ciò che sta accadendo ora ha una portata diversa rispetto alle campagne precedenti.
Online ci sono prove che i raid nelle raffinerie stiano avendo un impatto sulla vita in diverse parti del Paese. Video confermati da Bbc Verify mostrano lunghe code alle stazioni di servizio nell’estremo oriente russo e su un’autostrada tra San Pietroburgo e Mosca. E una situazione simile si registra anche nella Crimea occupata, dove manca la benzina.