Cane chiama agenteRiflessioni (con canapè alla carbonara) su comici bravi e attori senza senso del ridicolo

La prima romana di “Call my agent” mi ha fatto pensare a Louis C.K. e a Larry David, e ricordare cosa mi disse una volta Mick Jagger. E mi ha anche confermato quanto è simpatico e gentile Guzzanti, e quanto sia esatta la legge di Abatantuono

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Quanto dura il talento? Quanta parte della vita di una persona che diventa famosa perché è brava a fare il suo lavoro dura la bravura di quella persona, o almeno dura ai livelli che l’hanno resa nota per la bravura?

Quando vidi lo spettacolo il cui bis era «Of course, but maybe», cioè la per ora insuperata invenzione comica di questo secolo, Louis C.K. aveva appena compiuto quarantatré anni. Era al massimo della sua forma, e al MeToo mancavano sette anni. Dopo il MeToo tutti convengono non si sia ripreso, ma io ogni tanto mi chiedo: e se non fosse stato quello? Se il ciclo delle cose che aveva da dire fosse finito? Se nessuno potesse essere a cinquantott’anni il gigante che era a quarantatré?

“Dix pour cent” inizia in Francia dieci anni fa, e per l’Europa è un friccico nuovo: i famosi che si prendono per il culo da soli nel ruolo esasperato di loro stessi. Ma non è una novità per chi guarda un po’ di tv estera. I famosi che la comparsa Ricky Gervais incontrava sul set in “Extras” sono del 2005. E, soprattutto, dal 2000 c’è Larry David nel ruolo di Larry David.

Quando Larry David passa da comico fallito ad autore più pagato della tv americana è il 1989, esiste ancora la televisione come intrattenimento di massa, puoi ancora inventarti una serie che, nelle annate fiacche, faccia diciassette milioni di spettatori, e in quelle buone trentotto, puoi ancora con una sola idea diventare abbastanza ricco da non dover lavorare mai più, tu e tutta la tua discendenza. E farlo all’età alla quale i tuoi genitori non ci speravano più, e continuavano a ripeterti che un laureato conta più d’un commediante. Quando la prima puntata di Seinfeld va in onda, Larry David ha appena compiuto quarantadue anni.

Sono dunque gli anni tra i quarantadue e i quarantatré quelli del momento di grazia dei grandi comici? Forse no: Carlo Verdone aveva trentadue anni quando fece “Borotalco”, Corrado Guzzanti ne aveva trentacinque quando fece Francesco Rutelli (scegliere un picco professionale di Guzzanti è assai più difficile che sceglierne uno di Verdone: accolgo praticamente qualunque obiezione).

E forse no soprattutto perché nessuno che abbia visto “Curb your enthusiasm”, la serie in cui Larry David faceva Larry David, può pensare che fosse meglio “Seinfeld”, la serie in cui Larry David scriveva un personaggio idiosincratico quanto lo era lui ma dissimulandolo con un altro nome e l’interpretazione d’un attore.

Alla prima romana di “Call my agent”, la nostra versione di “Dix pour cent” che chiamiamo in inglese perché se non siamo provinciali non siamo contenti, sono successe due cose strane. Prima che la proiezione cominciasse, gli invitati si aggiravano come si aggirano gli invitati in queste cose, alla ricerca dei camerieri coi vassoi giusti (quelli coi bicchieri ancora da bere e non quelli dei bicchieri restituiti già bevuti). Mentre tutte facevamo gli occhi a cuore solo a certi canapè di carbonara, Luca Argentero si aggirava con l’aria «sì, sono Luca Argentero, lo so che non ve ne capacitate, lo so che sono un divo pazzesco e vorreste una foto, lo so che vi contenete a stento».

George Clooney ha di recente detto in un’intervista alla Cbs (anche lui ha un film in uscita in cui fa il divo, e quindi tutti pensano faccia George Clooney) che lui ha perfettamente presente l’effetto che fa una persona famosa a una che non lo è, perché è diventato famoso tardi ed è stato un ragazzino che sgranava gli occhi davanti agli attori, e quindi è sovente consapevole di parlare con qualcuno in una posizione di svantaggio rispetto alla sua (George Clooney è credo l’unico essere umano al mondo che in ogni intervista dice cose intelligentissime: è quasi fastidioso).

Io guardavo Argentero camminare tra gli ospiti dentro al cinema romano e pensavo sì ho capito, però quello è Clooney, tu sei Argentero, cioè io non so neanche bene cosa tu abbia fatto, mi pare un “Grande fratello”, e poi?

In realtà credo Argentero sia davvero famosissimo, ma in un’epoca in cui la fama non esiste più: puoi fare una serie di ipermegaübersuccesso di Rai1 ed essere comunque a me ignoto. Senza tornare ai numeri del 1989, si tratti di “Seinfeld” o di “Chi l’ha visto?”, di recente mi facevano notare che, in un’intervista che gli avevo fatto nel 2011, Pierfrancesco Favino diceva «“Bartali” ha fatto dodici milioni: due anni dopo, un successo era sette milioni». “Bartali” è del 2006: abbiamo quindi una data di morte della tv come mezzo di comunicazione di massa.

Nella prima puntata della nuova stagione di “Call my agent” (è da domani su Sky e Now), Argentero è appunto famosissimo: il pubblico non solo vuole le foto insieme ma vuole pure che gli diagnostichi gli eritemi, visto che in tv interpreta un dottore. Però io, in quel cinema romano, quel che si vede in “Call my agent”, l’assalto al famoso, l’ho visto solo per l’unico davvero famoso, ovvero famoso da quando la tv faceva i numeri di “Seinfeld”: Corrado Guzzanti.

Assalto che è in parte colpa mia, che quando l’ho visto nascosto in un angolo con i suoi amici e un bicchiere di vino ho precettato una sua ex fidanzata ad andarlo a prendere e portarmelo, acciocché potessi poi tornare a casa e dire «non sai quant’è simpatico Guzzanti». Credo di aver già raccontato di quando, in un’altra vita, mi trovai a una cena alla quale c’era anche Mick Jagger, e di come io, negata per lo small talk, avessi squittito «che emozione, posso dire d’aver conosciuto Mick Jagger», e lui, che era Mick Jagger da tutta la vita, avesse risposto «brava, fallo».

Con Guzzanti è andata pure peggio, perché sembravo il pubblico milanese di Louis CK, che ride troppo forte per far vedere che sa l’inglese e il poveretto è costretto a dire «guardate che se ridete prima vi perdete la battuta finale». Guzzanti diceva delle normali cose da conversatore brillante, e io ridevo rumorosamente come fossi stata una diciottenne davanti a Rokko Smitherson, ma essendo nel frattempo una cinquantatreenne che si guardava da fuori pensando «brava, fallo».

Comunque, avendolo fatto stanare dal suo angolo sono responsabile di tutti quelli che hanno poi preteso foto da Corrado, che essendo molto gentile non faceva mai la faccia di Argentero. Né, se fosse stato sul palco a presentare le puntate, avrebbe detto che si è messo in gioco, che ha vestito i panni del personaggio, che l’ha costruito.

Che è la seconda cosa strana di quella serata. Che gli attori che in “Call my agent” fanno gli agenti il cui lavoro è sedare i cliché degli attori, le pose degli attori, le scemenze degli attori, non abbiano evidentemente imparato niente nientissimo dai loro ruolo, e mettano davvero su l’aria seriosa mentre ci parlano di quando il film della loro vita sarà finito. Puoi fare la commedia se non hai il senso del ridicolo?

Su quel palco c’è un cane, e non lo dico come corollario della legge Abatantuono. La legge Abatantuono è quella legge per cui un attore così così, se lo metti accanto a uno molto disinvolto (a un Abatantuono, appunto), appare übercane. Un chiarissimo esempio della legge è Ruth Wilson in “Down Cemetery Road” (è su Apple+): non è mai stata Meryl Streep, ma in “The Affair” c’era un altro cane a fare il suo amante e si notava meno; a vederla con Emma Thompson, l’Abatantuono del caso, il canile diviene insostenibile per contrasto. (Per scansare la legge Abatantuono, Guzzanti in “Call my agent” lo fanno interagire praticamente solo con Emanuela Fanelli, mica con gli Argentero).

Su quel palco c’è un vero cane, che in “Call my agent” interpreta Marcello, il cane dell’agente che non c’è più, Elvira, che ovviamente era stata agente di Mastroianni. Il cane nella vita si chiama Diabolik, e io mi sto chiedendo se cambiare nome alla legge Abatantuono per chiamarla legge Diabolik, ma prima vorrei risolvere quella questione della durata del talento.

Domenica da Fabio Fazio c’era Carlo Verdone. Hanno raccontato d’un ospedale che ha finanziato in Africa, e lui ha detto che hanno messo la scritta in cui si dice che è donato da lui, e lui ha chiesto di evitare ma ormai l’avevano messa. Forse è una citazione di “The anonymous donor”, la puntata di “Curb your enthusiasm” in cui Larry David nei panni di Larry David fa la figura dell’esibizionista perché non sapeva si potesse fare come ha fatto Ted Danson nei panni di Ted Danson, cioè far scrivere «donatore anonimo» sull’ala dell’ospedale che hai finanziato.

O forse è un segno che c’è un numero limitato di anni in cui un comico può far ridere e un numero limitato di anni in cui un personaggio famoso può avere il senso del ridicolo. O magari è che Verdone sa che la più potente delle regole è la legge Gambardella: in Italia ti prendono sul serio solo se ti prendi sul serio. Loro ti prendono sul serio chiedendoti le diagnosi degli eczemi neanche fossi Argentero, e tu ti prendi sul serio raccontando in tono per nulla larrydavidiano della donazione non anonima.