Planet TrastevereIl buffet romano di Call my Agent e la realtà che supera la fiction

La seconda stagione della serie Sky è il ritratto di un’intera epoca, quella in cui Novecento l’è morto, e lo star system pure. Con apologo finale

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Sono una delle molte che per anni si sono interrogate sull’assenza di star system in questo derelitto paese. Poi è successo l’imprevisto: ora uno star system non c’è più da nessuna parte. Ora hanno tutti un telefono con la telecamera, pubblicano tutti la loro vita come tante Vongola75, e star system l’è morto.

Ricopio da un articolo che pubblicò Esquire sul trentennale di Planet Hollywood, un’americanata che se c’eravate negli anni Novanta ve la ricorderete, una maragliata che prevedeva che il pubblico medio fosse disposto a pagare di più un hamburger non particolarmente buono se sapeva che quella era l’hamburgeria dello star system. «C’era un tempo, prima delle storie di Instagram e dei reality in tv, in cui noi gente normale quelli famosi li vedevamo o interpretare un personaggio sullo schermo, o da Letterman, o sulle pagine di People. Sembravano pazzescamente distanti e glamour. Ma da Planet Hollywood erano proprio lì, in persona, come incontrarli alla cassa del supermercato».

Rileggevo l’articolo e pensavo che forse quelli che si sono inventati “Dix pour cent”, lo sceneggiato francese che nella sua versione italiana si chiama “Call my agent”, in cui gli attori interpretano una versione anabolizzata di quello che è il loro personaggio pubblico, quegli autori devono aver pensato a quella cassa del supermercato lì. Planet Hollywood ha chiuso (quello che a Roma era in via Veneto era Planet Hollywood o l’Hard Rock Café? Come sono lontani gli anni Novanta, e dimenticati i loro loghi), e ora abbiamo “Call my agent”.

Il momento della seconda stagione di “Call my agent” di cui vorrei parlare sta a metà dell’ultima puntata, e quindi c’è quel problema che in italiano si chiama «voi siete una manica di paranoici senza problemi veri ma con moltissimi problemi immaginari» e in neolingua si chiama «spoiler».

Parlerò quindi di “Distretto di polizia”, non perché su un teleromanzo del 2000 la menata dello spoiler sia scaduta (figuriamoci, sareste capaci di considerare spoiler Rhett che se ne infischia di Rossella), ma perché quel che mi interessa dire non riguarda svincoli di trama di quel poliziesco della nostra gioventù.

Quando arrivò quello sceneggiato in cui Selvaggia di “Sapore di mare” faceva il commissario (fu forse quella la fine della prolungata infanzia della mia generazione?), rispetto ai polizieschi forestieri si notava un’anomalia che faceva somigliare il tutto a una soap opera: c’erano tantissimo le storie private di quelli che lavoravano al commissariato.

Mi ricordo della giovane me che invocava un po’ meno problemi del poliziotto con la suocera e più delitti irrisolti, e i laureati del Dams che mi guardavano con sufficienza chiedendo se mi riferissi alla trama orizzontale (che è il modo in cui quelli i cui genitori hanno buttato soldi mandandoli al Dams chiamano le corna che qualche tenente o chirurgo o avvocato si porta dietro per un’intera stagione di sceneggiato, corna che tolgono tempo alle risolutive diagnosi che noialtri vogliamo vedere alla tele per illuderci che, se nella realtà domani ci ammaliamo, ci capiti un genio della medicina e non uno che pensa alle proprie corna).

I laureati del Dams mi spiegavano con sussiego che la trama orizzontale era indispensabile a far affezionare il pubblico, e io continuavo a pensare che no, io guardavo la tv per vedere che i cattivi venivano implacabilmente arrestati, i malati inderogabilmente guariti, gli innocenti sempre assolti, e insomma per vedere un mondo che funzionasse meglio del mio. Quanto ero del Novecento, santo cielo.

Ventiquattro anni, un cambio di valuta, e un mondo di telefoni con la telecamera più tardi, è evidente che (cosa mi tocca dire) avevano ragione quelli del Dams: Novecento l’è morto, la gente vuole vedere mediocrità che le assomiglino, mica eccezionalità che la facciano sentire inferiore. E quindi nel “Call my agent” che vedete da oggi c’è tantissima orizzontalità di quella che mi annoia a morte ma piacerà moltissimo al pubblico di Instagram.

C’è l’agente che ha figliato fuori dal matrimonio ed è tormentato dal senso di colpa verso tutti; l’aspirante attrice che un regista a un provino tenta di baciare così goffamente che io più del trauma di lei molestata noto la disperazione di lui cui evidentemente al liceo non la dava nessuna (temo che questo faccia di me un’insensibile); c’è l’agente fidanzato con l’attrice, e c’è l’altra agente che lascia la sceneggiatrice con cui usciva perché se ne disamora a causa d’una sceneggiatura orrenda («se solo non scrivessi di merda», sbotta mentre quella s’allontana, e io devo dire che la capisco).

Non c’è un Sorrentino. Cioè: non c’è qualcuno che faccia quel che faceva Paolo Sorrentino nella prima stagione, che abbia per l’io narrante un talento equivalente al suo. Qualcuno che, nel ruolo di sé stesso, ti entusiasmi e ti faccia pensare che non gliene freghi niente del tuo consenso; qualcuno che, in assenza di star system, abbia almeno star power.

Cioè, no: c’è Corrado Guzzanti, non più in una sola puntata ma in tutte – l’unica orizzontalità che abbia senso. Guzzanti che comme d’habitude giganteggia, che fa Guzzanti in balìa d’una mitomane, una mitomane interpretata da Emanuela Fanelli, una mitomane che dice all’analista che ha la sindrome dell’impostore, una mitomane che è tutte voi. Una mitomane che, per farla davvero realistica, hanno dovuto fare finta non fosse vera, cambiando nome alla Fanelli (anche quella è colpa vostra, di voi pubblico d’un secolo che non capisce più cosa sia un io narrante).

Per quelli che vanno in scena nel ruolo di loro stessi, invece, la finzione narrativa è più mite della realtà: i famosi sullo schermo sono meno iperbolici, meno vanesi, meno isterici del famoso della porta accanto. Proprio come accadeva da Planet Hollywood, non sono davvero in ciabatte alla cassa del supermercato: sono consapevoli che i fan li guardino.

Per un’intera puntata Elodie viene perseguitata da un giovane fan che ha svegliato dal coma, e mai mai mai dice al suo agente quel che una famosa vera direbbe al vero agente: si può sapere cosa ti pago a fare, se non per tutelarmi dai rompicoglioni?

Non c’è neanche tutta la scrocconaggine delle feste del mondo dello spettacolo romano, alle quali noialtri invitati ci diamo un tono come fossimo assai diversi dal ragazzino di periferia che ha il mito di Elodie e fa una diretta TikTok se solo lei gli rivolge la parola.

Alla festa di “Call my agent” un tizio si è avvicinato a Gabriele Muccino e alla Impacciatore dicendo «Sono un content creator», e io ho pensato che eravamo in una puntata di “Call my agent”; ma non per il ragazzino, che magari voleva usare Muccino per raccattare cuoricini perché quello è il lavoro suo: per noialtri, che lo guardavamo sentendoci superiori, come non fossimo anche noi lì con lo scopo ultimo di tornare a casa gongolanti dicendo «Muccino mi ha rivolto la parola», percependoci star system benché vongole.

In un certo senso, “Call my agent” non è “Call my agent” quanto la realtà della festa di “Call my agent” in cui qualcuno avrà l’ingrato compito di stare attento al tale regista che non deve finire a mangiare i paccheri vicino al tale sceneggiatore perché hanno litigato sul tal set e poi finisce che a uno dei due va storto il sugo. Mica è colpa della finzione narrativa, se in questo secolo la realtà la supera sempre.

Poi, però, arriva – nella finzione narrativa – un gran momento. Accade nella puntata in cui Sabrina Impacciatore, morta di sonno causa fuso orario (secondo momento immedesimazione dopo ti-lascio-perché-non-sai-scrivere), deve fare la madrina del festival del cinema di Venezia. È stanca, è confusa, non ha un discorso pronto per ragioni che non posso dire perché Sky compiace voi paranoici e, alle puntate, allega una lista di snodi che è, giuro, vietato spoilerare.

Sempre per ragioni che non posso svelare altrimenti Sky non m’invita più alle sue feste (a questa c’erano eccellenti supplì cacio e pepe, quindi sono certa che i lettori comprenderanno le mie priorità), la Impacciatore resta in mutande, e fa un discorso di quelli che nella realtà diventano, mi scuso per il frasifattismo, virali. Un discorso in cui c’è tutto: le donne, la violenza, i trans, i diritti.

E di quella puntata lì, che dovrebbe essere la puntata MeToo, nella quale la scena madre dovrebbe essere costituita dalle molestate che con le lacrime agli occhi rinfacciano al porco le sue malefatte, di quella puntata lì resta forte e chiaro il messaggio dell’intera stagione ma anche d’un’intera epoca: se non hai fatto i compiti, se sei in mutande e senza un testo pronto, se devi dissimulare la tua inadeguatezza e impreparazione, se non sei star system ma mica hai intenzione di trovarti un lavoro vero, buttati sulla dolente denuncia sociale, e vedrai come ci cascano tutti.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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